Nota dell'editore: Questa edizione della Lettera aperta al compagno Lenin di Herman Gorter si basa sulla versione pubblicata da Connessioni per la lotta di classe, rivista e integrata con le versioni inglese, francese e spagnola. Sono stati aggiunti paragrafi mancanti e le note al piè di pagina dell'edizione inglese per un testo più completo e accurato.
Premessa
Vorrei attirare la vostra attenzione, compagno Lenin, la vostra e quella del compagno lettore, sul fatto che questo opuscolo è stato scritto durante la marcia vittoriosa dei russi su Varsavia.
Vorrei anche scusarmi con voi e con il lettore per le numerose ripetizioni. Poiché la tattica dei «sinistristi» è sconosciuta agli operai di quasi tutti i paesi, non ho potuto evitare le ripetizioni.
Herman Gorter
Introduzione
Caro compagno Lenin,
Ho letto il vostro opuscolo sul sinistrismo nel movimento comunista. Ne ho tratto molti insegnamenti, come da tutte le vostre opere. Ve ne sono riconoscente, insieme, certamente, a molti altri compagni. Molte tracce e molti germi di questa malattia infantile che, senza dubbio, si trovavano anche in me, sono stati scacciati e certamente lo saranno ancor più nel futuro. La stessa cosa può essere affermata per quello che voi dite sulla confusione che la rivoluzione ha causato in molte teste: si tratta d'un giudizio giustissimo. Lo so: la rivoluzione è arrivata così improvvisa e così imprevista! La vostra opera sarà per me un nuovo stimolo a far dipendere sempre e innanzitutto il mio giudizio su tutte le questioni tattiche, ivi compresa quelle della rivoluzione, soltanto dalla situazione reale, dai rapporti di forza reali tra le classi, quali si manifesteranno politicamente ed economicamente.
Dopo avere letto il vostro opuscolo, ho pensato: tutto questo è giusto.
Ma quando, a testa riposata, mi sono domandato a lungo se ora avrei dovuto smettere di sostenere questa «sinistra» e di scrivere articoli per il KAPD e per il partito dell'opposizione in Inghilterra, sono stato costretto a rispondere negativamente.
Ciò sembra contradditorio. Ma la contraddizione deriva, compagno, dal fatto che il vostro punto di partenza nell'opuscolo non è giusto. Avete torto, secondo me, per quanto riguarda il parallelismo tra la rivoluzione nell'Europa dell'ovest e la rivoluzione russa, per quanto riguarda le condizioni della rivoluzione nell'Europa dell'ovest, in altri termini per quanto riguarda il rapporto di forza tra le classi; a causa di ciò, voi non conoscete il terreno di sviluppo della Sinistra, dell'Opposizione. E quindi l'opuscolo appare corretto se si adotta il vostro punto di partenza; se lo si respinge (ed è quello che si deve fare), allora l'intero opuscolo è falso. Poiché tutti i giudizi che voi date, gli uni erronei, gli altri radicalmente falsi, confluiscono nella condanna del movimento di sinistra, particolarmente in Germania e in Inghilterra, e poiché io, pur senza essere d'accordo su tutti i punti con questo movimento, come sanno i suoi capi, resto pienamente deciso a difenderlo, credo di agire nel modo migliore rispondendo al vostro opuscolo con una difesa della Sinistra. Ciò mi darà l'occasione non soltanto di rivelare il suo terreno di sviluppo, di provare il suo diritto all'esistenza e le sue attuali caratteristiche, qui nell'Europa dell'Ovest, nella fase attuale, ma anche - e questo è forse anche importante - di combattere le rappresentazioni capovolte che prevalgono in merito alla rivoluzione europeo-occidentale, soprattutto in Russia. L'una e l'altra cosa hanno la loro importanza; sia la tattica europeo-occidentale che quella russa dipendono dalla concezione della rivoluzione nell'Europa occidentale.
Avrei volentieri eseguito questo compito al congresso di Mosca, ma non sono stato in condizioni di parteciparvi.
In primo luogo devo rifiutare due delle vostre critiche che possono fuorviare l'opinione dei compagni e dei lettori. Voi parlate con ironia e con sarcasmo dell'inerzia ridicolmente puerile di questa lotta in Germania a proposito di «dittatura dei capi o delle masse», «del vertice o della base», ecc. Che problemi del genere non dovrebbero esistere, siamo perfettamente d'accordo. Ma non siamo d'accordo con l'ironia. Perché, disgraziatamente, si tratta di questioni ancora aperte nell'Europa occidentale. In effetti noi abbiamo in Europa occidentale, in molti paesi ancora, dei capi uguali a quelli che c'erano nella Seconda internazionale, siamo ancora alla ricerca di veri capi che non cercano di dominare le masse e non le tradiscono; fino a quando non li avremo, vogliamo che tutto si faccia dal basso verso l'alto, e attraverso la dittatura delle masse stesse. Piuttosto che avere in montagna una guida che mi conduce nell'abisso, preferisco non averne. Quando avremo trovato i veri capi, potrà cadere questa ricerca. Perché allora massa e capo saranno tutt'uno. È questo, e nient'altro, che vogliamo dire, la sinistra tedesca, la sinistra inglese e noi.
E la stessa cosa vale anche per la vostra seconda critica, in base alla quale il capo deve formare con la massa e la classe un tutto omogeneo. Noi siamo completamente d'accordo. C'è solo il problema di trovare e di educare capi simili, che siano veramente uniti alla massa. Trovarli ed educarli, è una cosa che le masse, i partiti politici e i sindacati potranno fare soltanto con una lotta estremamente difficile condotta anche al proprio interno. Ciò vale anche per quanto concerne la disciplina di ferro e il centralismo rafforzato. Noi vogliamo tutto questo ma soltanto dopo aver trovato i veri capi, e non prima. Su questa durissima battaglia che viene attualmente condotta, con il massimo sforzo, in Germania e in Inghilterra, la vostra ironia non può che avere un'influenza nefasta. Con questo sarcasmo voi fate il gioco degli elementi opportunisti della Terza Internazionale. Perché è proprio uno dei mezzi con i quali alcuni elementi della Lega di Spartaco e del BSP in Inghilterra, e anche dei partiti comunisti di numerosi altri paesi, riescono ad ingannare gli operai dicendo loro che tutta la questione della massa e del capo è un non-senso, «è assurda e puerile». Con questa frase evitano, e vogliono evitare, ogni critica nei loro confronti, in quanto leader. È proprio grazie a questa frase della disciplina di ferro e della centralizzazione, che essi schiacciano l'opposizione. Voi mascherate il lavoro degli elementi opportunisti.
Non dovete fare questo, compagno. In Europa occidentale siamo ancora nello stadio della preparazione. Si dovrebbe sostenere quelli che lottano piuttosto che quelli che comandano.
Ma questo lo dico solo en passant. Vi ritornerò sopra ancora nel corso della mia lettera. Esiste una ragione più profonda per la quale non posso essere d'accordo con il vostro opuscolo. È la seguente:
Quando noialtri, marxisti dell'Europa occidentale, leggiamo i vostri opuscoli, i vostri studi e i vostri libri, c'è, in mezzo all'ammirazione e al consenso per tutto quanto avete scritto, un momento in cui quasi sempre diventiamo molto prudenti nella lettura, un momento sul quale attendiamo chiarimenti più dettagliati e successivamente, non avendo trovato questi chiarimenti, non accettiamo le vostre tesi senza grosse riserve. È il punto nel quale parlate degli operai e dei contadini poveri; ne parlate molto, molto spesso. E sempre parlate di queste due categorie come di fattori rivoluzionari nel mondo intero. E mai, stando almeno a quanto io ho letto, fate emergere chiaramente e distintamente la grandissima differenza che esiste in questo campo tra la Russia da un lato (e alcuni paesi dell'Europa orientale) e, dall'altro lato, l'Europa dell'ovest (vale a dire la Germania, la Francia, l'Inghilterra, il Belgio, l'Olanda, la Svizzera e i paesi scandinavi, forse anche l'Italia). E pertanto, a mio avviso, è proprio questa differenza a determinare le divergenze che contrappongono la sua concezione della tattica da seguire nelle questioni sindacali e parlamentari a quella delle «sinistre» dell’Europa occidentale riguardo alla differenza esistente a questo proposito tra l’Europa occidentale e la Russia.
Conoscete bene, naturalmente, quanto me, questa differenza, ma non ne avete tratto le conclusioni per quanto riguarda la tattica in Europa occidentale, stando almeno a quanto ho letto dei vostri scritti. Avete trascurato di esaminare queste conclusioni e, a causa di ciò, il vostro giudizio sulla tattica in Europa occidentale è sbagliato (2).
Ciò è stato e resta tanto più pericoloso in quanto ovunque, in Europa occidentale, quella vostra frase è ripetuta meccanicamente in tutti i partiti comunisti, anche da parte di marxisti. Sembrerebbe addirittura, stando ai giornali, riviste e opuscoli comunisti e alle riunioni pubbliche, che, all'improvviso, è imminente in Europa occidentale una rivolta dei contadini poveri. Non si fa notare la grande differenza con la Russia. E di conseguenza il giudizio è falsato, così come è fuorviato il proletariato. Giacché voialtri in Russia avete una immensa classe di contadini poveri e avete vinto con il loro aiuto, presentate le cose come se in Europa occidentale anche noi avremo, in prospettiva, lo stesso aiuto. E giacché voialtri in Russia avete vinto esclusivamente grazie a quell’aiuto, presentate le cose come se soltanto con questo aiuto si possa vincere anche qui. Con il vostro silenzio su questa questione per quel che riguarda l'applicazione di tale tattica all'Europa occidentale, voi presentate le cose come le ho ora esposte, e tutta la vostra tattica scaturisce da questa concezione.
Ma tale concezione non è veritiera. Esiste una formidabile differenza tra la Russia e l'Europa occidentale. In linea generale, l'importanza dei contadini poveri come fattore rivoluzionario, diminuisce passando dall'est all'ovest. In Asia, in Cina e in India, questa classe sarebbe assolutamente determinante se dovesse scoppiare una rivoluzione. In Russia rappresenta per la rivoluzione un fattore indispensabile ed essenziale. In Polonia e in qualche altro Stato dell'Europa meridionale e centrale, costituisce ancora un atout importante per la rivoluzione, ma poi, più si va verso l'ovest e più la si vede ergersi ostile di fronte alla rivoluzione.
La Russia aveva un proletariato industriale di sette-otto milioni di operai. Ma i contadini poveri erano circa 25 milioni (mi scuserete le eventuali inesattezze nelle cifre perché ho dovuto basarmi sulla memoria del momento che la lettera era urgente). Quando Kerenskij si rifiutò di dare la terra ai contadini poveri, voi sapevate che costoro sarebbero venuti per forza dalla vostra parte, non appena avessero preso coscienza della situazione. Questo non è e non sarà il caso dell'Europa occidentale; una situazione simile non esiste nei paesi dell'Europa occidentale che ho citato.
La situazione dei contadini poveri nell'Europa occidentale è completamente diversa da quella della Russia. Benché sia a volte terribile, non lo è da noi altrettanto che da voi. Qui i contadini poveri possiedono un pezzetto di terra come agricoltori o come proprietari. I mezzi di circolazione assai sviluppati consentono ad essi di vendere spesso qualche cosa. Nelle circostanze più difficili hanno spesso di che nutrirsi. Gli ultimi decenni hanno apportato loro qualche miglioramento. Essi ora sono in grado di esigere alti prezzi in periodi di guerra e di dopoguerra. Sono indispensabili perché i generi alimentari possono essere importati soltanto in proporzione assai ridotta. Possono perciò mantenere alti i prezzi. Sono sostenuti dal capitalismo. Il capitale li sosterrà fino all'ultimo. La situazione dei contadini poveri da voi era molto più terribile. A causa di essa, da voi, i contadini poveri avevano anche loro un programma politico rivoluzionario ed erano organizzati in un partito rivoluzionario, nel partito dei socialisti rivoluzionari. Qui non c'è neanche un caso del genere. E oltre a questo, esisteva in Russia una enorme quantità di beni che potevano essere ridistribuiti, grandi proprietà fondiarie, beni della corona, terre demaniali, beni monastici. Ma che cosa i comunisti dell'Europa occidentale possono offrire ai contadini poveri per portarli alla rivoluzione, per legarseli?
