I
Alcuni mesi dopo la rivoluzione del 1918, si levò in Germania il grido «socializzazione». Ciò esprimeva la volontà delle masse di dare alla rivoluzione un contenuto sociale e di non arrestarsi ad un cambiamento di persone o ad una semplice trasformazione del sistema politico. Kautsky mise in guardia contro una socializzazione affrettata: la società non era ancora matura. I minatori invece posero la socializzazione come rivendicazione essenziale del loro sciopero, proprio come hanno fatto recentemente i minatori inglesi.
Fu costituita una commissione di studio per la socializzazione, ma i consigli segreti ed il governo ne sabotarono le decisioni. Per un governo socialista che abbia la maggioranza in parlamento la socializzazione non è una frase soltanto uno strumento per ingannare i lavoratori; tutti sanno infatti che questo tipo di governo ha già abbandonato tutti i fini ed i principi del socialismo.
Gli indipendenti sono invece rimasti fedeli alla tradizionale dottrina socialista: essi credono sinceramente nel programma della socializzazione. È quindi interessante esaminare questo programma, per caratterizzare questa tendenza radicale, che esiste nell'ambito della socialdemocrazia di tutti i paesi, accanto o contro i socialisti di governo.
Quando gli operai esigono la socializzazione, essi pensano, senza alcun dubbio, di arravare così al socialismo, alla società socialista, alla soppressione dello sfruttamento capitalista. Vedremo poi se la socializzazione ha lo stesso significato per gli attuali dirigenti socialdemocratici. Marx comunque non ha mai parlato di socializzazione: egli ha parlato della espropiazione di tutti gli espropiatori.
Due sono le trasformazioni principali che il socialismo deve attuare nella produzione: la soppressione dello sfruttamento e l'organizzazione centrale del sistema economico. Di queste, la prima è la principale, la più importante per il proletariato. Si può infatti concepire una organizzazione centrale della prodizione, sempre su base capitalista. Questa conduce al socialismo di stato, ad una schiavitù, cioè, e ad uno sfruttamento ancora più completo del proletariato da parte di uno stato centralizzato. Gli antichi «cooperativisti» e gli anarchici volevano la soppressione dello sfruttamento ed una produzione decentralizzata, ma quando la soppressione dello sfruttamento è realizzata, come avviene nella Russia comunista, ci si deve invece immediatamente occupare della organizzazione centrale della produzzione.
È proprio quando i socialdemocratici lanciano delle proposte di carattere generale, per realizzare delle leggi concrete, che si può vedere con chiarezza che cosa significhi per essi la socializzazione. È ciò che è accaduto ad esempio a Vienna, dove dominano i «marxisti» Renner e Otto Bauer. Esaminiamo gli argomenti con cui bauer, in una conferenza fatta ai dirigenti sindacali, il 24 aprile, cercava di far accogliere i suoi piani a questi delegati degli operai. Per socializzare completamente la grande industria, egli diceva, e per eliminare i capitalisti è necessaria innanzi tutto l'espropiazione. «Noi prenderemo le loro fabbriche», a ciò farà seguito l'organizzazione da parte di una nuova amministrazione... Non si può espropiare senza concedere alcuna indennità, perché in questo modo si sarebbe obbligati a confiscare tutti i capitali, compresi i debiti di guerra: le Casse di risparmio fallirebbero, i piccoli proprietari di campagna e gli impiegati perderebbero allora le loro economie e ne deriverebbero delle difficoltà internazionali. È quindi «impossibile realizzare una semplice confisca della proprietà capitalista».
Quindi i capitalisti riceveranno la loro indennità: un tribunale arbitrale fisserà l'ammontare di questa indennità, che «dovrà essere stabilita secondo un valore durevole, nel quale non debbano essere inclusi i benefici di guerra». L'indennità sarà pagata in titoli di stato, con un interesse annuo de 4%.
Certo, egli riconosceva, concludendo, questa non è ancora la completa socializzazione, perché il capitalista di prima ricevera sempre l'interesse della sua azienda, in quanto possessore della rendita. «Eliminare gradualmente questo interesse è un problema di legislazione fiscale, ed eventualmente di trasformazione del diritto di eredità»; dopo qualche generazione infatti, i redditi che non provengono dal lavoro, potranno scomparire del tutto.
