Questo opuscolo fu la risposta del Partito Comunista Operaio di Germania (KAPD) al testo di Paul Levi La nostra via: contro il putschismo. Levi era all’epoca capo del Partito Comunista Unito di Germania (VKPD).
Il testo tratta degli insegnamenti tratti dall’Azione di marzo del 1921, la prima e ultima rivolta puramente proletaria della rivoluzione tedesca. Esso opera una chiara distinzione tra l’appello artificiale all’insurrezione armata lanciato dal VKPD, in contraddizione con la precedente linea politica del partito, e l’insurrezione operaia in risposta alla provocazione del presidente socialdemocratico della Sassonia prussiana, Otto Hörsing.
Capitolo 1: Tattiche offensive e difensive
La preistoria dello scontro di classe in Germania nel marzo del 1921 non è ancora stata pienamente chiarita. Dopo la lotta, il giornale berlinese Rote Fahne pubblicò una serie di articoli nei quali dichiarava che essa era stata il risultato della tattica dell’offensiva del VKPD. Ciò significherebbe, dunque, che il VKPD provocò coscientemente e deliberatamente questo scontro proprio in quel momento. La Rote Fahne sosteneva che questa tattica fosse corretta e la difendeva. Al contrario, l'Avanti!, organo centrale del Partito Socialista Italiano, pur dichiarando anch'esso che questa lotta fu una lotta offensiva, trasse la conclusione che, poiché l'azione fallì, la tattica era sbagliata. Entrambi i giornali concordano dunque nel considerare l'Azione di Marzo come il risultato della tattica dell'offensiva della sezione tedesca della Terza Internazionale; ma divergono nel giudizio sulla correttezza della tattica.
In realtà, le cose stanno in modo del tutto diverso. Non è nostra intenzione discutere di concetti rigidi, in contraddizione con la dialettica vivente della storia. Abbiamo appreso abbastanza dalla discussione sulla «guerra d'aggressione o guerra di difesa», sollevata in occasione della guerra mondiale imperialista, che ciò che ne risulta è un gioco divertente ma privo di senso. Non vogliamo discutere con la borghesia se sia stata essa, oppure il proletariato, ad attaccare o a essere attaccata; si tratta di sottigliezze letterarie che possiamo lasciare ai dilettanti borghesi della storiografia. Il compito concreto che ci si pone è accertare se l’avvio inmediato della lotta di marzo del 1921 sia stato determinato da atti della borghesia oppure da azioni del proletariato o dei suoi partiti. Dobbiamo poi determinare cosa possiamo imparare da questo in termini concreti per la lotta di classe, per quanto riguarda la questione della tattica offensiva o difensiva.
Vogliamo che siano i fatti a parlare da soli: la lotta ebbe inizio, nella pratica, nella cosiddetta cintura industriale della Germania centrale: Mansfeld, Hettstedt, Eisleben, Leunawerk. Il governo attaccò gli operai di questa zona, nella quale si producono minerali, carbone, potassa e azoto. La zona aveva una forte tradizione rivoluzionaria. Possedeva ancora delle armi. Come in ogni area mineraria, vi erano ingenti quantità di esplosivi; vi erano amministrazioni comunali comuniste; la polizia di sicurezza creata dal governo democratico era praticamente assente. La classe operaia della zona aveva respinto con successo, in una lotta unitaria sotto la guida dei comitati rivoluzionari, gli attacchi della classe capitalista contro la giornata lavorativa di otto ore e i tentativi di istituire una forza di polizia speciale. In sintesi, si trattava dunque di un centro nevralgico del potere rivoluzionario, oltre che del cuore dell’economia tedesca, essenziale per la produzione di materie prime fondamentali e di materiali ausiliari. Va aggiunto che nelle vicinanze, presso Halle, Lipsia, Magdeburgo ed Erfurt, si trovavano ulteriori nuclei proletari e i principali nodi delle più importanti linee ferroviarie tedesche.
Tutto ciò, nel suo insieme, era più che sufficiente perché il governo controrivoluzionario della Repubblica prussiana, velatamente democratico, tenesse d’occhio la Germania centrale e, a tempo debito, intraprendesse una campagna contro la classe operaia locale. Per questo aveva bisogno di un pretesto. Di conseguenza si sollevò un gran clamore sui furti nell’industria della Germania centrale, sugli operai affamati che, come altrove, raccoglievano patate e rape dai campi (in primavera!); le spie della polizia organizzarono attacchi con dinamite e a Berlino e altrove furono trovati esplosivi che presumibilmente provenivano dalla Germania centrale; il governo tuonò indignato contro i «criminali comunisti» e preparò in tal modo il terreno affinché la polizia marciase contro il proletariato della Germania centrale.
Se fosse successo solo questo, sarebbe stato molto chiaro che lo sciopero generale che ne seguì, indetto sia dal VKPD che dal KAPD, fu esclusivamente un atto di difesa solidale contro l'attacco controrivoluzionario. (Ovviamente con l’intenzione di andare oltre le semplici misure difensive e passare al contrattacco contro il governo e la borghesia nella lotta che ne sarebbe seguita). Se questo fosse stato tutto quanto accaduto, né la Rote Fahne né l'Avanti! avrebbero avuto alcuna ragione di scrivere riguardo a un'azione offensiva riuscita o fallita. Ma, oltre a questa ragione per scatenare l’azione di massa, ve n’era una seconda. Nella sua edizione del 18 marzo, prima che fosse annunciata la cosiddetta azione di polizia contro la Germania centrale, la Rote Fahne aveva lanciato un appello in cui dichiarava che il ministro-presidente bavarese, von Kahr, stava violando la Legge sul Disarmo e che la classe operaia doveva rispondere: ogni operaio doveva procurarsi un’arma, ovunque potesse trovarla. A ciò seguì il sequestro del giornale, la ripetuta diffusione della parte cruciale dell’appello, un’altra confisca e, infine, questa fase della lotta guidata dalla stampa portò all’azione nella Germania centrale.