C'erano in Germania (prima della guerra) quattro-cinque milioni di contadini poveri (con un massimo di due ettari di terra). Viceversa soltanto otto-nove milioni di ettari venivano sfruttati razionalmente da grandi aziende (con più di 100 ettari). Se i comunisti dividessero tutto ciò i contadini poveri continuerebbero ad essere contadini poveri, perché sette-otto milioni di operai agricoli vorrebbero avere anch'essi qualche cosa. Ma non potrebbero neanche dividerle tutte perché le conserverebbero per una coltivazione di tipo moderno (3).
Quindi i comunisti in Germania non hanno alcun mezzo, a parte alcuni territori relativamente piccoli, per attirare a sé i contadini poveri. Infatti le aziende medie e piccole non saranno certamente espropriate. Del tutto analoga è la situazione dei quattro-cinque milioni di contadini poveri della Francia; lo stesso vale per la Svizzera, il Belgio, l'Olanda e in due paesi scandinavi (4). Ovunque dominano le aziende piccole e medie. E anche in Italia la questione è ancora da valutare bene. Per non citare l'Inghilterra dove non ci saranno più di cento o duecentomila contadini poveri.
Le cifre dimostrano che nell'Europa occidentale esiste un numero relativamente piccolo di contadini poveri. Di conseguenza le truppe ausiliare, seppure esistessero, sarebbero di scarsissima consistenza.
D'altra parte la promessa che, in regime comunista, i contadini non dovrebbero pagare canoni di affitto e rendite ipotecarie non può allettarli dal momento che con il comunismo essi vedono arrivare la guerra civile, la scomparsa dei mercati e la devastazione.
I contadini poveri dell'Europa occidentale, a meno che non giunga una crisi molto più terribile di quella attualmente esistente in Germania, una crisi che per il suo carattere disastroso superi tutte quelle che l'hanno preceduta, resteranno dunque con il capitalismo fino a quando quest'ultimo avrà un filo di vita (5).
Gli operai dell'Europa occidentale sono completamente soli. Infatti soltanto uno strato molto esiguo della piccola borghesia povera li aiuterà. E quest'ultima è economicamente insignificante. Gli operai dovranno portare da soli il peso della rivoluzione. Ecco la grande differenza con la Russia.
Forse, compagno Lenin, direte che questo era anche il caso della Russia. Anche in Russia il proletariato ha fatto da solo la rivoluzione. È soltanto dopo la rivoluzione che sono venuti i contadini poveri. Ciò è vero, ma la differenza resta formidabile.
Voi sapevate, compagno Lenin, che i contadini sarebbero sicuramente e presto venuti dalla vostra parte. Sapevate che Kerenskij non poteva né voleva dare loro la terra. Sapevate che non avrebbero sostenuto Kerenskij per molto tempo. Avevate la parola d'ordine «la terra ai contadini» con la quale potevate rapidamente trascinarli, in pochi mesi, dalla parte del proletariato. Noialtri, invece, siamo sicuri che ovunque, nei limiti del prevedibile e sul continente dell'Europa occidentale, i contadini sosterranno il capitalismo.
Voi forse direte che senza dubbio nella Germania non esiste una grande massa di contadini poveri pronta ad aiutarci, ma che migliaia di proletari attualmente ancora legati alla borghesia, verranno certamente dalla nostra parte. E che di conseguenza il posto dei contadini poveri russi, da noi sarà preso dai proletari. In tal modo giungeranno egualmente dei rinforzi.
Questa concezione è ugualmente erronea nel suo insieme. La differenza con la Russia resta enorme. Infatti i contadini russi sono venuti dalla parte del proletariato dopo la vittoria sul capitalismo. Ma quando gli operai tedeschi, ancora influenzati dal capitalismo, verranno al comunismo, allora la lotta contro il capitalismo comincerà per davvero.
Per il fatto che c'erano contadini poveri, a causa di ciò e soltanto di ciò, i compagni russi hanno vinto. E la vittoria si è consolidata e rafforzata dal giorno in cui i contadini hanno cambiato posizione. Dal fatto che gli operai tedeschi sono collocati ancora nelle file del capitalismo, non se ne può trarre alcunché di utile per la vittoria, e quando essi passeranno a noi, allora la vera battaglia sarà solo all'inizio.
La rivoluzione russa è stata terribile per il proletariato durante i lunghi anni della sua preparazione. Precaria resta anche ora dopo la vittoria. Ma essa era facile nel momento stesso in cui aveva luogo, proprio a causa dei contadini.
Da noi è tutto diverso; è proprio il contrario. Nella fase preparatoria, la rivoluzione è facile, e dopo sarà facile. Ma la rivoluzione nel suo attuarsi sarà terribile. Probabilmente più terribile di qualsiasi precedente rivoluzione giacché il capitalismo, che era debole da voi, che dominava soltanto da poco la feudalità, il medioevo e la barbarie, da noi è forte, potentemente organizzato e solidamente radicato. Quanto agli strati inferiori delle classi medie, quanto ai piccoli contadini e ai contadini poveri, questi elementi che stanno sempre dalla parte del più forte, sosterranno il capitalismo fino alla sua fine definitiva, all'eccezione di uno strato esiguo senza importanza economica.
La rivoluzione in Russia ha vinto con l'aiuto dei contadini poveri. Ciò deve essere ricordato qui, in Europa occidentale e ovunque nel mondo. Ma gli operai nell'Europa occidentale sono soli. Non si deve mai dimenticare questo in Russia.
Il proletariato in Europa occidentale è solo. Ecco la verità. E su ciò, su questa verità, deve essere basata la nostra tattica. Ogni tattica che non è basata su tale verità, è sbagliata e conduce il proletariato a gravi disfatte.
Anche la pratica dimostra la veridicità di questa affermazione. In effetti non soltanto i contadini dell'Europa occidentale non hanno programma e non rivendicano la terra, ma, ora che il comunismo si avvicina, essi non si muovono per niente.
Ma naturalmente questa affermazione non deve essere presa in senso assoluto. Esistono, come ho già detto, alcuni territori dell'Europa occidentale in cui domina la grande proprietà e in cui, di conseguenza, è possibile trovare tra i contadini degli alleati del comunismo. Esistono altri territori in cui, a causa delle circostanze locali, ecc., i contadini potranno essere conquistati. Ma questi territori sono relativamente poco numerosi.
Il senso della mia affermazione non è neanche quello per cui perfino nella fase finale della rivoluzione, quando tutto sprofonda, nessun contadino verrà dalla nostra parte. Questo è indubbio. Anche per questo motivo dobbiamo continuare a fare propaganda tra loro. Ma noi dobbiamo determinare la nostra tattica considerando l'inizio e lo sviluppo della rivoluzione. Dunque il modo di essere e la tendenza generale delle circostanze sono, nella situazione specifica, quelle che ho detto. Ed è su di esse soltanto che si può e si deve basare una tattica (6).
Ne consegue in primo luogo - e ciò deve essere detto insistentemente e chiaramente - che nell'Europa occidentale la vera rivoluzione, vale a dire il rovesciamento del capitalismo così come la costruzione e il mantenimento stabile del comunismo è attualmente possibile soltanto nei paesi in cui il proletariato da solo è abbastanza forte nel confronto con tutte le altre classi, e chiunque in Germania, in Inghilterra, e in Italia, giacché là è possibile l'aiuto dei contadini poveri. Con la propaganda, l'organizzazione e la lotta. La rivoluzione stessa non potrà aver luogo se non quando l'economia sarà stata talmente rovinata dalla rivoluzione negli Stati più grandi (Russia, Germania, Inghilterra) che le classi borghesi saranno sufficientemente indebolite.
Voi sicuramente mi concederete che non possiamo mettere a punto la nostra tattica basandoci su avvenimenti che forse accadranno (aiuto dell'esercito russo), insurrezione indiana, crisi terribile senza precedenti, ecc.).
Che voi non abbiate dunque visto questa verità sul ruolo dei contadini poveri, costituisce il vostro grande errore, compagno. Ed è lo stesso errore dell'esecutivo di Mosca e del congresso internazionale.
Andiamo oltre. Che cosa significa attualmente, dal punto di vista della tattica, in questo isolamento del proletariato occidentale (così differente dalla situazione del proletariato russo), il fatto che esso non può aspettarsi un aiuto da nessuna parte, da nessun'altra classe?
Ciò significa che da noi gli sforzi richiesti alle masse dalla situazione sono ancora più grandi rispetto alla Russia – e che, di conseguenza, la massa proletaria riveste un’importanza ben maggiore nella rivoluzione.
E, in secondo luogo, che l'importanza dei capi è proporzionalmente più piccola.
Infatti le masse russe, i proletari, prevedevano con sicurezza e constatavano già durante la guerra - in parte sotto i loro occhi - che i contadini si sarebbero schierati dalla loro parte. I proletari tedeschi, per non parlare che di loro, sanno di aver contro tutto il capitalismo tedesco con tutte le classi.
I proletari tedeschi, senza dubbio, erano, già prima della guerra, dai 19 ai 20 milioni su una popolazione di 70 milioni di persone. Ma essi sono soli di fronte a tutte le altre classi (7). Si trovano davanti ad un capitalismo molto più forte di quello che hanno avuto di fronte i russi, e sono senza armi. I russi erano armati.
La rivoluzione esige dunque da ogni proletario tedesco, da ogni individuo, ancora più coraggio e spirito di sacrificio di quanto ne ha chiesto ai russi. Ciò deriva dai rapporti economici, dai rapporti di classe in Germania, e non da una qualunque teoria o fantasia di rivoluzionari romantici o di intellettuali!
A meno che l'intera classe, o almeno la grande maggioranza di essa, non si schieri personalmente a favore della rivoluzione, con una forza quasi sovrumana, in opposizione a tutte le altre classi, la rivoluzione fallirà; poiché concorderete ancora una volta con me sul fatto che, nel definire la nostra tattica, dobbiamo fare i conti con le nostre forze, non con quelle esterne – con l'aiuto russo, per esempio.
Il proletariato, quasi disarmato, solo, senza aiuto, contro un capitalismo fortemente unito, significa per la Germania che ogni proletario deve essere un combattente consapevole, ogni proletario un eroe; e lo stesso vale per tutta l'Europa occidentale.
Affinché la maggioranza del proletariato si trasformi in combattenti consapevoli e risoluti, in veri comunisti, essa deve essere più numerosa, infinitamente più numerosa qui che in Russia, sia in senso assoluto che relativo. E ancora una volta: questo è il risultato non delle fantasie o dei sogni di qualche intellettuale o poeta, ma delle realtà più concrete.
Nella misura in cui l'importanza della classe aumenta, si riduce in proporzione l'importanza dei capi. Ciò non vuol dire che non dobbiamo avere i migliori capi possibili: i migliori tra i migliori non sono ancora abbastanza buoni e noi li stiamo proprio cercando. Ciò significa soltanto che rispetto all'importanza delle masse, quella dei capi diminuisce.
Se, come avete fatto voi, si deve conquistare con sette o otto milioni di proletari un paese di centosessanta milioni di abitanti, allora sì che l'importanza dei capi è enorme. Infatti per vincere con così pochi uomini un numero talmente grande, occorre dare un posto preminente alla tattica. Quando, come avete fatto voi, compagni, si conquista con una truppa talmente ridotta, ma con un appoggio ausiliario, un paese tanto grande, allora, quello che conta è, innanzitutto, la tattica del capo. Quando avete iniziato la lotta, compagno Lenin, con quel piccolo esercito di proletari, è stata soprattutto la vostra tattica che, al momento propizio, ha scatenato le battaglie e conquistato i contadini poveri.
Ma in Germania? Là la tattica più intelligente, la massima chiarezza di idee, il genio stesso del capo non è l'essenziale, né il fattore principale. Là, inesorabilmente, le classi sono schierate: una ha contro tutte le altre. Là il proletariato deve decidere da solo, come classe. Con la sua potenza, con il suo numero. Ma la sua potenza, di fronte a un nemico tanto formidabile e a una superiorità di organizzazione e di armamento tanto schiacciante, è fondata soprattutto sulla sua qualità.
Voi eravate schierati davanti alle classi possidenti russe come David davanti a Golia. David era piccolo ma aveva un'arma sicuramente mortale. Il proletariato tedesco, inglese, europeooccidentale è di fronte al capitalismo come un gigante di fronte a un gigante. Per esso tutto dipende dalla propria forza. La forza del corpo e soprattutto quella dello spirito.
Non avete osservato, compagno Lenin, che non esistono dei «grandi» capi in Germania? Si tratta sempre di uomini ordinari. Ciò dimostra già che questa rivoluzione deve essere innanzitutto opera delle masse e non dei capi.