Per chiarire i principi che stanno alla base dei piani socialdemocratici di socializzazione, è necessario esaminare più da vicino qual è l’essenza della proprietà capitalista e della espropriazione economica.
II
Il denaro, come capitale, ha la facoltà di moltiplicarsi incessantemente per il plusvalore. Chi trasforma il suo denaro in capitale, immettendolo nella produzione, riceve la sua parte del plusvalore totale, che viene prodotto dal proletariato mondiale.
L'origine del plusvalore sta nello sfruttamento del proletariato. La forza lavoro degli operai viene pagata ad un livello inferiore a quello che è il valore che viene prodotto.
Quindi non soltanto il denaro e la proprietà hanno acquistato nel sistema capitalista un senso nuovo, ma sono diventati una nuova regola. Nel mondo piccolo-borghese il denaro è la misura del tempo di lavoro necessario alla confezione di un prodotto. Come capitale, invece, il denaro è la misura del plusvalore, di quel profitto cioè che viene realizzato attraverso gli strumenti di produzione. Anche se non è costato lavoro alcuno, un pezzo di terra verra pagato al prezzo corrispondente alla rendita fondiaria capitalistica. Lo stesso vale per una grande azienda. Se la sua fondazione è costata, ad esempio, 100.000 lire (cento azioni da mille lire) e se questa azienda dà come utile il 10%, un’azione non verra venduta a 1.000 lire, ma a 2.000, perché 2.000 lire al 5% danno la stessa rendita dell'azione. Il suo valore capitalistico è di 2.000 lire, perché è stabilito sulla base del reddito, e il valore capitalistico di tutta l'azienda è di 200.000 lire, anche se essa non è costata che 100.000 lire.
Anche le grandi banche, quando si formano delle nuove aziende, si appropriano, in anticipo, di questa differenza come «profitto del fondatore» e lanciano sul mercato (per restare all'esempio che abbiamo fatto) delle azioni per 200.000 lire. Se invece il profitto di questa azienda dovesse precipitare, a causa della concorrenza di aziende più grosse, al punto da non poter produrre più dell’1% di dividendo, il suo valore capitalistico scenderebbe a 20.000. Se poi il profitto dovesse scomparire del tutto, a parte la speranza di una futura prosperita, che del resto può essere dedotta in anticipo per una certa somma, il valore capitalistico dell'impresa scenderebbe a zero: solo il valore materiale dell'inventario potrebbe ancora essere realizzato.
La proprietà capitalistica significa dunque, innanzi tutto, non il diritto di poter disporre di cose, bensì il diritto di avere un reddito senza lavoro, cioè il diritto al plusvalore. La forma della proprieta capitalistica è l'azione, è cioè la carta su cui viene sancito questo diritto. L'azienda, la fabbrica non sono che lo strumento attraverso il quale viene prodotto il plusvalore; la proprieta non è che il diritto al plusvalore. Di conseguenza sopprimere lo sfruttamento, sopprimere questo diritto vuol dire sopprimere il valore capitalistico, vuol dire la confisca del capitale. E evidente quindi ciò che vuol fare Otto Bauer: egli vuole mescolare il grande capitale ai soldi del piccolo risparmiatore, il quale sogna semplicemente di conservare la sua proprieta e non di ricevere un reddito senza lavorare; e con questa identificazione egli vuole mettere in una posizione critica i funzionari sindacali, qualora si dovessero trovare di fronte ad un attacco reale contro lo sfruttamento.
La soppressione della proprieta capitalistica e la soppressione dello sfruttamento non sono dunque la causa e leffetto, il mezzo ed il fine, ma sono una sola e identica cosa. La proprietà capitalistica esiste soltanto perché esiste lo sfruttamento, ed il suo valore è fissato dal plusvalore. Se il plusvalore, infatti, dovesse, per un qualsiasi motivo scomparire, se l'operaio ricevesse il prodotto completo del suo lavoro, la proprietà capitalistica scomparirebbe nello stesso tempo. Se il proletariato migliorasse le sue condizioni di lavoro, e se quindi le aziende non potessero più offrire alcun profitto al capitale, il loro valore capitalistico scenderebbe a zero: le fabbriche potrebbero essere assai utili alla società, ma non avrebbero più valore per il capitalista. Il denaro perderebbe la sua facolta di produrre capitale e plusvalore, poiché gli operai non si lascerebbero piu sfruttare. Questa è I'espropriazione cui pensava Marx: la proprietà capitalistica sarà soppressa, perché il capitale resterà senza piu valore, senza profitto.