Questo appello alle armi lanciato dalla Rote Fahne rappresentava però, a quel punto, un’azione offensiva. È stata una sorpresa per due motivi. In primo luogo, perché questo appello è apparso sulla Rote Fahne; quale impressione deve suscitare il fatto che un giornale, che per mesi ha perseguito una linea politica esclusivamente parlamentare e sindacale – diciamo, costituzionale –, proclami improvvisamente, senza alcun nesso con la situazione generale, un attacco aperto all’autorità e alla legalità dello Stato! Il contrasto tra la linea politica della «Lettera aperta» (1) e l’appello all’insurrezione armata non poteva che suscitare lo stesso effetto sorprendente che si sarebbe avuto se il Vorwärts, all’improvviso e senza alcuna ragione apparente, avesse dichiarato il proprio impegno a favore della dittatura proletaria con tutte le sue conseguenze (2). Ma l'appello della Rote Fahne è apparso sorprendente anche perché, come già indicato, non stabiliva alcun collegamento con la situazione politica ed economica generale. È vero, e non ha bisogno di ulteriori prove, che le condizioni oggettive per la rivoluzione proletaria sono presenti e si acuiscono ogni giorno di più. Ma era altrettanto certo che ampie fasce delle masse operaie fossero indebolite politicamente e moralmente dalla crescente miseria, dalle numerose sconfitte subite nella rivoluzione, dai tradimenti della burocrazia di partito e sindacale, e non mostrassero alcun segno di determinazione a reagire con decisione alle pressioni senza precedenti esercitate dai dirigenti aziendali (riduzioni salariali, lavoro a orario ridotto, chiusure di stabilimenti), per non parlare poi di specifici eventi politici.
Tuttavia, non intendiamo indagare sulle ragioni che hanno determinato l’improvviso cambiamento di rotta sulle colonne della Rote Fahne, né vogliamo discutere di ciò che potrebbe indurre i dirigenti del VKPD a giustificare la convinzione che ampie masse di operai si schiererebbero a sostegno di un cambiamento di comando così inaspettato, come, ad esempio, una compagnia del vecchio esercito guglielmino sapeva compiere un’inversione di marcia alla velocità della luce.
Riassumiamo: la lotta del marzo 1921 fu innescata da due fattori: l’improvviso passaggio del VKPD dalle tattiche parlamentari e sindacali all’attacco aperto all’autorità statale; e l’attacco aperto della controrivoluzione al proletariato rivoluzionario della Germania centrale. Non è possibile stabilire con assoluta certezza se l’attacco del VKPD da solo fosse sufficiente a scatenare la lotta aperta. Ma se si è visto come nemmeno l’attacco controrivoluzionario del governo prussiano sia bastato ad attirare grandi masse di operai, e nemmeno a spingere i membri del VKPD a mobilitarsi pienamente, si ha motivo di supporre che il grido di guerra del VKPD da solo non sarebbe bastato.
Nel corso del dibattito sulle questioni relative alle tattiche offensive o difensive, una confusione ricorrente è destinata a svanire nel lungo periodo, a meno che non venga finalmente operata una chiara distinzione tra partito e masse. In occasione di una conferenza dei funzionari del VKPD di Berlino, Paul Levi attaccò con veemenza l’Azione di Marzo perché aveva messo da parte il vecchio principio del Manifesto del Partito Comunista, ovvero che i comunisti non avevano interessi particolari distaccati da quelli della classe proletaria. In realtà, però, questo principio non era stato dimenticato durante l’Azione di Marzo. Né da parte di quella frazione del VKPD che era attiva nell’offensiva, né da parte del KAPD. D’altra parte, il fatto che il Partito Comunista possa essere obbligato ad agire in modo diverso dal proletariato nel suo insieme è stato dimenticato per troppo tempo dall’intero VKPD guidato da Paul Levi. Naturalmente, ciò deve avvenire in conformità con gli interessi del proletariato nel suo insieme. Purtroppo, è difficile supporre che la classe proletaria nel suo insieme, fintantoché rimane una classe oppressa, possa lanciare una lotta attraverso un attacco aperto. Se il compito dei comunisti è quello di eliminare tutte le illusioni ancora presenti nel proletariato riguardo alla possibilità di un'intesa con la classe dominante, di superare la naturale paura dei rischi che comporta una lotta aperta contro il nemico di classe, di condurre il proletariato nella lotta aperta necessaria per salvarlo dalla completa distruzione, in breve: se è compito dei comunisti condurre il proletariato sulla via che è l’unica possibile per la sua liberazione, allora essi devono fare in modo che il proletariato si senta e si riconosca come la classe all’offensiva.
La classe operaia decide di lottare solo sotto la pressione più estrema, nella miseria più estrema. All’inizio lotta nel suo insieme solo per difendersi e passa all’attacco solo gradualmente, nel corso della lotta. È sempre così. I comunisti devono tenerlo presente, ma non possono, come vorrebbero fare Paul Levi e l’intera corrente pacifista del VKPD, usare questo come pretesto per giustificare una politica di inazione e di impantanamento nella palude parlamentare. Se citano la frase sull’identità degli interessi dei comunisti e del proletariato nel suo insieme, si tratta della solita falsificazione del marxismo. Una politica che non sia disposta a dimostrare al proletariato che solo i comunisti lottano per i veri interessi di classe degli operai, una politica che rifiuti ogni attività concreta fintantoché non abbia ancora avuto successo, una politica volta a unificare le grandi masse della classe operaia in modo puramente propagandistico attorno a programmi e dottrine, non è in realtà né una politica offensiva né una politica difensiva, e non ha nulla a che vedere con i fondamenti più elementari del marxismo. Perché ciò dimentica l’affermazione fondamentale del materialismo storico, secondo cui le persone imparano solo dalla loro esperienza materiale; dimentica che ogni propaganda può avere solo il significato di preparare e spiegare i singoli fatti della lotta di classe, non di sostituirli. Sostituire l’atto rivoluzionario con la parola rivoluzionaria significa, in ultima analisi, rendersi colpevoli di frode democratica.