Dal mio punto di vista, sarà qualcosa di grandioso, di più grande di qualsiasi cosa sia mai avvenuta fino ad oggi. E sarà un'indicazione di quello che sarà il comunismo. Questo accadrà in Germania, questo accadrà anche in tutta l'Europa occidentale. Infatti ovunque il proletariato è solo.
La rivoluzione delle masse, degli operai – delle sole masse operaie, per la prima volta al mondo. E non perché sia buono, o bello, o frutto dell’immaginazione di qualcuno, ma perché è condizionato dai rapporti economici e di classe (8).
In altre parole, e per chiarire il più possibile la questione: il rapporto tra la rivoluzione dell’Europa occidentale e quella russa può essere illustrato mediante il seguente confronto:
Da questa differenza tra Russia ed Europa occidentale scaturisce quanto segue:
Supponiamo che in un paese asiatico come la Cina o l’India britannica, dove solo lo 0,5% degli abitanti è costituito da proletari industriali e l’80% da piccoli contadini, scoppiasse una rivoluzione che venisse portata a termine con successo proprio da quei piccoli contadini sotto la guida dei proletari, politicamente e socialmente più preparati, riuniti in sindacati e cooperative locali. Se questi lavoratori cinesi o indiani proclamassero loro:
«Abbiamo vinto grazie ai nostri sindacati e alle nostre cooperative locali, e ora dovete fare lo stesso per la vostra rivoluzione», cosa avrebbero risposto gli operai russi? Avrebbero detto:
«Cari amici, questo è impossibile. Il nostro Paese è molto più sviluppato del vostro. Da noi non è lo 0,5%, ma il lo 3% della popolazione a costituire il proletariato industriale. Il nostro capitalismo è più potente del vostro, pertanto abbiamo bisogno di organizzazioni migliori e più potenti di quelle che avete avuto voi.»
Da questa differenza tra Russia ed Europa occidentale scaturisce quanto segue:
1) Quando voi, o l'esecutivo di Mosca, o i comunisti opportunisti occidentali della Lega di Spartaco o quelli del PC d'Inghilterra che sono d'accordo con voi, dite: «è assurdo discutere sulla questione dei capi o delle masse», non soltanto avete torto di fronte a noi che cerchiamo ancora un capo, ma avete torto perché questa questione ha, da noi, un'importanza completamente diversa rispetto a quanto possa avere da voi.
2) Quando venite a dirci: «capo e massa devono formare un tutt'uno», non vi sbagliate soltanto perché noi cerchiamo proprio di arrivare a questa unità, ma anche perché questa ha da noi una importanza maggiore rispetto a quanto possa avere da voi.
3) Quando venite a dirci: «deve esserci nel partito comunista una disciplina di ferro e una centralizzazione militare assoluta», non vi sbagliate soltanto in quanto noi cerchiamo effettivamente di arrivare ad una disciplina di ferro e a una forte centralizzazione, ma in quanto questa questione ha, da noi, un significato diverso rispetto a quanto possa avere da voi.
4) Quando venite a dirci: «in Russia abbiamo agito in questa o quella maniera (per esempio dopo l'offensiva di Kornilov o in occasione di un altro episodio), in questo o quel periodo noi partecipavamo al parlamento, oppure restavamo nei sindacati», dovete sapere che ciò non vuol dire assolutamente nulla e non implica per niente che tale tattica possa o debba essere applicata qui, giacché i rapporti di classe nell'Europa occidentale, nella lotta e nella rivoluzione, sono completamente diversi da quelli russi.
5) Quando voi, o l'esecutivo di Mosca, o i comunisti opportunisti dell'Europa occidentale, pretendete di imporci una tattica che era perfettamente giusta in Russia - per esempio una tattica basata e calcolata coscientemente o incoscientemente sul fatto che i contadini poveri o altri strati di lavoratori si sarebbero presto schierati dalla vostra parte, sul fatto che, in altri termini, il proletariato non era solo, ebbene, questa tattica che ci prescrivete e che è anche applicata da noi, può condurre il proletariato occidentale soltanto alla sua perdita e a disfatte terribili.
6) Quando voi, o l'esecutivo di Mosca, o gli elementi opportunisti dell'Europa occidentale, quali la centrale della Lega di Spartaco in Germania e il BSP in Inghilterra, volete imporci qui, nell'Europa occidentale, una tattica opportunista (l'opportunismo ha sempre come base degli elementi estranei pronti in qualsiasi momento ad abbandonare il proletariato), commettete uno sbaglio. L'isolamento, la mancanza di rinforzi in prospettiva e, di conseguenza, la maggiore importanza della massa e la minore importanza relativa dei capi, ecco le basi generali sulle quali deve fondarsi la tattica nell'Europa occidentale.
I principi generali su cui devono fondarsi le tattiche nell'Europa occidentale sono i seguenti: il riconoscimento che il proletariato è solo, che non deve aspettarsi alcun aiuto, che l'importanza delle masse è maggiore e quella dei leader relativamente minore.
Queste basi, né Radek, quando era in Germania, né l'esecutivo dell'Internazionale di Mosca, né voi stesso, se devo stare ai vostri scritti, le avete comprese.
Su queste basi (l'isolamento del proletariato e la predominanza delle masse e degli individui) riposa la tattica del KAPD, del partito comunista di Sylvia Pankhurst (9) e della maggioranza del Bureau di Amsterdam dell'IC che è stato nominato a Mosca.
Per queste ragioni essi tentano soprattutto di elevare le masse come unità e come somma di individui, a un grado molto più alto di maturazione, di educare i proletari, uno ad uno, per farne dei lottatori rivoluzionari mostrando ad essi con chiarezza (non soltanto con la teoria, ma soprattutto con la pratica) che tutto dipende dalle proprie forze, che essi non devono attendersi nulla dall'aiuto esterno di altre classi, e poco soltanto dai loro capi.
Teoricamente, dunque, se non si tiene esageratamente conto dei pettegolezzi e delle questioni personali (10), dei dettagli e delle aberrazioni, come quelle di Wolfheim e di Laufenberg, che sono inevitabili all'inizio di un movimento, la concezione dei partiti e dei compagni prima indicati è del tutto giusta e la vostra offensiva è sbagliata da cima a fondo.
Se si va dall'est all'ovest dell'Europa, si attraversa, ad un certo punto, una frontiera economica. Questa è tracciata dal Baltico al Mediterraneo, all'incirca da Danzica a Venezia. È la linea di divisione di due mondi. Ad ovest di questa linea il capitale industriale, commerciale e bancario, unificato nel capitale finanziario sviluppato al massimo grado, domina in modo quasi assoluto. Lo stesso capitale è altamente organizzato e si concentra nei più solidi governi e Stati di tutto il mondo.
Ad est di questa linea non esiste né questo immenso sviluppo del capitale concentrato dell'industria, del commercio, dei trasporti, delle banche, né il suo dominio quasi assoluto, né, di conseguenza, lo Stato moderno solidamente edificato.
Sarebbe quindi un miracolo se la tattica del proletariato rivoluzionario all'ovest di questa frontiera fosse la stessa che all'est.
La questione sindacale
Dopo aver fissato queste basi teoriche generali voglio ora tentare di dimostrare anche nell'applicazione alle questioni particolari che la sinistra in Germania e in Inghilterra ha, generalmente, ragione. In particolare nelle questioni sindacale e parlamentare.
Innanzitutto vediamo la questione dei sindacati.
«Così come il parlamentarismo esprime il potere intellettuale dei capi sulle masse operaie. Il movimento sindacale incarna il loro dominio materiale. I sindacati costituiscono, in regime capitalista, le organizzazioni naturali per l'unificazione del proletariato, e a tale titolo Marx, fin dall'inizio, ha fatto emergere la loro importanza. Nel capitalismo sviluppato e a maggior ragione nell'epoca imperialista, i sindacati sono diventati sempre di più delle associazioni gigantesche che rivelano la stessa tendenza di sviluppo mostrato in altri tempi dall'apparato statale borghese. In quest'ultimo si è formata una classe di impiegati, una burocrazia che dispone di tutti gli strumenti di governo dell'organizzazione (denaro, stampa, designazione dei sottoposti); spesso le prerogative dei funzionari si estendono ancora più oltre in modo che, da servitori della collettività, essi diventano i padroni e s'identificano con l'organizzazione. I sindacati convergono anch'essi con lo Stato e con la sua burocrazia in quanto, malgrado la democrazia che dovrebbe regnarvi, pongono i loro membri in una situazione in cui non possono far prevalere la loro volontà contro il funzionarismo; contro l'apparato abilmente allestito con regolamenti e statuti, qualsiasi ribellione si spezza prima che possa distruggere le alte sfere.
È soltanto con una lunga perseveranza, a tutta prova, che un'organizzazione perviene qualche volta, dopo anni, a un relativo successo, dovuto generalmente a un cambiamento di persone. In questi ultimi anni, prima della guerra e dopo, si è così arrivati - in Inghilterra, in Germania, in America - a delle rivolte di militanti che fanno degli scioperi di loro propria iniziativa, contro la volontà dei capi e contro le risoluzioni dell'associazione stessa. Che una cosa del genere possa succedere del tutto naturalmente, e apparire come tale, dimostra che l'organizzazione, lungi dall'essere la collettività dei membri, si presenta come un qualcosa di completamente estraneo. Gli operai non sono sovrani nella loro associazione, ma sono da essa dominati come da una forza estranea contro cui possono ribellarsi, benché questa forza estranea sia uscita da loro stessi. Ecco un altro punto in comune con lo Stato. Poi, quando la ribellione si calma, la vecchia direzione torna in sella e sa mantenersi nonostante l'odio e l'amarezza impotente delle masse perché si appoggia sull'indifferenza e sulla mancanza di chiaroveggenza, di volontà omogenea e di perseveranza di queste masse, e perché si basa sulla necessità intrinseca di un sindacato come unico mezzo che hanno gli operai di trovare, nell'unificazione, le forze per battersi contro il capitale.
Lottando contro il capitale, contro le tendenze del capitale assolutiste e generatrici di miseria, limitando queste tendenze e rendendo di conseguenza possibile l'esistenza della classe operaia, il movimento sindacale ha scelto di adempiere ad un compito nel capitalismo ed è diventato lui stesso, per questa via, un elemento della società capitalistica. Ma dal momento che la rivoluzione ha inizio, il proletariato in quanto da membro della società capitalistica si tramuta nel suo distruttore, cozza contro il sindacato come contro un ostacolo.
Quello che Marx e Lenin hanno detto a proposito dello Stato: e cioè che la sua organizzazione, con tutto quel che può contenere di democrazia formale, lo rende inidoneo a servire come strumento per la rivoluzione proletaria, vale dunque anche per le organizzazioni sindacali. La loro potenza controrivoluzionaria non può essere annientata, Né attenuata con un cambiamento di persone, con la sostituzione dei capi reazionari con uomini di sinistra o con rivoluzionari.
È la stessa forma organizzativa che rende le masse pressocché impotenti e che non consente loro di fare del sindacato uno strumento obbediente alla loro volontà. La rivoluzione può vincere soltanto distruggendo questo organismo, vale a dire rovesciando da cima a fondo questa forma organizzativa affinché ne esca qualcosa di completamente diverso. "Il sistema del consigli, con il suo specifico sviluppo, è capace di sradicare e non soltanto di far sparire la burocrazia statale, ma anche la burocrazia sindacale, non soltanto di formare i nuovi organi politici del proletariato contro il capitalismo, ma anche le basi dei nuovi sindacati. Durante le discussioni nel partito in Germania, si è voluto prendere in giro chi affermava che una forma di organizzazione possa essere rivoluzionaria col pretesto che tutto dipendeva soltanto dalla coscienza rivoluzionaria degli uomini, degli aderenti. Ma se il contenuto essenziale della rivoluzione consiste nel fatto che le masse prendono nelle loro mani la direzione dei loro affari, la direzione della società e della produzione, occorre conseguentemente dire che qualsiasi forma organizzativa che non permette alle masse di dominare e di dirigere se stesse è controrivoluzionaria e nociva; per questa ragione deve essere sostituta con un'altra forma organizzativa che è rivoluzionaria per il fatto che questa permette agli operai stessi di decidere attivamente su tutto!» (Pannekoek 1920) (11)
I sindacati, per loro natura, non sono armi buone per la rivoluzione nell'Europa occidentale. Anche se non fossero diventati strumenti del capitalismo, se non fossero nelle mani dei traditori e se - nelle mani di qualunque capo si preferisca - non fossero, per loro natura, destinati a fare dei loro membri degli schiavi e degli strumenti passivi, essi, cionondimeno, sarebbero inutilizzabili.