Questa è l'espropriazione economica, in base alla quale la proprieta perde tutto il suo valore e viene di conseguenza distrutta, benché rimanga il diritto di disporre liberamente delle cose; questo tipo di espropriazione è l'opposto di quella giuridica, che viene assai spesso applicata nel mondo capitalistico, in base alla quale viene soppresso il diritto di disporre liberamente delle cose, ma viene lasciata intatta la proprietà, attraverso I'indennita.
La potenza politica del proletariato prenderà tutte le misure necessarie alla soppressione dello sfruttamento. La classe operaia non limiterà semplicemente il diritto di sfruttamento dei vecchi capitalisti regolarizzando i salari, le ore di lavoro ed i prezzi: essa lo sopprimerà del tutto. La base economica di questa espropriazione si fonda su ciò che abbiamo precedentemente detto: non sarà la confisca di ogni proprieta, come pensa il piccolo-borghese, sarà la soppressione di qualsiasi diritto al plusvalore ottenuto sulla base di un reddito non prodotto dal lavoro. L'espressione giuridica di questo fatto politico è che il proletariato sarà il padrone, e non si lascerà più sfruttare.
III
La socializzazione, secondo la ricetta di Bauer, è una espropriazione giuridica senza espropriazione economica, ed è quello che ogni governo borghese potrebbe proporre. Il valore capitalistico delle aziende sarà ripagato sotto forma di indennità, ed i capitalisti riceveranno, sotto forma di interessi che lo stato dovrà pagare loro, quello che prima era il loro profitto. Il fatto che i profitti di guerra non debbano essere presi in considerazione, prova che è il normale profitto che dev'essere preso come regola. Il capitalismo privato diventa cosi capitalismo di stato: è infatti, a questo punto, lo stato che si assume il compito di spremere dai lavoratori il profitto e di darlo poi ai capitalisti. Per i lavoratori quindi cambierà ben poco: come prima, essi dovranno creare un profitto per i capitalisti, senza che questi abbiano dovuto lavorare. Lo sfruttamento resta, esattamente come prima.
Se una proposta come questa fosse stata fatta ai tempi di piena fioritura del capitalismo, il proletariato avrebbe potuto anche accettarla. Se infatti la parte di plusvalore, che si aggiunge al capitale, rimanesse costante, ogni aumento di produttività andrebbe a vantaggio del proletariato. La borghesia però, a quel tempo, non pensava a questo, preoccupata com’era di conservare per sé questi vantaggi.
Ma adesso le condizioni sono cambiate, il plusvalore è in pericolo. Il caos economico, la perdita di sbocchi e di fonti di materie prime, il pesante tributo che bisogna pagare al capitale dell'Intesa, lasciano prevedere una diminuzione del profitto capitalistico. A ciò si aggiunge la ribellione delle masse operaie, il principio della rivoluzione proletaria, che mette in questione ogni tipo di sfruttamento. La socializzazione è quindi, in questo momento, assai utile per assicurare al capitale il suo profitto, sotto forma di interesse di stato.
Un governo comunista, come ad esempio quello russo, assicura invece immediatamente la nuova potenza e la nuova libertà proletaria, negando al capitale ogni diritto allo sfruttamento. Un governo socialdemocratico conferma l'antica schiavitù del proletariato, perpetuando il tributo che esso deve pagare al capitale, proprio quando questa schiavitù dovrebbe scomparire per sempre. La socializzazione diventa allora l'espressione giuridica del fatto politico che il proletariato è solo apparentemente il padrone, e che è invece pronto a lasciarsi nuovamente sfruttare; e si può vedere chiaramente che il governo «socialista» non è che il prolungamento dello sfruttamento borghese, sotto la bandiera socialista.