Capitolo 2: Il putschismo del VKPD
Visto dall’esterno, sembra che il VKPD abbia abbandonato la linea politica che aveva seguito fino a quel momento con l’Azione di marzo. Fino a quel momento la sua politica, come dimostrato più volte, non aveva nulla a che vedere né con le tattiche offensive né con quelle difensive. Si pensi al suo atteggiamento nei confronti dello sciopero dei lavoratori dell’elettricità di Berlino, si pensi al suo atteggiamento nei confronti delle grandi serrate alla Loewe di Berlino e alla miniera di carbone Thyssen, si pensi al suo atteggiamento durante il movimento ferroviario; non era altro che pura passività, una politica volta a evitare qualsiasi decisione chiara, qualsiasi lotta rivoluzionaria. E ora, all’improvviso, sembra aver cambiato completamente atteggiamento. La Rote Fahne, la cui linea politica fino a quel momento differiva fondamentalmente da quella della Freiheit solo per un più forte radicalismo verbale, chiama le masse del proletariato tedesco alla lotta armata contro il potere statale borghese (3). Cosa era successo? Il VKPD aveva forse rinunciato improvvisamente e radicalmente alla sua precedente politica di opportunismo parlamentare-sindacale? Stava forse pensando seriamente di adottare una politica rivoluzionaria attiva? Se sì, era consapevole che una tale politica richiedeva una lotta spietata contro i sindacati e i comitati aziendali statutari? Era consapevole che oggi è possibile adottare con successo una tattica rivoluzionaria solo quando tutte le inibizioni della legalità sono state messe da parte? Era consapevole che oggi, per gli operai rivoluzionari della Germania, la questione non può che essere: parlamentarismo o lotta di classe? A tutte queste domande si deve rispondere con un «no». Ed è per questo che il VKPD non si è allontanato nemmeno per un istante dal quadro della sua precedente politica; ciò significa che l’Azione di Marzo non ha rappresentato per esso una rottura con il proprio passato, ma al contrario, l’Azione di Marzo ha dimostrato proprio che, così come era stata concepita e avviata dal VKPD, era pienamente in accordo con lo spirito della sua precedente politica. Quando Levi muove l’accusa di putschismo contro il centro del partito, in un certo senso ha ragione. Per il VKPD oggi esistono solo due opzioni politiche: la politica parlamentare o il putschismo. Questi due metodi non si contraddicono a vicenda, ma scaturiscono con ineludibile necessità dal terreno dell’opportunismo. Un partito comunista che, nella fase della rivoluzione proletaria, si abbassi a prendere parte alle finte competizioni delle campagne elettorali e a partecipare alla formazione di governi «socialisti» al fianco di socialdemocratici sia dipendenti che indipendenti, è destinato a fallire in qualsiasi situazione rivoluzionaria. Il putschismo del VKPD è la punizione per i peccati di omissione che esso ha commesso finora nel corso della rivoluzione tedesca. Il parlamentarismo del VKPD lo costringe quasi, in determinate circostanze, sotto la pressione di una cosiddetta «ala sinistra» e sotto l’influenza di alcune forze autoritarie, spinto dalla disperazione per la sua passata passività, a impegnarsi in attività militante in diverse occasioni, a intraprendere azioni a qualsiasi costo, in una parola, a gettarsi nelle braccia del putschismo. Il putschismo è quindi il contrappunto necessario all’opportunismo parlamentare-sindacale.
Se il VKPD continuerà ad attenersi alla sua tattica parlamentare-sindacale in futuro, vedremo con ogni probabilità che diventerà di fatto il partito del putschismo. Per evitare qualsiasi malinteso, sottolineiamo qui una volta per tutte che non consideriamo la rivolta degli operai della Germania centrale un putsch, argomento che tratteremo più dettagliatamente in un capitolo successivo. Ciò che descriviamo come putschismo è essenzialmente l’atteggiamento che il centro del VKPD ha assunto nei confronti dell’Azione di marzo.
Capitolo 3: Quali sono i presupposti per la conquista del potere statale da parte del proletariato?
E: come si conquista il potere statale?
Levi risponde a queste domande alle pagine 18-42. Sono le domande chiave per la rivoluzione, il tema centrale della rivoluzione. Esse rivelano con estrema chiarezza la stupidità dell’autore, la stupidità del VKPD, la stupidità del Comitato Esecutivo di Mosca, la stupidità della Terza Internazionale. Poiché la stupidità di Levi è al tempo stesso la stupidità del VKPD, la tattica di Levi è la tattica di Mosca e il suo linguaggio è il linguaggio della Terza Internazionale. Ciò verrà dimostrato qui nel modo più duro e chiaro possibile. L’opuscolo di Levi non solo è controrivoluzionario, ma è anche del tutto antiquato. Egli non comprende il nostro tempo e, di conseguenza, ha completamente torto.
Come possiamo vedere (nel capitolo 2), Levi vuole conquistare le classi medie al comunismo. Ma Levi dimentica, o non sa, che il capitale finanziario ha legato a sé, al grande capitale, le classi medie, e che il proletariato è solo nella rivoluzione comunista. Solo quando il proletariato sarà molto vicino alla vittoria, alcuni di questi strati medi della società passeranno dalla sua parte. Il proletariato dovrà compiere l’intera rivoluzione da solo, fino alla fine.
Certo, Levi cita Marx, il quale afferma che la rivoluzione è la causa di tutto il popolo, ma è proprio qui che dimostra la sua stupidità, il suo spirito antiquato, quello spirito che vive interamente nella Seconda Internazionale. Perché ai tempi di Marx il proletariato non era ancora il popolo, era una minoranza e spesso una piccola minoranza; c’era ancora la democrazia, una vera democrazia piccolo-borghese. Il proletariato di allora non poteva fare la rivoluzione da solo. Poteva farlo solo con l’aiuto della democrazia, delle classi medie. La rivoluzione di allora era una rivoluzione popolare, e quando il proletariato agiva da guida doveva trascinare con sé questi strati sociali.
Ma ora il proletariato è il popolo, è la maggioranza; in Germania rappresenta tra i tre quarti e i cinque settimi della popolazione, e ora il capitale bancario, i cartelli, l’imperialismo hanno unito le classi medie al grande capitale, hanno unito tutti gli strati sociali borghesi; li tengono uniti e li terranno uniti fino alla fine della rivoluzione.
Ai tempi di Marx non era così. Marx sapeva poco dei cartelli e nulla dell’onnipotenza del capitale finanziario e commerciale e dell’imperialismo moderno. Ma dobbiamo rompere con gran parte di ciò che Marx ha insegnato sulla rivoluzione. Dobbiamo andare oltre Marx. E dobbiamo farlo proprio perché siamo marxisti, suoi allievi. E chi si attiene a Marx su questo punto, chi crede ancora nel sostegno delle classi medie, è antiquato, stupido, semplicemente non è un marxista. Ma questo non vale per tutti i paesi; ci sono paesi in cui le classi medie possono allearsi con il proletariato, e dove esistono ancora partiti veramente democratici, borghesi o contadini. Paesi in cui le cose sono ancora come ai tempi di Marx. Questi sono proprio i paesi in cui il capitale finanziario e i cartelli non sono ancora onnipotenti, vale a dire la Russia, i paesi balcanici, l’Ungheria, ecc. Pertanto, le tattiche che Marx ci ha insegnato sono giuste per quei paesi; in quei paesi la rivoluzione non è proletaria ma popolare. In quei paesi il proletariato deve unirsi alle classi medie, se vuole uscirne vittorioso. Non, tuttavia, in Germania, nell’Europa occidentale; lì è solo. È proprio qui che risiede la causa di tutta la stupidità e la confusione mentale del VKPD, della Terza Internazionale e del CE (4). Questa fede nel vecchio Stato dell’Europa occidentale, questa convinzione che qui viviamo ai vecchi tempi della democrazia, ai tempi di Marx, è la causa principale di tutte le tattiche errate per l’Europa occidentale. È questa la causa principale del fatto che la Terza Internazionale abbia adottato una tattica completamente sbagliata per l’Europa occidentale; è questa la causa principale del parlamentarismo, delle tattiche delle cellule, della «Lettera aperta» e anche del rovescio della medaglia di tutto ciò, la tattica del putsch. Quei poveri diavoli della Terza Internazionale e del CE credono che in Europa occidentale viviamo ancora ai vecchi tempi, ai tempi della Prima e della Seconda Internazionale! Questa è la prima stupidità fondamentale di Levi, che in tal modo non fa altro che esprimere la stupidità del VKPD e della Terza Internazionale.