I sindacati sono troppo deboli per la lotta, per la rivoluzione contro il capitale organizzato al livello più alto quale è quello dell'Europa occidentale, e contro il suo Stato. L'uno e l'altro sono ancora troppo potenti per i sindacati. I sindacati sono ancora in parte delle associazioni di mestiere e basterebbe questo fatto a impedire loro di fare la rivoluzione. E nella misura in cui sono associazioni di categoria, non si appoggiano direttamente sulle fabbriche, sulle officine, e ciò provoca la loro debolezza. Infine, sono più delle società di mutuo soccorso - prodotto dell'epoca piccolo-borghese - che dei raggruppamenti di lotta.
La loro organizzazione era già sufficiente per la lotta prima che la rivoluzione non fosse alle porte; per la rivoluzione nell'Europa occidentale tale organizzazione è inidonea a qualsiasi servizio. Infatti le fabbriche, gli operai delle fabbriche, non fanno la rivoluzione nelle associazioni di mestiere o di categoria, ma nelle officine. Per giunta i sindacati sono organi dal lavoro lento, estremamente complicati, buoni soltanto per i periodi di evoluzione . Ed è con questi miserabili sindacati i quali, come si è visto, devono in ogni caso essere distrutti, che si vuol fare la rivoluzione... Gli operai hanno bisogno di armi per la rivoluzione in Europa occidentale. Le sole armi per la rivoluzione nell'Europa occidentale sono le organizzazioni di fabbrica. Le organizzazioni di fabbrica unite in una grande unione.
Gli operai europeo-occidentali hanno bisogno delle armi migliori. Dal momento che sono soli e perché non ricevono alcun aiuto. E per questo hanno bisogno di organizzazioni di fabbrica. In Germania e in Inghilterra, immediatamente, perché là la rivoluzione è più imminente. E anche negli altri paesi al più presto possibile, non appena potremo ottenerle. Non vi serve a nulla dire, compagno Lenin, che in Russia avete agito in questo o quel modo. Infatti, innanzitutto non avevate in Russia organizzazioni così cattive come sono molti sindacati da noi. Voi avevate delle organizzazioni di fabbrica. In secondo luogo lo spirito degli operai era più rivoluzionario. In terzo luogo l'organizzazione dei capitalisti era debole. E così lo Stato. Infine, cosa fondamentale da cui tutto dipende, voi potevate ricevere un aiuto. Non avevate dunque bisogno delle armi migliori tra le migliori. Noi siamo soli e abbiamo perciò bisogno di tutte le armi migliori. Senza di esse non vinceremo e subiremo una disfatta dopo l'altra.
Ma ci sono altre basi, morali e materiali, che dimostrano che noi abbiamo ragione.
Ricordate, compagno, la situazione esistente in Germania prima e durante la guerra. I sindacati, unici e troppo deboli strumenti, sono completamente nelle mani dei capi come delle macchine inerti; e questi capi li sfruttano a vantaggio del capitalismo. Poi viene la rivoluzione. I sindacati sono utilizzati dai capi e dalla massa dei membri come un'arma contro la rivoluzione. È con il loro aiuto, con il loro appoggio, con l'azione dei loro capi e in parte anche con quella dei loro membri, che la rivoluzione è assassinata. I comunisti vedono i loro fratelli fucilati con l'aiuto dei sindacati. Gli scioperi a favore della rivoluzione sono spezzati. Credete, compagno, che sia possibile agli operai rivoluzionari di continuare a restare in organizzazioni simili? Se per giunta sono anche degli oggetti troppo deboli per servire la rivoluzione! Mi sembra che sia psicologicamente impossibile. Che cosa avreste fatto voi come membro di un partito politico, del partito menscevico, per esempio, se questo si fosse comportato in quel modo nella rivoluzione? Sicuramente avreste fatto la scissione (se non l'avevate fatta prima)... Ma voi direte: si trattava di un partito politico, per un sindacato la cosa è diversa. Io credo che vi sbagliate. Nella rivoluzione, fino a quando dura la rivoluzione, ogni sindacato, perfino ogni gruppo operaio, gioca un ruolo da partito politico per o contro la rivoluzione.
Ma, direte ancora - e lo dite nel vostro opuscolo - che questi moti sentimentali devono essere superati a vantaggio dell'unità e della propaganda comunista. Vi dimostrerò che ciò era impossibile in Germania, durante la rivoluzione. Con esempi concreti. Infatti dobbiamo considerare la questione anche da un punto di vista concreto e unilaterale... Supponiamo che ci fossero in Germania 100.000 portuali, 100.000 metallurgici e 100.000 minatori veramente rivoluzionari. Essi vogliono scioperare, battersi, morire per la rivoluzione. Gli altri milioni, no. Che cosa devono fare i 300.000? Innanzitutto unirsi tra loro, formare una lega per la battaglia. Voi siete d'accordo su questo: gli operai non possono far nulla senza organizzazione. Ma una nuova lega in presenza delle vecchie associazioni equivale a una scissione reale se non formale. Anche nel caso in cui i sostenitori del nuovo raggruppamento dovessero restare membri delle vecchie organizzazioni. Ma ecco poi che i membri della nuova organizzazione hanno bisogno di una stampa, di riunioni, di locali, di funzionari retribuiti. Tutto ciò costa molto denaro. E gli operai tedeschi non possiedono quasi nulla. Per far vivere la nuova associazione essi sono obbligati, anche se non ne avessero voglia, ad abbandonare la vecchia. Considerando dunque le cose in modo concreto, quello che voi prescrivete, caro compagno, è impossibile.
Ma esistono altre e migliori ragioni materiali. Gli operai tedeschi che sono usciti dai sindacati, che vogliono distruggere i sindacati, che hanno creato le organizzazioni di fabbrica e l'Unione operaia, si sono trovati in piena rivoluzione. Bisognaba lottare immediatamente. La rivoluzione era arrivata. I sindacati non vollero lottare. A che, dunque, in un momento simile mettersi a dire: restate nei sindacati, propagandate le vostre idee, perché così diventerete sicuramente i più forti e avrete la maggioranza. Tutto ciò sarebbe molto carino se non si tenesse conto che il soffocamento delle minoranze è una regola (cosa questa che la sinistra non domanderebbe di meglio che di dimostrare se soltanto ne avesse il tempo). Ma non c'era tempo da perdere. C'era la rivoluzione, e c'è ancora!
Durante la rivoluzione (prendete bene nota di questo, compagno: fu proprio durante la rivoluzione che gli operai tedeschi si separarono e fondarono la loro Unione operaia) gli operai rivoluzionari si separeranno sempre dai socialpatrioti. Per lottare, in un momento simile non c’è altra possibilità. Qualunque cosa possiate dire voi e il Congresso dell’Internazionale, e per quanto malcontento possiate provare nei confronti della scissione, essa avrà sempre luogo per ragioni psicologiche e materiali. Gli operai non possono sopportare sempre di essere fucilati dai sindacati e hanno bisogno di lottare.
A causa di ciò i sinistristi hanno creato l'Unione generale operaia (AAUD) . E poiché ritengono che la rivoluzione in Germania non sia ancora finita e che, anzi, andrà molto più lontano, fino alla vittoria, essi tengono duro. Compagno Lenin! Se nel movimento operaio si formano due tendenze opposte, può esistere una scelta diversa dalla lotta? E se questi orientamenti sono molto diversi, opposti l'uno all'altro, si può forse evitare la scissione? Conoscete forse un'altra via d'uscita? Esiste qualcosa di più contraddittorio della rivoluzione rispetto alla controrivoluzione? Per questi motivi il KAPD e l'AAUD hanno pienamente ragione.
In ultima analisi, compagno, queste scissioni, queste chiarificazioni non sono sempre state delle buone cose per il proletariato? E non ci si accorge di ciò sempre in un secondo tempo? In questo campo io ho qualche esperienza. Quando eravamo ancora nel partito socialpatriota non avevamo alcuna influenza. Quando ne siamo stati espulsi avevamo, all'inizio, poca influenza. Ma dopo cominciammo ad avere molta influenza e poi, rapidamente, moltissima influenza. E voi, voi bolscevichi, come vi siete trovati, compagno, dopo la scissione? Molto bene mi sembra. Accadde così: prima in pochi, poi in molti. Il fatto che un gruppo, inizialmente piccolo finché si vuole, si trasformi in qualcosa di grande, dipende completamente dallo sviluppo politico ed economico. Se la rivoluzione continuerà in Germania, si può sperare che l'importanza e l'influenza dell'Unione operaia diventeranno preminenti. L'Unione operaia non deve lasciarsi intimidire dai rapporti numerici: 70.000 contro 7.000.000. Gruppi più piccoli di questo sono poi diventati i più forti. E i bolscevichi sono tra questi!
Perché le organizzazioni di fabbrica e dei luoghi di lavoro, e l'Unione operaia che si basa su questa rete organizzativa e che è formata dai suoi membri, sono certamente delle armi eccellenti, insieme ai partiti comunisti? Perché sono le sole buone armi per la rivoluzione nell'Europa occidentale?
Perché in esse gli operai sono infinitamente più attivi che non nei vecchi sindacati; perché in esse gli operai hanno in mano i dirigenti e, quindi la linea politica; e perché gli operai controllano l'organizzazione di fabbrica, e, attraverso di essa, l'intera Unione.
Ogni fabbrica, ogni luogo di lavoro costituisce una unità. Nella fabbrica gli operai eleggono i loro uomini di fiducia. Le organizzazioni di fabbrica sono divise in distretti economici. Attraverso i distretti si possono ancora eleggere uomini di fiducia. E i distretti eleggono a loro volta la Direzione generale dell'Unione per l'intero Reich.
Così tutte le organizzazioni di fabbrica, senza badare a quale industria appartengono, formano insieme una sola Unione operaia. Si tratta, come si vede, di una organizzazione completamente orientata verso la rivoluzione. Se dovesse seguire un periodo di lotte relativamente pacifiche, questa organizzazione potrebbe inoltre essere facilmente adattata. Basterebbe semplicemente riunire le organizzazioni industriali, in base ai settori, nell'ambito delle Unioni operaie.
Si può constatare anche che in questo caso l'operaio, ogni operaio, ha in mano un potere. Infatti egli elegge nel suo luogo di lavoro i suoi uomini di fiducia e ha, attraverso costoro, un'influenza diretta sul distretto e sull'Unione a livello del Reich. C'è una centralizzazione forte ma senza eccessi. L'individuo, con la sua organizzazione diretta, l'organizzazione di fabbrica, ha una grande potenza. Egli può revocare in qualsiasi momento i suoi uomini di fiducia, sostituirli e costringerli a sostituire immediatamente le istanze più alte. C'è individualismo ma non troppo. Infatti le istanze centrali, i consigli regionali e il consiglio nazionale hanno una grande autorità. Individuo e direzione hanno proprio la qualità di potere che è necessario e possibile avere nell'Europa centrale, nell'attuale periodo che è quello dell'esplosione della rivoluzione.
Marx scrisse che, in regime capitalistico, il cittadino è, di fronte allo Stato, un'astrazione, una cifra. La stessa cosa può dirsi per le vecchie organizzazioni sindacali. La burocrazia, l'intera essenza dell'organizzazione, forma un universo superiore che sfugge all'operaio passandogli sulla testa come una nuvola nel cielo. L'operaio, di fronte ad essa, è una cifra, un'astrazione. Per essa l'operaio non è neanche l'uomo nella fabbrica; non è un essere vivente che vuole e che lotta. Sostituite, nei vecchi sindacati, una burocrazia consolidata con personale nuovo e in poco tempo vedrete anche quest'ultimo acquisire lo stesso carattere che lo innalzerà, lo allontanerà, lo distaccherà dalla massa. Novantanove su cento saranno dei tiranni schierati a fianco della borghesia. Questo scaturisce dalla natura stessa dell'organizzazione.
Come è diverso nelle organizzazioni di fabbrica! Qui, è l'operaio stesso che decide della tattica e dell'orientamento della sua lotta, e che fa intervenire immediatamente la sua autorità se i «capi» non fanno quello che lui vuole. Egli è permanentemente al centro della lotta perché la fabbrica, l'officina, sono anche la sua base di organizzazione.