Se ci chiediamo come mai degli uomini politici intelligenti o dei vecchi marxisti siano potuti arrivare a questo punto, potremo trovare la risposta analizzando il ca- rattere politico di questa tendenza. Radicale a parole, essa predicava la lotta di classe, ma aveva paura di qualunque lotta vigorosa. Questo accadeva già prima della guerra, quando Kautsky, Hause ed i loro amici si opponevano, ad esempio, come «centro marxista» alla estrema sinistra radicale. Oggi è ancora la stessa cosa. Questi uomini vogliono portare il socialismo ai lavoratori, ma hanno paura di una lotta contro la borghesia. Essi vedono benissimo che una autentica soppressione di ogni profitto capitalista, una confisca del capitale cosi come è stata realizzata dal comunismo in Russia, trascina la borghesia verso una lotta violenta, perché ne va della sua stessa esistenza come classe, della sua vita o della sua morte. Questi socialdemocratici ritengono che il proletariato sia ancora troppo debole per questa lotta e cercano, di conseguenza, di raggiungere i loro fini, aggirando e persuadendo la borghesia. Politicamente, questi progetti di socializzazione rappresentano il tentativo di condurre il proletariato verso delle mete socialiste, senza toccare, nel suo nodo vitale, la borghesia, senza provocare la sua reazione, evitando così la lotta di classe violenta.
Questa sarebbe certo una lodevole intenzione, se fosse realizzabile. Ma consideriamo quello che sarà necessario pagare ai capitalisti: gli interessi per i capitalisti, proprietari dei mezzi di produzione, gli interessi dei prestiti di guerra, il tributo al capitale dell’Intesa. Si può constatare quindi che tutto questo potrà essere realizzato soltanto da un lavoro più intenso e da una maggiore povertà del proletariato. In questo momento di distruzione economica, di abbattimento delle masse, l’immediata soppressione di ogni forma di parassitismo è una necessità assoluta, per poter risollevare l’intera società. Ma anche se vogliamo fare astrazione da questo momento particolare di miseria, anche se vogliamo fare a meno di considerare la socializzazione come la prima realizzazione del principio della rivoluzione proletaria, come il primo passo verso il socialismo, si può constatare fin d’ora che questo tipo di socializzazione è impossibile, anche prima che il proletariato abbia preso coscienza di tutta la sua forza.
Quando gli operai si risveglieranno e lotteranno per la loro libertà e per la loro indipendenza, essi porranno delle rivendicazioni per migliorare le loro condizioni di lavoro e di vita.
Questi miglioramenti faranno diminuire immediatamente il profitto; lo stato socialista potrà allora gridare: lavorate con più intensità, e tutto cambierà.
Quando la costrizione capitalistica non peserà più, co-me una mano di ferro, questa tensione disumana che deriva da uno sfruttamento spaventoso si allenterà, il lavoro sarà compiuto ad un ritmo meno elevato e diventerà più umano. Ed allora il profitto delle aziende scenderà. Anche senza la socializzazione, i capitalisti privati dovranno sopportare le perdite, ma sarà a questo punto lo stato che dovra pagar loro gli interessi, sarà lo stato socialista che avra assicurato il loro profitto e che dovrà sopportare queste perdite nonostante I'inizio della rivoluzione operaia.
La sua scelta sarà quindi questa: o opporsi alle rivendicazioni degli operai, soffocare gli scioperi, trasformarsi in un governo violento, contro il proletariato ed a favore del capitale, oppure cadere in una inevitabile bancarotta di stato. E la borghesia gridera allora di nuovo al suo trionfo, perché l'impossibilita di «socializzare» sarà stata dimostrata praticamente.
Questo sarà il risultato di tutti gli astuti tentativi di arrivare ad una specie di socialismo evitando la lotta di classe. Una socializzazione, che voglia rispettare il profitto della borghesia, non potrà mai portare al socialismo. La sola via è sopprimere lo sfruttamento e condurre a questo scopo una lotta di classe implacabile.
Anton Pannekoek
Die Internationale, vol. I, nº 13-14, settembre 1919