Il proletariato è solo in Germania e nell’Europa occidentale. Questo è il primo principio fondamentale per la rivoluzione nell’Europa occidentale, per questa parte della rivoluzione mondiale. E il secondo principio è che il capitale finanziario, i cartelli e l’imperialismo sono molto potenti a livello nazionale, ma anche internazionale, persino ora dopo la guerra, e uniscono tutti gli strati borghesi e contadini. Questa è la situazione, questa è la realtà. Questi devono essere i principi fondamentali della nostra tattica. Il proletariato internazionale, solo contro una vasta potenza internazionale. La più grande forza sociale che sia mai esistita. E, per la maggior parte, il proletariato è disarmato. Allora, cosa dobbiamo fare? Cosa assume per noi la massima importanza? Lo spirito e la fiducia in se stesso del proletariato internazionale.
E che dire delle tattiche sindacali? Un’ulteriore sintesi dello spirito di Levi. Non vogliono andarsene, non vogliono rompere perché vogliono le masse dei sindacati. E altrettanto antiquate sono le tattiche del VKPD, della Terza Internazionale, sulla questione del parlamentarismo. Il vecchio Stato e, di conseguenza, il parlamentarismo sono falliti. Ma al suo interno sta nascendo un nuovo Stato produttivo dei cartelli, degli Stinnes & Co., che stanno tentando di salvare il capitalismo (5). Il vecchio Stato, e il parlamentarismo in particolare, non sono altro che un teatro, una pantomima, che nasconde la realtà del nuovo Stato e che cerca di distogliere l’attenzione della classe operaia dalla realtà.
Chi prende parte alla lotta parlamentare non fa altro che assecondare questa illusione, questo inganno. È antiquato — con questo si intende che Levi, il VKPD e la Terza Internazionale sono antiquati. Le loro tattiche sono quelle della Seconda Internazionale.
E il nuovo Stato che cresce all’interno del vecchio, lo Stato di Stinnes e soci, lo Stato che si espande sia verticalmente che orizzontalmente: dove risiede il suo potere? Nelle imprese e nell’Orgesch (6). Non è possibile combattere le imprese solo con i sindacati. Bisogna combatterle con le organizzazioni di fabbrica (Betriebsorganisationen) e le Unionen (7). E non è possibile combattere l’Orgesch con il parlamentarismo. Bisogna combatterla con il partito antiparlamentare. Chi, come Levi, il v.k.p.d. e la Terza Internazionale, combatte contro questa struttura del nuovo Stato con i sindacati e il parlamentarismo, è antiquato e appartiene, secondo il suo modo di pensare, al mondo della Terza Internazionale.
E quali sono le tattiche della «Lettera aperta»? Quali sono le tattiche che si celano dietro le promesse politiche contenute nella Lettera aperta che non potranno mai essere mantenute? La Lettera aperta, redatta da Radek e sostenuta o ispirata da Lenin? Sono tutti metodi per radunare le masse in gran numero senza preoccuparsi della loro sostanza. È tutta una trappola per le masse. Per il VKPD e la Terza Internazionale, la massa è un oggetto, proprio come lo era per la Seconda. I dirigenti, i membri del parlamento e i nuovi dirigenti sindacali comunisti ce la faranno!! Questo è tutto l’essenza distillata dello spirito di Levi. Lo spirito che non capisce che il proletariato affronta da solo la più grande potenza del mondo.
E ora Levi si lamenta che le cose siano andate come sono andate a marzo! Si lamenta (pagine 22-29) che l’azione fosse solo un putsch. Che i comunisti abbiano assunto una posizione ostile nei confronti delle masse, che l’azione abbia dovuto essere intensificata con metodi bakuninisti provocando la Sipo (8) e la stessa classe operaia (pagine 30-34) e che sia stato coinvolto il lumpenproletariato per dare una mano (pagine 34-40) e, infine, che tutto ciò sia stato dettato da Mosca (pagine 40-44). Ma noi chiediamo: da dove viene tutto questo? Rivolgiamo questa domanda non al compagno Levi, ma piuttosto al VKPD e alla Terza Internazionale: se in Germania ora sono necessari i putsch (9), i metodi bakuninisti, la provocazione della classe operaia, l’aiuto del lumpenproletariato, se sono necessari ordini da Mosca, da dove viene tutto ciò se non come conseguenza delle vostre tattiche? E noi rispondiamo: sì. Voi stessi avete reso il VKPD ciò che è. Voi stessi avete fatto entrare masse non comuniste. Voi stessi avete fatto lo stesso in Francia e in Italia. Voi stessi avete concepito tattiche in modo tale che i non comunisti entrino a frotte nei partiti comunisti. Voi stessi avete usato il parlamento, che è solo una facciata per le banche, i cartelli, gli Stinnes e i Ludendorff, per attirare le masse non comuniste nella vostra rete. Avete permesso ai sindacati ufficiali, i più grandi nemici dei lavoratori, di mercanteggiare per intrappolare le masse. Avete considerato le masse come un oggetto e i dirigenti parlamentari e sindacali come il centro dell’attenzione. Per voi le masse sono tutto, il numero; volete solo numeri, non qualità. C’è da stupirsi dei risultati? Se inseguite solo i numeri, se le masse sono un oggetto, allora il putsch arriva automaticamente, perché non avete alcuna sostanza concreta, alcuna sostanza reale. Voi stessi, voi, il VKPD e il Comitato Esecutivo e la Terza Internazionale, con le vostre tattiche false, stupide, perverse e antiquate, siete colpevoli proprio di ciò per cui Levi, uno di voi, colui che ha ideato queste tattiche insieme a voi, spirito del vostro spirito, vi rimprovera. Volevate le masse senza sostanza qualitativa, ed ecco il risultato. Ma vi facciamo appello: per quanto tempo ancora resterà così? Per quanto tempo continuerete a inseguire una fantasia con pseudo-lotte parlamentari, alla ricerca delle masse non comuniste; per quanto tempo inseguirete masse prive di coscienza di classe con i sindacati ufficiali, i consigli statutari e le tattiche delle cellule comuniste? Per quanto tempo perseguirete una politica incentrata sulla dirigenza invece che sulle masse? La Russia, la Baviera, la Germania, o anche solo la Russia, non sono forse esempi sufficienti? I proletari devono forse cadere ancora e ancora, senza che noi traiamo gli insegnamenti necessari dalla sconfitta e dalle vittime? Ciò che afferma Levi (pagina 48) è sbagliato: che il destino della rivoluzione sia segnato e che siano giunti i giorni della reazione vittoriosa; è vero il contrario. La crisi globale, trattenuta per due anni dalla conclusione della guerra, è solo all’inizio; sarà terribile e potrà e ci porterà alla vittoria. Sebbene sia vero (pagina 20) che le ondate rivoluzionarie non si stanno ampliando, che la completa bancarotta politica e morale delle classi dominanti non è ancora arrivata, che l’insicurezza degli elementi vacillanti non è ancora assoluta, anche questo è in gran parte dovuto alle tattiche errate della Terza Internazionale. Dobbiamo tuttavia tenere conto del fatto che il proletariato si trova ad affrontare l’avversario più terribile, tutte le classi avversarie, da solo e disarmato, e che deve quindi conquistare la rivoluzione solo grazie alla sua qualità, al suo spirito, alla sua autocoscienza, alle sue convinzioni comuniste. È solo grazie alle tattiche del KAPD e dell’AAU, che infondono nelle masse questa fiducia comunista in se stesse, a spingerle a lottare anziché tentare colpi di Stato, rendendo così possibile la vittoria finale. Per quanto tempo ancora la lotta dei comunisti in Parlamento manterrà le sembianze di una lotta e indebolirà la vera lotta contro lo Stato, contro Stinnes e Orgesch?