Egli è anche, nella misura in cui una cosa del genere è possibile in regime capitalistico, l'artefice e il padrone del suo destino, e poiché ciò vale per tutti, la massa scatena e dirige la sua lotta. Molto di più, infinitamente di più, in ogni caso, di quanto non fosse possibile nelle vecchie organizzazioni economiche sia riformiste che sindacaliste (12).
Poiché fanno degli individui e, di conseguenza, delle masse, gli agenti diretti della lotta, i suoi dirigenti e i suoi sostenitori, le nuove organizzazioni di fabbrica e l'Unione operaia sono veramente le armi migliori per la rivoluzione, le armi di cui abbiamo bisogno nell'Europa occidentale, per rovesciare, senza ricevere aiuti, il capitalismo più potente di tutto il mondo.
Ma, compagno, questi sono ancora dei deboli argomenti in confronto all'ultima e fondamentale questione che è legata strettamente ai principi cui ho alluso all'inizio. Questa ragione è decisiva per il KAPD e per il partito di opposizione in Inghilterra: questi partiti vogliono elevare di molto il livello di coscienza delle masse e degli individui in Germania e in Inghilterra.
Secondo loro per fare questo c'è un solo mezzo. E io vorrei chiedervi ancora una volta se voi conoscete un metodo diverso nel movimento operaio. Questo mezzo consiste nella formazione, nell'educazione di un gruppo che dimostra nella lotta quello che deve diventare la massa. Indicatemi, compagno, un altro mezzo se lo conoscete. Io, per quel che mi riguarda, non ne conosco altri.
Nel movimento operaio, e soprattutto nella rivoluzione, secondo me, non può esserci che una sola verifica: quella dell'esempio e dell'azione.
I compagni della «Sinistra» credono possibile, con il loro piccolo gruppo in lotta contro il capitalismo e i sindacati, condurre i sindacati dalla loro parte o perlomeno, giacché la cosa non è impossibile, spostarli a poco a poco su posizioni migliori.
Una cosa del genere può essere realizzata soltanto con l'esempio. Per elevare il livello rivoluzionario degli operai tedeschi, queste nuove formazioni - le organizzazioni di fabbrica - sono dunque assolutamente indispensabili.
Come i partiti comunisti si erigono davanti ai partiti socialpatrioti, così anche la nuova formazione, l'Unione operaia, deve schierarsi di fronte ai sindacati (13).
Per trasformare le masse asservite al riformismo e al socialpatriottismo, soltanto l'esempio può servire.
Mi occupo ora dell'Inghilterra, della Sinistra inglese.
L'Inghilterra è dopo la Germania il paese più vicino alla rivoluzione. Non perché la situazione sia là già rivoluzionaria, ma perché il proletariato inglese è particolarmente numeroso e la situazione economica del capitalismo è sviluppata al massimo livello. Là c'è bisogno soltanto di un forte impulso per far cominciare la battaglia che può concludersi soltanto con una vittoria. È questo quello che pensano, che sanno quasi istintivamente gli operai più avanzati dell'Inghilterra (così come anche noi lo sentiamo); e dal momento che avvertono tutto ciò essi hanno fondato là, come in Germania, un nuovo movimento... che si delinea e procede per tentativi, proprio come in Germania: il movimento Rank and File, delle masse autodirette, senza capi o quasi (14).
Questi movimenti assomigliano molto all'Unione operaia tedesca con le sue organizzazioni di fabbrica.
Avete notato, compagno, che questo movimento è sorto soltanto nei due paesi più avanzati? E all'interno della classe operaia stessa? E in diverse località (15)? Ciò costituisce di per sé la prova di una spontaneità irresistibile.
In Inghilterra questo movimento, questa lotta contro i sindacati è quasi più necessaria che in Germania. Le Trade Unions inglesi non sono soltanto strumenti nelle mani dei dirigenti per sostenere il capitalismo, ma sono attrezzi ancora più inutilizzabili, ai fini rivoluzionari, dei sindacati tedeschi. La loro formazione risale ai tempi della piccola guerra, ciascuno per sé, spesso fino all'inizio del XIX secolo o anche fino al XVIII secolo. In Inghilterra non solo esistono delle industrie che comprendono ben venticinque sindacati, ma la maggior parte di essi si contende i propri aderenti con accanimento! E i membri sono completamente privi di potere. Volete mantenere anche questi sindacati, compagno Lenin?
Non dovremmo forse combatterle, scinderle e annientarle? Se si è contro le Unioni operaie, si deve essere anche contro gli Shop Stewards, gli Shop Committees e le Industrial Unions. Se si è a favore di quest'ultimi lo si deve essere anche per le prime giacché i comunisti hanno in entrambi gli stessi scopi.
Questa nuova corrente nel movimento trade-unionistico potrà essere utile alla Sinistra comunista in Inghilterra per annientare i sindacati inglesi, quali sono oggi, e per sostituirli con nuovi strumenti della lotta di classe utilizzabili nella rivoluzione. Le stesse ragioni che abbiamo portato per il movimento tedesco, sono valide anche in questo caso.
Ho letto nella lettera del Comitato esecutivo della Terza Internazionale al KAPD che l'esecutivo è a favore degli IWW d'America a condizione che questa organizzazione non sia ostile alla politica e all'adesione al partito comunista. E questi IWW non sono obbligati ad entrare nei sindacati americani! Tuttavia l'esecutivo è contro l'Unione operaia in Germania, e la vuole costringere a fondersi con i sindacati benché essa sia comunista e collabori con il partito politico.
E voi compagno Lenin, voi siete a favore del Rank and File in Inghilterra (il quale, tuttavia, provoca già una scissione e organizza molti comunisti che vogliono la distruzione dei sindacati!), ma siete invece ostile all'Unione operaia in Germania.
Io non posso non vedere l'opportunismo nel vostro atteggiamento e in quello del Comitato Esecutivo. E quel che è peggio, un opportunismo sbagliata.
Naturalmente la Sinistra comunista in Inghilterra, poiché la rivoluzione non ce l'ha ancora davanti, non può spingersi tanto lontano quanto la sinistra in Germania. Non può ancora organizzare il Rank and File Movement in tutto il paese con basi di massa e con finalità immediatamente rivoluzionarie. Ma la sinistra inglese prepara tutto questo. E non appena la rivoluzione sarà arrivata gli operai abbandoneranno in massa le vecchie organizzazioni inidonee alla rivoluzione e affluiranno nelle organizzazioni di fabbrica e d'industria.
Essi vi affluiranno per il fatto stesso che la Sinistra comunista si sviluppa innanzitutto nel movimento nella misura in cui si sforza di propagandare le idee comuniste. Sul suo esempio molti operai si sono già innalzati a un livello superiore (16). E questo è, come in Germania, lo scopo essenziale.
L'Unione generale operaia (AAUD) e il Rank and File Movement, appoggiandosi entrambi sulle fabbriche, sui luoghi di lavoro, e soltanto su di essi, sono i precursori dei consigli operai, dei soviet. La rivoluzione nell'Europa occidentale sarà molto più difficile e per il fatto stesso che si svilupperà con lentezza, conoscerà un lunghissimo periodo di transizione in cui i sindacati saranno fuori servizio e in cui i soviet non saranno ancora pronti. Questo periodo di transizione sarà caratterizzato dalla lotta contro i sindacati attraverso la loro trasformazione e la loro sostituzione con organizzazioni migliori. Voi non avrete di che essere inquieto su questo punto: noi avremo il tempo per fare questo!
Insisto nel dire che ciò non accadrà perché noi sinistristi lo vogliamo ma perché la rivoluzione esige questa nuova forma organizzativa senza la quale non può vincere.
Coraggio, dunque, al Rank and File Movement in Inghilterra e all'Unione generale operaia in Germania! Voi siete i precursori dei soviet in Europa. Coraggio! Voi siete le prime organizzazioni adatte a condurre, insieme ai partiti comunisti, la lotta contro il capitalismo nell'Europa occidentale, la lotta della rivoluzione!
Compagno Lenin voi volete obbligarci, volete obbligare noi dell'Europa occidentale - noi che siamo privi di alleati di fronte ad un capitalismo tuttora potente, estremamente organizzato (organizzato in tutte le branche e in tutti i sensi) e bene armato, un capitalismo che può essere battuto solo con le armi migliori - a utilizzare armi cattive. Volete imporre i miserabili sindacati proprio a noi che vogliamo organizzare la rivoluzione nelle fabbriche e sulla base delle fabbriche. La rivoluzione in Occidente non può essere organizzata che sulla base delle fabbriche e nelle fabbriche, deve per forza essere così perché è nelle fabbriche che il capitalismo è tanto organizzato in tutti i sensi, economicamente e politicamente, e perché gli operai non hanno (al di fuori del partito comunista) alcuna solida arma (i russi erano armati e avevano con loro i contadini poveri. Quello che le armi e i contadini poveri erano per i russi devono esserlo per noi, al momento attuale, la tattica e l'organizzazione). E in un momento del genere voi siete a favore dei sindacati. Mentre noi, per motivi psicologici e materiali, in piena rivoluzione, dobbiamo lottare contro i sindacati, voi volete impedirci di condurre tale lotta. Noi siamo costretti a lottare con la scissione, e voi ci ostacolate. Noi vogliamo formare dei gruppi capaci di dare l'esempio come unico metodo per dimostrare al proletariato che cosa vogliamo, e voi ci proibite di dare l'esempio. Noi vogliamo elevare il livello del proletariato occidentale e voi, ci mettete i bastoni tra le ruote.
Non volete la scissione né altre organizzazioni, né, di conseguenza, l'elevazione a un livello superiore!
E perché?
Perché volete che i grandi partiti e i grandi sindacati facciano parte della Terza Internazionale.
Tutto ciò ci appare opportunismo, come opportunismo della peggiore specie (17).
Vi comportate ora, nella Terza Internazionale, in modo completamente diverso da quanto facevate nel partito bolscevico. Quest'ultimo fu conservato molto «puro» e forse lo è ancora. Invece nell'Internazionale bisogna accogliere, secondo voi, in tutta fretta quelli che sono comunisti per metà, per un quarto o anche per un ottavo.
È una maledizione che pesa sul movimento operaio: non appena ha ottenuto un certo «potere» esso tende ad aumentarlo con mezzi contrari ai principi. Anche la socialdemocrazia era «pura» all'inizio in quasi tutti i paesi. La maggior parte degli attuali socialtraditori erano dei veri marxisti. Le masse furono conquistate con la propaganda marxista. Ma subito dopo aver raggiunto una certa potenza, i capi abbandonarono le masse.
Attualmente voi e la Terza Internazionale vi comportate come un tempo fece la socialdemocrazia. Naturalmente oggi la cosa non avviene più nei limiti nazionali ma su scala internazionale. La rivoluzione russa ha vinto per la «purezza», per la fermezza nei principi. Attualmente il proletariato dispone di un certo «potere». Occorre ora estendere questo potere su tutta l'Europa. Ed ecco che si abbandona la vecchia tattica!
Invece di applicare ora a tutti gli altri paesi questa tattica sperimentata, e di rafforzare così dall'interno la Terza Internazionale, si compie un voltafaccia e, alla pari della socialdemocrazia di una volta, si passa all'opportunismo. Ecco che si fa passare tutto: i sindacati, gli indipendenti (tedeschi), il centro francese, una porzione del Labour Party.
Per salvare le apparenze del marxismo si pongono delle condizioni da sottoscrivere! Kautsky, Hilferding, Thomas ecc. vengono messi all'indice. Ma le grandi masse, il quadro medio, sono accettati, e tutti i mezzi sono buoni per spingerli ad entrare nell'Internazionale. Per rafforzare ulteriormente il centro si escludono i «sinistristi», a meno che non vogliano passare al centro! I migliori rivoluzionari, quali il KAPD, sono così esclusi!
E una volta unita la grande massa con una linea centrista, ci si sbrana tutti insieme sotto la disciplina di ferro, sotto capi messi alla prova in un modo tanto straordinario. Per andare dove? Nel baratro.
A che cosa servono i principi obbligatori, le brillanti tesi della Terza Internazionale se, nella pratica, si è opportunisti? Anche la Seconda Internazionale aveva i più bei principi ma è sprofondata nella pratica.