Per quanto tempo ancora sosterranno la pseudo-lotta dei sindacati ufficiali, quelle formazioni fittizie, e boicotteranno la lotta delle organizzazioni di fabbrica?
Per quanto tempo ancora continueranno a sabotare le nuove strategie del marxismo scientifico? Finché lo faranno, ogni putsch sarà seguito da una sconfitta.
Capitolo 4: Che cosa significa per noi l’Azione di marzo?
Per Paul Levi e la sua cricca, l’Azione di marzo non fu altro che «il più grande putsch bakuninista della storia fino a quel momento». Questo giudizio rende onore all’autore dell’opuscolo «La nostra via contro il putschismo», nella misura in cui egli rimase fedele alle sue precedenti convinzioni. Egli è rimasto il difensore coerente dell’«antiputschismo», che ha instancabilmente predicato sin dalla morte di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, e ne ha fatto il leitmotiv della sua politica. I giganti letterari del VKPD discutono se l’antiputschismo di Levi sia sincero o se forse nasconda il timore di qualsiasi forma di lotta rivoluzionaria. Per noi è sufficiente dire che la caratterizzazione data da Levi all’Azione di Marzo scredita non l’Azione di Marzo in sé, ma piuttosto il suo autore. Il verdetto secondo cui si è trattato del «più grande putsch bakuninista della storia fino ad oggi» non dice altro se non che qui abbiamo a che fare con la più grande stupidità anti-putschista della storia fino ad oggi. Centomila operai si sono sollevati in lotta; si sono lanciati in una lotta che era inevitabile. La roccaforte rivoluzionaria della Germania centrale era riuscita a respingere gli attacchi più insolenti dell’impresa capitalista. E questo proprio perché il centro industriale della Germania centrale doveva diventare una fonte di maggiore sfruttamento. Ciò assunse la massima importanza per il capitalismo tedesco, in primo luogo perché la regione industriale della Ruhr era minacciata dall’occupazione francese e, in secondo luogo, perché l’Alta Slesia rischiava di essere separata del tutto dal corpo economico tedesco, mettendo il capitale tedesco in una situazione gravemente pericolosa. La classe imprenditoriale tedesca non aveva altra scelta che costringere gli operai della Germania centrale sotto il proprio giogo con la violenza più spietata. Gli operai della Germania centrale compresero questa situazione meglio di Paul Levi e dei suoi seguaci. Il loro attacco contro la Polizia Verde e la marmaglia della Reichswehr era la difesa delle loro condizioni di vita più elementari. Ma questa lotta degli operai della Germania centrale era più di una semplice difesa dei salari e delle condizioni di lavoro; era il primo attacco deliberato dei proletari rivoluzionari della Germania contro il potere statale borghese. Gli operai della Germania centrale, che fin dal primo giorno hanno abbracciato con tanto eroismo la lotta, hanno il merito storico di aver indicato ai loro compagni di classe l’unica via che può condurli fuori dal caos capitalista. Il fatto che abbiano dovuto subire una sconfitta in questa lotta a causa del palese tradimento dei traditori sociali di entrambe le correnti e dei sindacati ufficiali, insieme al sabotaggio più o meno palese di ampi settori del VKPD, non dimostra nulla contro la correttezza e la necessità di questa azione. Il fatto stesso di questa sconfitta è la prova della necessità delle lotte di marzo. Proprio perché milioni di proletari tedeschi soccombono agli slogan ingannevoli dei partiti socialdemocratici e dei sindacati ufficiali, una lotta offensiva così determinata da parte dell’avanguardia proletaria è una doppia necessità.
Soprattutto, la grande importanza dell’Azione di marzo risiede nel fatto che il incantesimo di passività che gravava sulla classe operaia tedesca, e che per così tanto tempo ha significato la rovina della rivoluzione tedesca, è stato finalmente spezzato. La mancanza di attività degli operai tedeschi è stata finora il più grande ostacolo all’ulteriore sviluppo della rivoluzione proletaria in Germania. La timidezza nervosa e la tendenza a evitare qualsiasi lotta decisiva sono state finalmente superate. L’Azione di marzo degli operai della Germania centrale funge anche da monito per il resto dei loro compagni di classe: se non riusciranno a decidere, come i loro eroici fratelli della Germania centrale, di intraprendere la lotta aperta contro il potere statale borghese, andranno incontro a un disastro senza speranza.
I proletari tedeschi dovranno imparare da questa apparente sconfitta che in futuro non ci sarà alcuna possibilità di sottrarsi alla lotta. L’illusione che il proletariato possa condurre una vita ragionevolmente spensierata, anche sotto la dittatura del capitale, sarà ben presto spazzata via dall’ulteriore decomposizione del capitalismo tedesco. Più si avvicina la campana a morto del capitalismo tedesco, più disperati, sofisticati e violenti saranno i metodi che esso adopererà contro la classe sfruttata. I proletari tedeschi si troveranno presto di fronte alla necessità di intraprendere la lotta diretta contro il capitale per difendere i propri bisogni più elementari. E questa lotta inevitabile dovrà essere condotta ancora una volta con gli stessi metodi messi in atto dagli operai della Germania centrale, ma in una forma senza precedenti per la sua intensità.
Per questo motivo, la sconfitta degli operai della Germania centrale ha per noi lo stesso significato di qualsiasi altra sconfitta; è una parte necessaria del processo rivoluzionario, da cui il proletariato in lotta trae i propri insegnamenti e che, nel suo effetto finale, fa nascere la vittoria definitiva della classe operaia. Non sarà l’ultima sconfitta, ma ci rendiamo conto che sconfitte come quelle subite di recente, così come le più grandi vittorie, devono essere oggetto di riflessione da parte dei proletari rivoluzionari. Chi non lo capisce ha compreso delle leggi della dialettica storica tanto quanto Paul Levi, l’autore del «più grande putsch bakuninista della storia fino ad oggi».
Capitolo 5: Lezioni della lotta
Misurata in base alla portata della lotta di marzo del 1920, che coinvolse l’intera classe operaia tedesca, la rivolta degli operai della Germania centrale sembra avere un’importanza di gran lunga minore. Ma ci sembra errato, fin dall’inizio, tracciare un parallelo tra la lotta difensiva degli operai tedeschi nei giorni di Kapp-Lüttwitz e l’insurrezione nella Germania centrale. Sebbene all’epoca le lotte svoltesi nella regione della Ruhr potessero essere state più estese di quelle nella Germania centrale, sebbene fossero state condotte secondo un piano prestabilito e anche se perseguivano anch’esse l’obiettivo immediato di instaurare la dittatura proletaria, resta il fatto che quelle lotte si svilupparono inizialmente da un’azione difensiva e che, proprio nel momento in cui lo sciopero generale era stato portato avanti in tutto il paese, proprio in quel momento si svolsero lotte armate anche in altre parti del Reich; in una parola, che le battaglie nella regione della Ruhr furono portate avanti dalla volontà dell’intera classe operaia tedesca.
La lotta nella Germania centrale era quella dell’avanguardia rivoluzionaria della classe operaia tedesca, concentrata in un unico polo industriale. Questa avanguardia rivoluzionaria era isolata. Non solo gli operai delle altre parti del Reich si comportavano in modo più o meno passivo, ma anche le grandi masse della Germania centrale erano neutrali, se non addirittura ostili, nei confronti dell’avanguardia in lotta. L’influenza dei partiti socialdemocratici e dei sindacati si fece sentire con più forza rispetto all’appello alla solidarietà proletaria. Da ciò ne consegue per noi che, da un lato, la lotta contro queste organizzazioni, che sono al servizio dello Stato borghese, deve essere condotta in misura ancora maggiore e con metodi molto più forti rispetto a quanto fatto finora. Questo blocco controrivoluzionario dei partiti socialdemocratici e dei sindacati non può essere eliminato conducendo la lotta sullo stesso terreno, vale a dire nelle pseudo-battaglie orchestrate dai dirigenti parlamentari e sindacali; ciò può avvenire solo cercando di affrontare la radice del male, attaccando le fondamenta di tali entità controrivoluzionarie; in altre parole, la lotta deve essere condotta nelle fabbriche contro i comitati aziendali statutari e deve essere portata avanti in modo sistematico e spietato.
Un’altra lezione che si può trarre dalle lotte di marzo è che, nonostante tutta la necessità di propaganda, le illusioni dei proletari tedeschi sulla democrazia e sulle questioni correlate vengono eliminate in modo più efficace solo nella lotta rivoluzionaria stessa. Solo il conflitto diretto tra sfruttatori e sfruttati rende chiaro alla coscienza che non potrà mai e poi mai esserci un’armonia di interessi tra le due classi. Il conflitto aperto con lo Stato borghese-capitalista svela il vero volto della democrazia agli occhi di tutti. La giustizia vendicativa dello Stato borghese e l’opera di carnefice dei tribunali d’eccezione rivelano anche all’ultimo proletario che l’essenza della democrazia è il regno del terrore della classe capitalista.
E un’altra illusione viene smontata. Si tratta dell’illusione dell’esistenza di un partito comunista di massa. I giorni di marzo hanno dimostrato che un simile partito di massa non esiste, o per essere più precisi, che non può esistere come partito comunista di massa. Il grave errore della Terza Internazionale fu quello di aver scisso il partito di massa del Partito Socialdemocratico Indipendente senza che sussistessero i necessari presupposti interni per tale scissione. Ammettevano gli indipendenti di «sinistra» nella Terza Internazionale, senza esigere da loro altro che il riconoscimento teorico delle 21 Condizioni (10). Effettuata per mezzo di una scissione puramente meccanica, dietro lo slogan: «per o contro Mosca», avremmo conquistato le grandi masse. Ma per la maggior parte esse erano ancora sotto l’incantesimo della Seconda Internazionale. Queste masse, ancora essenzialmente socialdemocratiche, costituivano la spina dorsale del nuovo partito comunista di massa. La situazione non era migliore, nemmeno di un capello, per quanto riguarda i dirigenti, che per la maggior parte furono spinti a malincuore verso sinistra sotto la pressione delle masse. La mancanza di chiarezza dei dirigenti del partito sulle questioni tattiche era particolarmente evidente nel fatto che una mezza dozzina di correnti si scontravano tra loro, senza che nessuna di esse sapesse in cosa si differenziasse fondamentalmente dalle altre. Non sorprende affatto che un partito interamente orientato ai metodi delle pseudo-lotte parlamentari e sindacali, abituato a combattere sul terreno legale della costituzione, si sia dimostrato incapace di far fronte alle richieste senza precedenti di una situazione come quella che si era venuta a creare nella Germania centrale. L’obiezione secondo cui in quell’occasione il VKPD fosse destinato a fallire perché non ancora sufficientemente forte al suo interno non regge. Perché finché sarà un partito di massa non sarà mai forte al suo interno. Nel momento di una situazione rivoluzionaria, il netto contrasto tra la parte rivoluzionaria attiva e la grande massa, che non ha chiara la necessità della lotta rivoluzionaria, diventerà sempre più acuto. In altre parole: un simile partito di massa deve, quando si scatena la lotta aperta, dividersi in almeno due partiti. Il fallimento del VKPD, qualora dovesse sopravvivere a questa ultima azione come partito, emergerà in misura ancora maggiore nelle azioni future, man mano che la resistenza della classe capitalista in declino si rafforzerà sempre di più e le richieste rivolte al proletariato rivoluzionario dovranno diventare sempre più pressanti. Se non si terrà conto di ciò rompendo con la tradizione e le tattiche del partito seguite finora, e se non verranno messi in atto nuovi metodi di lotta adeguati alla rivoluzione proletaria, allora un partito di massa come il VKPD, i cui metodi di lotta appartengono all’epoca della Seconda Internazionale, dovrà, per necessità storica, disgregarsi man mano che la rivoluzione si svilupperà ulteriormente. Dobbiamo accelerare questo processo. Prima verrà eliminato questo partito, che offusca tutti i veri antagonismi, questo partito di compromesso tra la Seconda e la Terza Internazionale, meglio sarà per il progresso della rivoluzione. Il processo della rivoluzione proletaria richiede lo sviluppo di un fronte chiaro e unificato per la lotta di classe; la scelta oggi è tra la politica parlamentare-sindacale-legale e la politica della lotta di classe proletaria-rivoluzionaria. Il KAPD e i suoi sostenitori vengono bollati come criminali dall’intera stampa borghese, compresi Vorwärts e Freiheit. Va bene! I nostri compagni saranno criminali, criminali contro l’ordine borghese. Per questo motivo, nell’interesse della rivoluzione proletaria, non può esserci alcuna alleanza politica con partiti che non possono e non vogliono liberarsi dal fascino della legalità.