Noi sinistristi non vogliamo che questo accada. Vogliamo innanzitutto formare nell'Europa occidentale, così come fecero un tempo i bolscevichi in Russia, dei nuclei solidissimi, molto coscienti e fortissimi (anche se inizialmente molto piccoli). E quando li avremo formati, li ingrandiremo. Ma su un terreno sempre più solido, sempre più forte, sempre più «puro». Soltanto in questa maniera possiamo vincere nell'Europa occidentale. È per questo che respingiamo tutta la vostra tattica, compagno Lenin.
Voi dite, compagno, che noialtri membri della Commissione di Amsterdam abbiamo dimenticato o non abbiamo imparato le lezioni delle rivoluzioni precedenti. Ebbene! Compagno, io mi ricordo benissimo di un fatto che ha caratterizzato le rivoluzioni del passato. È il seguente: i partiti di «estrema sinistra» vi hanno sempre giocato un ruolo eminente, di primo piano. Si ricordino la rivoluzione olandese contro la Spagna, la rivoluzione inglese, quella francese, quella della Comune e le due rivoluzioni russe.
Attualmente nello sviluppo del movimento operaio si presentano, nella fase rivoluzionaria europeooccidentale, due correnti: quella radicale e quella opportunista. Non possono pervenire a una buona tattica, all'unità, se non con la lotta reciproca. Ma la corrente radicale è di gran lunga la migliore anche se in qualche faccenda di secondo piano si spinge troppo oltre. E voi, compagno Lenin, sostenete la corrente opportunista!
E non è tutto! L'esecutivo di Mosca, i capi russi di una rivoluzione che ha vinto con l'aiuto di un esercito di milioni di contadini poveri, vogliono imporre la loro tattica al proletariato dell'Europa occidentale che invece è solo. E per far questo essi, così come voi, spezzano la migliore corrente dell'Europa occidentale!
Quale stupidità bestiale, e soprattutto quale dialettica!
Quando la rivoluzione scoppierà nell'Europa occidentale voi vedrete che cosa ne sarà della vostra tattica onirica! Ma il proletariato ne farà allora le spese.
Voi, compagno, e l'esecutivo di Mosca, sapete che i sindacati sono delle potenze controrivoluzionarie. Ciò risulta chiaramente dalle vostre tesi. Ciononostante volete conservarli. Sapete anche che l'Unione operaia, e cioè le organizzazioni di fabbrica, il Rank and File Movement sono organizzazioni rivoluzionarie. Dite voi stesso, nelle vostre tesi, che le organizzazioni di fabbrica devono essere e sono il nostro scopo. Ciononostante volete soffocarle. Volete soffocare le organizzazioni nelle quali gli operai, ogni operaio, e di conseguenza la massa, può sviluppare forze e potenza, e volete conservare le organizzazioni in cui la massa è uno strumento passivo nelle mani dei capi. In questo modo volete prendere il controllo dei sindacati, metterli sotto il controllo della Terza Internazionale.
Perché volete questo? Perché seguite questa cattiva tattica? Perché volete avere le masse attorno a voi, quali esse siano e prima di ogni altra cosa. Perché voi ritenete che soltanto alla condizione di avere le masse sottomesse con una disciplina ferma e centralizzata (in modo comunista, semicomunista o per nulla comunista...) voi stessi, cioè i capi, arriverete alla vittoria.
In breve: perché conducete una politica da capo.
La politica da capo non è la politica che vuole capi e centralizzazione (senza dei quali non si può ottenere nulla così come non si può ottenere nulla senza il partito), ma è la politica che riunisce le masse senza consultarle per sentire le loro convinzioni e le loro opinioni, e che pensa che i capi possono vincere soltanto se hanno le grandi masse attorno a loro.
Ma questa politica, che voi e l'esecutivo attualmente portate avanti nella questione sindacale, non avrà successo nell'Europa occidentale. Infatti il capitalismo è ancora troppo potente e il proletariato è troppo ridotto alle sue sole forze. Tale politica fallirà come quella della Seconda Internazionale.
Qui gli operai devono diventare potenti innanzitutto da soli, e solo in seguito grazie a voi capi. Qui il male, la politica da capo, deve essere distrutto alle radici.
Con la vostra tattica nella questione sindacale, voi e l'esecutivo di Mosca, avete dimostrato con successo che se non cambiate, la tattica stessa, non potrete dirigere la rivoluzione nell'Europa occidentale.
Voi dite che la «Sinistra» quando pretende di applicare la sua tattica sa soltanto far chiacchiere. Ebbene, compagno, la «Sinistra» ha finora avuto poche o nessuna occasione di agire in altri paesi. Ma osservate soltanto la Germania, considerate la tattica e l'attività del KAPD al momento del putsch di Kapp e di fronte alla rivoluzione recalcitrante, e sarete obbligato a ritirare le vostre parole.
Il parlamentarismo
Resta ancora da difendere la Sinistra sulla questione del parlamentarismo (18). La linea di sinistra, anche in questa questione, si basa sulle stesse considerazioni generali e teoriche prese in esame nella questione sindacale: isolamento del proletariato, enorme potenza del nemico, necessità per la massa di elevarsi all'altezza dei suoi compiti, di non fidarsi, inanzitutto, che di se stessa,ecc. Non ho bisogno di esporre un'altra volta tutte queste ragioni. Ma ce ne sono altre ancora più importanti di quelle addotte per la questione sindacale.
Innanzitutto: gli operai, e in generale, le masse lavoratrici dell'Europa occidentale sono completamente sotto l'influsso ideologico della cultura borghese, delle idee borghesi e, di conseguenza, del sistema rappresentativo e del parlamentarismo borghese, della democrazia borghese. E questo a un livello molto più alto rispetto agli operai dell'Europa orientale. Da noi l'ideologia borghese si è impadronita dell'intera vita sociale e, di conseguenza, anche politica; è penetrata profondamente nella testa e nei cuori degli operai. E' all'interno di questa ideologia che gli operai sono stati educati, sono cresciuti già da alcuni secoli. Sono saturi di idee borghesi.
Il compagno Pannekoek descrive molto correttamente questa situazione nella rivista Kommunismus, di Vienna:
«L'esperienza tedesca si colloca di fronte al grande problema della rivoluzione nell'Europa occidentale. In questi paesi il modo di produzione borghese e la secolare cultura altamente sviluppata che gli è legata hanno inciso profondamente sul modo di sentire e di pensare delle masse popolari. In tal modo il loro carattere intimo e spirituale è completamente diverso da quello degli operai delle regioni orientali che non hanno mai conosciuto il dominio borghese. Ed è qui che risiede, innanzitutto, la differenza del corso rivoluzionario dell'Est, rispetto all'Ovest dell'Europa. In Inghilterra, Francia, Olanda, Scandinavia, Italia, Germania, fioriva, fin dal Medioevo, una forte borghesia sulla base d'una produzione piccolo-borghese e di capitalismo primitivo. E quando il feudalesimo fu rovesciato, si sviluppò anche nelle campagne una forte ed indipendente classe di contadini, la quale fu anche padrona della sua piccola economia.
Su tale base si è sviluppata la vita spirituale borghese, in una solida cultura nazionale. Accadde così innanzitutto negli Stati marittimi come l'Inghilterra, la Francia, che marciarono alla testa dello sviluppo capitalistico. Il capitalismo, mediante l'assoggettamento dell'intera economia alla sua direzione, legando anche le fattorie più sperdute al campo dell'economia mondiale, nel corsi del XIX secolo, ha elevato il livello di questa cultura nazionale, l'ha migliorato, e con le sue armi spirituali di propaganda - la stampa, la scuola e la chiesa - ha forgiato su tale modello il cervello popolare, sia che si tratti della masse proletarizzate da esso attirate nella città sia che si tratti di queste considerazioni sono valide non soltanto per i paesi in cui il capitalismo è nato, ma anche, benché con forme un pò diverse, per l'Australia e l'America, dove gli europei hanno fondato nuovi Stati, così come per i paesi dell'Europa centrale quali la Germania, l'Austria e l'Italia, dove il nuovo sviluppo capitalistico ha potuto innestarsi sulla vecchia economia arretrata e sulla cultura piccolo-borghese. Il capitalismo trovò, penetrando nei paesi dell'Europa orientale, un materiale tutto diverso e di altre tradizioni. In Russia, in Polonia, in Ungheria e nei paesi a est dell'Elba, non c'era una classe borghese abbastanza forte da dominare, per tradizione, la vita spirituale. La situazione agraria - grande proprietà fondiaria, feudalesimo patriarcale, comunismo di villaggio - dava il tono all'ideologia»
In questo brano il compagno Pannekoek, posto di fronte al problema ideologico, ha colpito il bersaglio giusto. Molto meglio di quanto noi avessimo mai fatto, egli faceva emergere sul terreno ideologico la differenza tra l'Europa orientale e quella occidentale, e ha dato, da questo punto di vista, la chiave di una tattica rivoluzionaria per l'Europa occidentale.
Se si stabilisce il legame tra tutto ciò e la causa materiale della potenza nemica, e cioè con il capitale finanziario, allora l'intera tattica diventa chiara.
Ma si può dire di più a proposito del problema ideologico. La libertà borghese, la potenza del parlamento, sono state, nell’Europa occidentale, una conquista delle generazioni precedenti, degli antenati nelle loro lotta liberatrice; conquiste utilizzate dai possidenti ma realizzate dal popolo. Il ricordo di queste lotte costituisce ancora una tradizione profondamente radicata nel sangue del popolo. Una rivoluzione, in effetti, è il ricordo più profondo di un popolo. L'idea che essere rappresentati in parlamento costituisce una vittoria, è inconsciamente qualcosa come una forza immensa e tranquilla. Questo è vero in particolare nei paesi più vecchi della borghesia in cui hanno avuto luogo lotte lunghe e frequenti per la libertà; in Inghilterra, in Olanda e in Francia. E anche, ma in misura minore, in Germania, in Belgio e nei paesi scandinavi. Un abitante dei paesi dell'Est non può probabilmente immaginarsi quale forza può avere questa influenza.
Per di più gli operai qui hanno lottato, spesso per molti anni, per il suffragio universale e lo hanno conquistato nella lotta; o direttamente o indirettamente. Questa vittoria ai suoi tempi ebbe dei risultati. Si pensa e si sente generalmente che avere dei rappresentanti nel parlamento borghese delegare ad essi i propri interessi, costituisca un progresso e una vittoria. Non bisogna sottovalutare la forza di questa ideologia.
E infine, la classe operaia dell'Europa occidentale è caduta, con il riformismo, sotto i colpi dei parlamentari che l'hanno portata alla guerra, all'alleanza con il capitalismo. Questa influenza del riformismo è anch'essa colossale.
Per tutte questa cause l'operaio è diventato lo schiavo del parlamento al quale delega ogni cosa. In prima persona non agisce più (19).
Viene la rivoluzione. Ora l'operaio deve fare tutto in prima persona. Deve lottare da solo con la sua classe contro il formidabile nemico,deve condurre la lotta più terribile che si sia vista al mondo. Nessuna tattica da capi può aiutarlo. Tutte le classi formano una barriera compatta davanti a lui, e nessuna è dalla sua parte. Se invece si fa rappresentare in parlamento dai suoi capi o da altre classi, è minacciato dal grande pericolo di ricadere nella sua vecchia debolezza lasciando agire i capi, delegando tutto al parlamento, confinandosi nella finzione secondo la quale altri possono fare la rivoluzione al suo posto, perseguendo delle illusioni e restando bloccato nell'ideologia borghese.
Questo atteggiamento delle masse di fronte ai capi è anch'esso molto ben descritto dal compagno Pannekoek:
«Il parlamentarismo è la forza tipica della lotta con uno strumento da capi, che fa giocare alle masse un ruolo secondario. La sua pratica consiste nel fatto che dei deputati, delle personalità particolari, conducano una lotta fondamentale. Essi devono, di conseguenza, destare nelle masse l'illusione che altri possono sostenere la lotta al loro posto. Una volta si credeva che i capi avrebbero potuto ottenere delle riforme importanti per gli operai attraverso la via parlamentare, e aveva anche corso l'illusione che i parlamentari avrebbero potuto realizzare la rivoluzione socialista con misure legislative. Oggi che il parlamentarismo ha un aspetto più modesto, si mette avanti l'argomento che i deputati possono fare una forte propaganda per il comunismo in parlamento. ma sempre l'importanza decisiva è attribuita ai capi. Naturalmente in questa situazione sono i funzionari che dirigono la politica, magari sotto la mascheratura democratica delle discussioni e risoluzioni dei congressi. La storia della socialdemocrazia è, da questo punto di vista, una lezione degli sforzi iniziali fatti affinché i membri del partito determinano da soli la linea politica. Laddove il proletariato lotta sulla via parlamentare, tutto ciò è inevitabile fino a quando le masse non avranno creato delle organizzazioni adatte ala loro azione, vale a dire laddove la rivoluzione deve ancora arrivare. Ma non appena le masse entrano in scena in prima persona, per decidere e per agire, i misfatti del parlamentarismo sovraccaricano la bilancia.