La critica alla natura del partito comunista di massa non deve però indurci a cadere nell’errore di passare all’estremo opposto, ovvero quello di sostenere che un partito rivoluzionario debba essere il più piccolo possibile. Ciò che dobbiamo fare è trovare la giusta via di mezzo tra i due pericoli rappresentati dalla setta e dal partito di massa. Se continuiamo a concentrare i nostri sforzi principalmente sulla qualità dei membri, il numero di questi deve comunque rimanere sufficientemente ampio da consentirci, in qualsiasi momento, di raggiungere le orecchie delle masse. Non respingeremo gli operai rivoluzionari del VKPD se sono seriamente disposti a lottare con noi per la vittoria della rivoluzione, se vogliono collaborare con noi in un’unica organizzazione. Tali compagni non possono però essere conquistati facendo alcuna concessione alla politica e alla tattica del VKPD. Possiamo essere interessati solo a quei compagni di classe che si avvicinano a noi perché si sono convinti della correttezza e della necessità delle nostre dottrine. È più che mai necessario formulare le dottrine del KAPD nel modo più chiaro e netto possibile.
I nostri principi e i nostri metodi di lotta hanno superato brillantemente la prova in questa azione. Il KAPD è emerso da questa lotta unito e coeso. Piange molti dei suoi caduti. Interi quartieri sono stati devastati dalla furiosa bestia della reazione bianca. Ma nel complesso, il Partito Comunista Operaio di Germania ha ottenuto una grande vittoria.
Capitolo 6: Compiti futuri
In un capitolo precedente abbiamo detto:
«La classe operaia decide di lottare solo sotto la pressione più estrema, nella miseria più estrema. All’inizio lotta nel suo insieme solo per difendersi e passa all’attacco solo gradualmente, nel corso della lotta». Cosa significa questo per il nostro prossimo compito? Significa forse che dobbiamo aspettare che si verifichi questa pressione estrema, questa miseria estrema? Dobbiamo aspettare che il capitale provochi il contrattacco dell’intera classe operaia contro un attacco generale alle condizioni di esistenza più vitali del proletariato? O dobbiamo forse aspettare il miracolo di un secondo putsch di Kapp? Un’attesa del genere sarebbe al tempo stesso stupida e perfida. La stupidità consisterebbe nell’aspettare la stupidità del nostro avversario. E questa è sempre la più grande stupidità di tutte. Non c’è bisogno di aspettare un altro putsch di Kapp. Non accadrà. Non si può attribuire al signor Stinnes una tale stupidità da far credere che nutra anche solo il minimo interesse a lavorare per il fronte unito della classe operaia tedesca. Anche un attacco generale del capitale alle condizioni di vita del proletariato – condotto simultaneamente su tutta la linea – sarebbe l’atto di un pazzo, troppo rischioso perché noi potessimo contarci. La classe imprenditoriale, purtroppo, procederà in modo decisamente più astuto e sistematico. Insomma, aspettare e sperare in tali miracoli sarebbe davvero il colmo della stupidità.
D’altra parte, naturalmente, nemmeno gli Hilferding e i Levi sono così stupidi da non rendersene conto; la loro politica – per ribadirlo ancora una volta – non ha nulla a che vedere con tattiche difensive. È una politica di pura passività, una politica che teme la rivoluzione proletaria. È il tradimento consapevole del proletariato rivoluzionario.
La rivoluzione proletaria in Germania, tuttavia, non può e non deve attendere oltre. Non deve aspettare che il capitalismo in Germania – cosa, bisogna ammetterlo, molto improbabile – si rimetta in piedi. Ma esiste un’altra prospettiva, di fronte alla quale non possiamo rimanere passivi: che la classe capitalista continui a rovinare l’economia a tal punto che la rivoluzione proletaria vittoriosa si trovi di fronte a un cumulo di rovine, il che metterebbe in discussione una ricostruzione in senso comunista – o addirittura la renderebbe impossibile. Inoltre, l’imminente cessione dell’industria renana al capitalismo dell’Intesa e la prevista separazione dell’Alta Slesia dall’area economica tedesca taglierebbero le ali alla rivoluzione in Germania. Questo terribile rischio ci sta fissando dritto negli occhi.
Ciò implica, com’è ovvio, che dobbiamo assumerci il compito di portare avanti la linea di una politica attivamente rivoluzionaria, con i mezzi più efficaci a nostra disposizione. Le lotte di marzo sono fallite perché sono state portate avanti solo dall’avanguardia rivoluzionaria del proletariato. Ne consegue che la base per l’offensiva nelle azioni future deve essere ampliata. Sarà possibile conquistare a una politica offensiva masse ampie e sempre più numerose della classe operaia tedesca, purché in un primo momento gli interessi economici dell’intera classe operaia siano posti in primo piano nelle lotte. Le lotte che hanno il loro punto di partenza nelle fabbriche saranno, con ogni probabilità, le più adatte a coinvolgere il proletariato in quanto classe.
A questo proposito, l’Allgemeinen Arbeiter-Union assume la massima importanza. Nel prossimo futuro dovrà concentrare la propria attività nelle fabbriche sulla creazione del clima necessario per scatenare tali lotte di massa e poi, cosa più importante, per respingere con effetto immediato ogni tentativo dei capitalisti di attaccare i salari e le condizioni di lavoro. Ma ciò non basta; dovrà adoperarsi per garantire che tali lotte di massa si trasformino in lotte per la presa delle fabbriche. Gli scioperi di massa, combinati con l’occupazione dei luoghi di lavoro, saranno in futuro il metodo di lotta standard. La lotta per il controllo dei luoghi di lavoro, sotto la guida di comitati d’azione, rafforza in modo molto efficace la coscienza di classe del proletariato e ripristinerà gradualmente il rapporto parzialmente interrotto tra i lavoratori occupati e quelli disoccupati, quando questi ultimi saranno riuniti con i loro compagni della classe operaia in una comunità di lotta.
È evidente che la lotta per il controllo delle fabbriche conduce direttamente all’insurrezione armata. Di fatto, l’occupazione dei luoghi di lavoro non è altro che una parte dell’insurrezione armata. È discutibile se le lotte seguiranno sempre questo schema. Ma è chiaro che senza la lotta diretta per il controllo dei luoghi di lavoro, la rivoluzione non potrà avere successo in Germania. Questi due metodi di lotta, l’occupazione dei luoghi di lavoro e l’insurrezione armata, che si potrebbero descrivere come le forme italiana e russa della lotta di classe, saranno – combinati tra loro – necessari per superare le enormi difficoltà di un’offensiva rivoluzionaria in Germania e giungere a un esito positivo (11). La lotta per i luoghi di lavoro mobiliterà necessariamente il proletariato in numero sempre maggiore, fino a sfociare nella lotta di classe contro classe nelle battaglie decisive per la conquista del potere politico.
Infine, va sottolineato che la solidarietà di interessi del capitale internazionale richiede l’ampliamento del fronte della lotta di classe su scala internazionale. La lotta dei minatori inglesi si sarebbe risolta molto rapidamente a loro favore se il proletariato internazionale avesse dimostrato loro una solidarietà attiva. Il terreno perduto va recuperato immediatamente. Dovremo fare in modo che, nel suo percorso attraverso l’Internazionale Sindacale Rossa, la lotta di classe non si fermi ai confini dello Stato capitalista. Ciò significa portare avanti la lotta contro l’Internazionale gialla di Amsterdam, la prostituta del capitale mondiale, in misura ben maggiore e con metodi molto diversi rispetto al passato (12). La lotta contro Amsterdam non si limita alla lotta contro la burocrazia sindacale ufficiale, ma è una lotta contro il sistema sindacale stesso. Il compito fondamentale dell’Allgemeine Arbeiter-Union è quello di far prevalere questa idea all’interno dell’Internazionale Sindacale Rossa. Ogni nuova lotta convincerà l’Internazionale Rossa della correttezza del nostro programma. Dovranno riconoscere che la vittoria della rivoluzione proletaria in Germania è possibile solo seguendo la nostra tattica e i nostri metodi di lotta.
La Terza Internazionale dovrà trarre al più presto i giusti insegnamenti dalla sconfitta delle lotte di marzo, che è anche la sua sconfitta. La revisione delle 21 Condizioni, alla luce del carattere delle lotte di classe, è l’urgenza del momento. L’opera del KAPD all’interno della Terza Internazionale è più indispensabile che mai. Esso ha il dovere di riportare la Terza Internazionale sulla retta via. Questo sforzo deve essere portato avanti con energia e chiarezza di obiettivi. Vogliamo trasformare la Terza Internazionale in un’arma per la rivoluzione proletaria. Se ci riusciremo, non avremo nulla da temere per il futuro corso della rivoluzione mondiale.
Pubblicato in Berlino dal KAPD nel 1921
Tradotto a partire della traduzione in inglese ad opera di Ed Walker (tranne quando segnalato, le note al piè di pagina sono sue)
Note
(1) L’8 gennaio 1921 il VKPD avviò una campagna su larga scala nel più puro stile del «fronte unico operaio». Il comitato centrale inviò una «lettera aperta» a tutte le «organizzazioni operaie», dai sindacati più reazionari al KAPD e all’AAUD, proponendo una lotta comune contro il capitalismo. Redatta da Karl Radek e Paul Levi, la lettera invocava una campagna per aumentare i salari, sciogliere le «organizzazioni di difesa borghesi», creare organizzazioni di autodifesa operaia e costringere la Germania a ristabilire le relazioni diplomatiche con la Russia.
(2) Il Vorwärts era il quotidiano dei socialdemocratici maggioritari, l’SPD.
(3) Freiheit era il giornale dei Socialdemocratici Indipendenti, l’USPD.
(4) Il Comitato Esecutivo dell'Internazionale Comunista.
(5) Hugo Dieter Stinnes (1870-1924) fu un industriale e politico tedesco. Fu il promotore di iniziative volte a integrare i sindacati tedeschi nel capitalismo, a partire dall’accordo Stinnes-Legien stipulato subito dopo la prima guerra mondiale.
(6) L'Orgesch (Organisation Escherich) era un esercito privato fondato da Georg Escherich, guardaboschi, commerciante di legname, commerciante coloniale e politico, sulla scia della Rivoluzione di novembre e della Repubblica Sovietica di Monaco. Fu sciolto dalle potenze dell'Intesa nel 1921, per poi riemergere in seguito con altre denominazioni.
(7) Il termine tedesco per «sindacato» è «Gewerkschaft». Nel 1920 i sindacati erano stati integrati nel capitalismo attraverso l’accordo Stinnes-Legien e altri accordi. Le Unionen, in particolare l’Allgemeine Arbeiter-Union (AAU), erano organizzazioni di operai che si opponevano ai sindacati ufficiali. Il «unionismo» sosteneva inoltre che gli operai dovessero essere organizzati per fabbrica/luogo di lavoro e poi per regioni economiche (e non per mestieri o settori industriali).
(8) La Sicherheitspolizei (Sipo) era una forza di polizia paramilitare tedesca istituita alla fine del 1919 nella maggior parte dei Länder (stati) della Repubblica di Weimar e finanziata in gran parte dal Reich. Era conosciuta come la «Polizia Verde» per via del colore della sua uniforme.
(9) Per putsch non intendiamo l’insurrezione operaia seguita alla sfida di Hörsing, bensì il tentativo sintetico della dirigenza del partito VKPD di mettere in atto un’azione prima che scattasse l’innesco immediato, a qualsiasi costo (Nota del KAPD).
(10) Ciò si riferisce alle condizioni proposte da Lenin per l’adesione dei partiti socialisti alla Terza Internazionale (Comintern). Tali condizioni furono formalmente adottate dal Secondo Congresso del Comintern nel 1920.
(11) Con l’espressione «la forma italiana di lotta di classe» si fa qui riferimento alle occupazioni di fabbrica promosse dalla fazione de L’Ordine Nuovo del Partito Socialista Italiano. La posizione qui sostenuta dal KAPD è più vicina a quella della fazione astensionista guidata da Amadeo Bordiga, secondo cui le occupazioni non avrebbero potuto avere successo se non fossero state accompagnate da una presa del potere sul modello russo.
(12) La Federazione Sindacale Internazionale (nota anche come «Internazionale di Amsterdam») era un’organizzazione internazionale di sindacati di orientamento socialdemocratico.