Il problema della tattica consiste nel trovare i mezzi per estirpare la mentalità tradizionale borghese che domina sulle masse proletarie indebolendone le forze. Tutto ciò che rafforza nuovamente la concezioni tradizionali è nocivo. Il lato più solido, più tenace, di questa mentalità è proprio costituito dallo stato di dipendenza nei confronti dei dirigenti ai quali gli operai delegano la soluzione di tutte le questioni generali, la direzione dei loro interessi di classe. Il parlamentarismo inevitabilmente tende a paralizzare l'azione delle masse necessarie per la rivoluzione. Che si pronuncino dei bei discorsi per ridestare l'attenzione rivoluzionaria! L'attività rivoluzionaria non trae il suo alimento da frasi simili, ma soltanto dalla necessità dura e difficile e quando non c'è altra via d'uscita.
La rivoluzione inoltre esige qualcosa di più della lotta delle masse che rovescia un sistema governativo, di una battaglia che sappiamo non poter essere artificialmente provocata ma soltanto originata dai bisogni profondi delle masse. La rivoluzione esige che il proletariato prenda nelle sue mani le grandi questioni della ricostruzione sociale, le più difficili decisioni, che il proletariato entri al completo nel movimento creativo. E ciò è impossibile, se innanzitutto l'avanguardia, poi masse sempre più larghe, non prendano le cose nelle loro mani, non si considerino responsabili, non si mettano a studiare, a fare propaganda, a lottare, a pensare, a osare ed eseguire fino in fondo. Ma tutto ciò è difficile e penso; fino a che la classe operaia è portata a credere alla possibilità di una strada più facile in cui altri agiscono al suo posto conducendo l'agitazione da una tribuna altolocata, prendendo decisioni, dando il segnale per l'azione, facendo leggi, fino ad allora essa esiterà e resterà passiva, sotto il peso della vecchia mentalità e delle vecchie debolezze»
Gli operai dell'Europa occidentale devono agire innanzitutto in prima persona e non soltanto sul terreno sindacale ma anche sul terreno politico: occorre ripetere questo mille volte e, se è necessario, anche centomila, un milione di volte (e chi non ha compreso e non ha tratto questa lezione degli avvenimenti seguiti al novembre del 1918 è un cieco anche se si tratta di voi, compagno). Giacché essi sono soli e nessuna astuzia dei capi potrebbe aiutarli. E' da loro stessi che deve uscire la massima forza d'impulso. Qui, per la prima volta a un livello più elevato che non in Russia, l'emancipazione della classe operaia sarà opera degli operai stessi. E' per questo che i compagni della Sinistra hanno ragione quando dicono ai compagni tedeschi: non partecipate alla elezioni, boicottate il parlamento; occorre che voi stessi facciate ogni cosa sul piano politico; voi operai non vincerete fino a che non agirete in questo modo; vincerete soltanto se agirete così per due, cinque, dieci anni e se vi sforzerete uno ad uno, gruppo a gruppo, di città in città, di provincia in provincia, e infine in tutto il paese, come partito, come unione, come consigli di fabbrica, come massa, come classe. Attraverso l'esempio e la lotta sempre rinnovata, attraverso le disfatte, succederà che la grande maggioranza di voi formerà un blocco e dopo aver frequentato questa scuola, potrebbe formare una massa grande e omogenea.
Ma i compagni, i sinistristi del KAPD avrebbero commesso un grosso sbaglio se avessero sostenuto questa linea soltanto a parole, come propaganda. In questa questione politica la lotta e l'esempio sono ancora più importanti che nella questione sindacale.
I compagni del KAPD erano nel loro pieno diritto e obbedivano ad una necessità storica quando si separarono dalla Lega di Spartaco, scindendosi da essa o meglio dalla sua Centrale nel momento in cui quest'ultima non voleva più tollerare quel tipo di propaganda. In effetti il proletariato tedesco e gli operai dell'Europa occidentale avevano bisogno, innanzitutto di schiavi politici, che in questo mondo di oppressi dell'Europa occidentale, sorgesse un gruppo che fosse di esempio, un gruppo di liberi lottatori, senza capi, vale a dire senza capi del vecchio tipo. Senza deputati in parlamento.
E ciò ancora una volta non perché sia bello o buono di per sé, o perché è eroico è meraviglioso, ma perché il popolo lavoratore tedesco ed europeo-occidentale è solo in questa terribile lotta e non può sperare in alcun aiuto dalle altre classi o dall'intelligenza dei capi. Una sola cosa può sostenerlo: la volontà e la decisione delle masse, uomo per uomo, donna per donna, insieme.
A questa tattica fondata su ragioni così profonde, si oppone la partecipazione al parlamento che può solo nuocere a questa giusta linea; e il danno è infinitamente maggiore del piccolo vantaggio della propaganda (attraverso la tribuna parlamentare). E a causa di ciò la Sinistra respinge il parlamentarismo.
Voi dite che il compagno Liebknecht potrebbe, se fosse vivo, fare un lavoro meraviglioso nel Reichstag. Noi lo neghiamo. Non potrebbe manovrare politicamente laddove i partiti della grande e piccola borghesia formano un blocco contro di noi. E neanche conquisterebbe, per questa via, le masse meglio di quanto potrebbe fare stando fuori del parlamento. Al contrario, una grandissima parte della massa sarebbe soddisfatta dei discorsi e la sua presenza in parlamento sarebbe quindi nociva (20).
Senza dubbio un lavoro simile della «Sinistra» durerà anni e le persone che, per qualsiasi ragione, desiderano successi immediati, cifre più alte di aderenti e di voti, grandi partiti e una Internazionale potente (in apparenza), dovranno aspettare ancora per molto tempo. Ma quelli che comprendono che la vittoria della rivoluzione in Germania e nell'Europa occidentale sarà una realtà soltanto se la massa degli operai comincerà a riporre la sua fiducia in se stessa, saranno soddisfatti di questa tattica.
È l'unica tattica valida per la Germania e l'Europa occidentale, e in particolare per l'Inghilterra.
Compagno, conoscete tutto l'individualismo borghese dell'Inghilterra, la sua libertà borghese, la sua democrazia parlamentare, cosi come si sono sviluppate durante sei o sette secoli? Cosi come sono: infinitamente differenti dalla situazione russa? Sapete come queste idee siano profondamente radicate in ogni individuo, ivi compresi i proletari, in Inghilterra e nelle sue colonie? Conoscete questa struttura unificata in un immenso complesso? La sua importanza generale nella vita sociale e personale? Io credo che nessun russo, nessun europeo dell'Est, le conosce. Se voi le conoscete, ammirerete allora quegli operai inglesi che osano porsi radicalmente contro questo immenso edificio, contro la più grande costruzione politica del capitalismo nel mondo intero.
Per arrivare a questa altezza, se questa è pienamente cosciente, non occorre forse un senso rivoluzionario altrettanto sviluppato di quello di chi ha rotto per primo con lo zarismo? Questa rottura con tutta la democrazia inglese significa già la rivoluzione inglese in embrione.
Infatti questa azione viene compiuta con la massima decisione cosi come deve essere in questa Inghilterra forte di un passato storico gigantesco e di potenti tradizioni. Proprio perché rappresenta la forza maggiore (è proporzionalmente il più forte del mondo) il proletariato inglese si erge all'improvviso davanti alla borghesia più forte del mondo, si erge con tutta la sua forza e respinge subito l'intera democrazia inglese benché nel suo paese non sia ancora giunta la rivoluzione.
Tutto questo è stato già realizzato dalla sua avanguardia, dalla Sinistra, cosi come in Germania dall'avanguardia tedesca, il KAPD. E perché lo ha fatto? Perché sa che la classe operaia inglese è isolata, che nessuna classe in tutta l'Inghilterra l'aiuterà e che il proletariato, in prima persona innanzitutto, e non attraverso i suoi capi, deve lottare e vincere (21).
Il proletariato inglese mostra, con l'esempio della sua avanguardia, in che modo vuole lottate: da solo contro tutte le classi dell'Inghilterra e delle sue colonie.
E ancora come l'avanguardia tedesca: dando l'esempio. Creando un partito comunista che respinga il parlamento, grida a tutta la classe operaia dell'Inghilterra: rompete con il parlamento, simbolo della potenza capitalista. Formate il vostro partito e le vostre organizzazioni di fabbrica. Basatevi soltanto sulle vostre forze.
Questo doveva infine venir prodotto in Inghilterra, questa fierezza e questo orgoglio operaio nati all'interno del capitalismo più sviluppato, E ora che questa azione è iniziata, diventa un blocco di granito.
Fu una giornata storica, compagni, quella in cui, nell'assemblea del mese di giugno, fu fondato il primo partito comunista che ruppe con tutta la costituzione e l'organizzazione dello Stato in vigore da oltre sette secoli. Avrei voluto che Marx ed Engels fossero presenti. Credo che avrebbero provato un immenso piacere se avessero potuto vedere questi operai inglesi respingere lo Stato inglese, prototipo di tutti gli Stati borghesi del mondo, centro e fortezza del capitale mondiale già da molti secoli, dominatore di un terzo dell'umanità; se avessero potuto vedere gli operai respingere questo Stato e il suo parlamento.
Costituisce una ragione di più per l'applicazione di questa tattica in Inghillterra il fatto che il capitalismo inglese è pronto a sostenere il capitalismo in tutti gli altri paesi e che non esiterà certamente a far affluire da tutte le patti del mondo le truppe d'intervento contro qualsiasi proletariato straniero e, in particolare, contro il suo, La lotta del proletariato inglese è dunque una lotta contro il capitale mondiale. Ragione di più perché il capitalismo inglese dia l'esempio più alto e più chiaro, perché sostenga in modo esemplare la causa del proletariato mondiale con la lotta e con l'esempio (22).
Dovrebbe sempre esistere un gruppo che trae tutte le conseguenze della sua posizione nella lotta. I gruppi di questo tipo sono il sale dell'umanità.
Ma ora, dopo aver difeso sul piano teorico l'antiparlamentarismo, devo occuparmi nei dettagli della vostra difesa del parlamentarismo. Voi lo difendete (dalla pagina 36 alla 68) per l'Inghilterra e la Germania. Ma la vostra argomentazione è applicabile soltanto alla Russia (e a rigore a qualche altro paese dell'Europa orienale), ma non all'Europa occidentale. E su questo punto, come ho già detto, che commettete sbagli. A causa di questa falsa concezione, voi vi trasformate da capo marxista in capo opportunista. A causa di questa concezione, voi, capo marxista radicale per la Russia e probabilmente per qualche altro paese dell'Europa orientale, cadete nell'opportunismo quando c'è di mezzo l'Europa occidentale. E la vostra tattica spingerebbe l'intero Occidente alla sconfitta se venisse accettata. E quello che voglio dimostrare respingendo nei dettagli la vostra argomentazione.
Compagno, mentre leggevo lo sviluppo dei vostri argomenti, dalla pagina 36 alla 68 (23), ero costantemente perseguitato da un ricordo. Mi sembrava di essere tornato al congresso del vecchio partito socialpatriota olandese e di ascoltarvi un discorso di Troelstra. Quando costui dipingeva agli operai i grandi vantaggi della politica riformista, quando parlava degli operai che non erano socialdemocratici e che avremmo dovuto portare a noi mediante compromessi. Quando parlava delle alleanze che potevamo fare (transitoriamente beninteso...) con i partiti di questi operai; quando parlava delle «divisioni» tra i partiti borghesi che bisognava utilizzare. E’ più o meno cosi, anzi esattamente così, parola per parola, che voi, compagno Lenin, parlate a noi dell'Europa occidentale!!!
E mi ricordo come noi, i compagni marxisti, fossimo seduti in fondo alla sala, in piccolo numero, quattro o cinque: Henriette Roland-Holst, Pannekok e alcuni altri. Troelstra si espresse come fate voi, fu persuasivo, trascinante. E mi ricordo anche come in mezzo al tuono degli applausi, delle brillanti frasi riformiste e delle calunnie contro i marxisti, gli operai della sala si girarono per contemplare questi « idioti », questi asini e questi imbecilli infantili, cosi come li aveva qualificati Troelstra, e cosi come fate voi parola più parola meno. E in questo modo che, probabilmente, sono andate le cose al congresso dell'Internazionale di Mosca, quando voi avete parlato contro i marxisti «sinistristi». Lui, Troelstra — alla pari di voi — espose le sue idee con tanta persuasione, tanta logica, che io stesso pensai per un momento che forse aveva ragione.
Di solito ero io a parlare a nome dell'opposizione (negli anni precedenti al 1909, quando fummo espulsi). Ma sapete quello che pensai allora ascoltando quando cominciavo a dubitare di me stesso? Avevo un mezzo che non mi ingannava mai. Si trattava d'un punto del programma del partito: Tu devi sempre agire e parlare in modo da destare e fortificare la coscienza di classe degli operai. Mi chiesi allora la coscienza di classe degli operai viene rafforzata da quello che dice quest'uomo oppure no? E capii subito che la risposta era negativa e che, di conseguenza, avevo ragione io.
Ho provato la stessa cosa leggendo il vostro opuscolo. Ascoltavo i vostri argomenti opportunisti a favore dell'alleanza con i partiti non comunisti, del compromesso con i borghesi. Mi sentivo trascinato. Tutto sembrava cosi brillante, cosi chiaro e bello, e cosi logico nella vostra esposizione. Ma poi mi sono ripetuto, come una volta, la domanda che da qualche tempo ho imparato ad opporre agli opportunisti del comunismo: quello che dice questo compagno è fatto per stimolare la volontà delle masse verso l'azione, verso la rivoluzione, quella vera, nell'Europa occidentale, si o no? E la mia testa e il mio cuore hanno risposto contemporaneamente di no al vostro opuscolo. Allora, compagno Lenin, ho saputo immediatamente, con tutta la certezza che un uomo può avere, che voi avete torto.
Penso di raccomandare questo mezzo ai compagni della Sinistra. Compagni, in tutte le lotte difficili contro i comunisti opportunisti, lotte che ci attendono in tutti i paesi (qui in Olanda durano già da tre anni), se volete sapere se avete ragione e perché, ponetevi la domanda che io mi sono posto.
Voi, compagno, vi servite nella vostra lotta contro di noi soltanto di tre argomenti, che appaiono sempre o isolati o mischiati gli uni agli altri, nel vostro opuscolo. Eccoli:
1) Utilità della propaganda nel parlamento per la conquista degli operai e degli elementi piccolo-borghesi.
2) Utilità dell'azione parlamentare per lo sfruttamento delle «divisioni» tra i partiti e per il compromesso con questi o quelli.
3) Esempio della Russia in cui questa propaganda e questi compromessi hanno dato cosi eccellenti risultati.
Altri argomenti non ne avete. Mi accingo ora a rispondere ai tre punti, nell'ordine.
Esaminiamo il primo argomento, quello della propaganda in parlamento. Questo argomento è di peso assai scarso. Infatti gli operai non comunisti, e cioè i socialdemocratici, i cristiani e i sostenitori di altre tendenze borghesi, di solito non sanno nulla attraverso i loro giornali di quelli che possono essere i nostri interventi parlamentari. Spesso questi discorsi vengono completamente snaturati. Noi non li tocchiamo, quindi, con quei discorsi. Noi li tocchiamo soltanto con le nostre riunioni, i nostri opuscoli e i nostri giornali.
Noialtri — parlo spesso a nome del KAPD — li influenziamo soprattutto con l'azione (in tempi di rivoluzione, cioè in tempi come quelli che stiamo vivendo). In tutte le città e in tutti i villaggi di qualche importanza, essi ci vedono al lavoro. Vedono i nostri scioperi, le nostre battaglie di strada, i nostri Consigli. Capiscono le nostre parole d'ordine. Ci vedono marciare all’avanguardia. Ecco la migliore propaganda, quella decisiva per eccellenza. Ma essa non si fa in parlamento, Gli operai non comunisti, gli elementi piccolo-borghesi e piccolo-contadini possono dunque essere agevolmente raggiunti, senza ricorrere alla lezione parlamentare.
Gli operai non comunisti, gli elementi piccolo-borghesi e i piccoli contadini possono quindi essere facilmente raggiunti, senza ricorrere all'azione parlamentare.
Qui devo confutare in modo particolare un brano dell'opuscolo sulla «malattia infantile» che dimostra chiaramente fino a dove, compagno, vi conduce l'opportunismo.
Secondo voi, a pagina 52, il fatto che gli operai passino in massa al partito degli indipendenti e non al partito comunista, è la conseguenza dell'atteggiamento negativo dei comunisti di fronte al parlamento. Cosi le masse operaie di Berlino sarebbero state pressoché conquistate alla rivoluzione con la morte dei nostri compagni Liebknecht e Rosa Luxemburg, e con gli scioperi coscienti e le battaglie di strada dei comunisti. Non sarebbe mancato altro che un discorso del compagno Levi in parlamento! Se costui avesse pronunciato tale discorso, gli operai sarebbero passati dalla nostra parte e non nel campo equivoco degli indipendenti!! No, compagno, questo non è vero; gli operai sono andati inizialmente verso l'equivoco perché temevano ancora la rivoluzione, quella che non ammette equivoci. Il passaggio dalla schiavitù alla libertà procede con esitazione.
Siate prudente, compagno. Guardate dove già vi conduce l'opportunismo.
Il vostro primo argomento è senza valore.
E se noi riteniamo che la partecipazione al parlamento (durante la rivoluzione in Germania, in Inghilterra e in tutta l'Europa occidentale), rafforza negli operai l'idea che i capi ci sapranno fare, e indebolisce l'idea che gli operai stessi devono fare tutto da soli, vediamo come questo argomento non solo non significa nulla di buono, ma è, addirittura, molto dannoso.
Passiamo al secondo argomento; l'utilità dell'azione parlamentare (in periodo rivoluzionario) per approfittare delle divisioni tra i partiti e fare compromessi con questo o quel partito.
Per confutare questo argomento (in particolare per quanto riguarda l'Inghilterra e la Germania, ma anche, in generale per l'intera Europa occidentale), devo entrare nei dettagli un po' più di quanto non ho fatto per la prima questione. Una cosa del genere mi rimane difficile di fronte a voi, compagno Lenin; e tuttavia occorre farla. L'intera questione dell'opportunismo rivoluzionario (giacché si tratta qui non più dell'opportunismo nel riformismo ma nella rivoluzione) è per noi dell'Europa occidentale una questione di vita o di morte. In se stessa la confutazione è facile. Abbiamo criticato già cento volte questo argomento quando Troelstra, Henderson, Bernstein, Legien, Renaudel, Vandervelde, ecc..., in una parola, tutti i socialpatrioti se ne servivano. Già Kautsky, quando era ancora Kautsky, l'aveva confutato. Si trattava dell'argomento fondamentale dei riformisti. E mai avremmo pensato di doverlo combattere in voi. E tuttavia dobbiamo tarlo. Cosi sia!
Il vantaggio conferito dall'utilizzazione parlamentare delle «divisioni» è insignificante cosi come sono state insignificanti, dopo molti anni e decine di anni, queste stesse «divisioni». Tra i partiti della grande borghesia, come in quelli della piccola borghesia, ci sono soltanto divisioni insignificanti. E’ cosi in Germania e in Inghilterra. Questa realtà non data dalla rivoluzione, ma risale a molto tempo prima, all'epoca dello sviluppo lento. Tutti i partiti, ivi compresi quelli della piccola borghesia e dei piccoli contadini, si sono schierati già da molto tempo contro gli operai. Le divergenze che hanno sull'atteggiamento da assumere verso gli operai (e a causa di cio verso altre questioni) sono diventate minime, sono spesso addirittura scomparse.
Ciò è innegabile, in teoria e in pratica. E’ cosi in Europa occidentale, in Germania e in Inghilterra.
La teoria ci insegna che il capitale è concentrato nelle banche, nei trust e nei monopoli in modo formidabile.
In effetti, in occidente e particolarmente in Inghilterra e in Germania, queste banche, trust e cartelli hanno integrato quasi tutto il capitale dei diversi rami dell'industria, del commercio, dei trasporti, e perfino in gran parte dell'agricoltura. A causa di ciò l'intera industria, piccola o grande, tutti i trasporti, piccoli o grandi, l'intero commercio, piccolo o grande, e la maggior parte dell'agricoltura, di quella grande e di quella piccola, sono diventati completamente dipendenti dal grande capitale. E si incorporano in esso.
Il compagno Lenin dice che il piccolo commercio, il piccolo trasporto, la piccola industria e l'agricoltura oscillano tra il capitale e gli operai. Ciò è falso. Era vero nel caso della Russia e una volta anche da noi. Ora però nell'Europa occidentale, in Germania e in Inghilterra essi dipendono cosi completamente dal grande capitale che non oscillano più. Il piccolo bottegaio, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, sono del tutto subordinati alla potenza dei trust, dei monopoli, delle banche. Questi ultimi li riforniscono di merci e di crediti. Perfino il piccolo contadino dipende, con la sua cooperativa e le ipoteche, dai trust, dai monopoli e dalle banche.
Compagno, questa parte della mia dimostrazione della validità della linea di sinistra è la più importante; da essa dipende qualsiasi tattica per quanto riguarda l'Europa e l'America.
Compagno, di quali parti sono composti questi strati inferiori che si trovano vicini al proletariato? Da negozianti, artigiani, impiegati subalterni e piccoli contadini.
Esaminiamoli dunque nell'Europa occidentale. Venite con me, compagno, non soltanto in un grande magazzino — qui la dipendenza dal grande capitale è evidente — ma in una modesta bottega dell'Europa occidentale, in mezzo ad un quartiere di proletari poveri. Che cosa vedete? Tutte o quasi tutte queste merci, abiti, generi alimentari, attrezzi, combustibili, ecc. non soltanto sono prodotti della grande industria, ma molto spesso sono distribuiti dai trust. E questo non è vero soltanto per le città ma anche nella campagna. I piccoli commercianti sono, già ora per la maggior parte, dei depositari del grande capitale. In particolare del capitale finanziario, poiché è questo a controllare le grandi fabbriche e i trust.
Date un'occhiata al laboratorio di un piccolo artigiano, in città o in campagna, non importa. Le sue materie prime – metalli, cuoio, legno e così via – provengono dal grande capitale, spesso già dai monopoli, in altre parole, di conseguenza, dalle banche. E laddove i fornitori di queste merci sono ancora piccoli capitalisti, dipendono comunque dal capitale finanziario.
Chi sono gli impiegati subalterni? Nell'Europa occidentale sono per la maggior parte dei servitori del grande capitale o dello Stato e degli enti locali i quali ultimi dipendono, a loro volta, dal grande capitale e, dunque, in ultima analisi, dalle banche. La percentuale degli impiegati dello strato più vicino al proletariato, posto direttamente alle dipendenze del grande capitale, è molto grande nell'insieme dell'Europa occidentale, enorme in Germania e in Inghilterra, cosi come negli Stati Uniti e nelle colonie inglesi.
Gli interessi di questi strati sono dunque legati agli interessi del grande capitale, e quindi, delle banche.
Ho già parlato dei contadini poveri e abbiamo visto che per il momento non sono suscettibili di essere conquistati dal comunismo per via dei motivi che ho già ricordato e anche per il fatto che essi sono alle dipendenze del grande capitale per quanto riguarda i loro macchinari, le loro vendite e le loro ipoteche.
Che cosa ne consegue, compagno?
Che la società e lo Stato moderno europeo-occidentale (e americano) formano un grande insieme strutturato fino alle sue branche e ai suoi rami più lontani, e che è dominato, messo in movimento, e regolato interamente dal capitale finanziario; che la società è qui un corpo organizzato, organizzato sul modello capitalista ma pur tuttavia organizzato; che il capitale finanziario è il sangue di questo corpo che scorre in tutti i membri e li nutre; che questo corpo è un tutto organico e che tutte le sue parti devono a questa unità la loro estrema vitalità in modo che tutte gli restano attaccate fitto alla morte reale. Tutte eccetto il proletariato che è quello che crea il sangue, il plusvalore.
A causa di questa dipendenza di tutte le classi dal capitae finanziario e dalla potenza formidabile di cui dispone, tutte le classi sono ostili alla rivoluzione e il proletariato è solo.
E poiché il capitale finanziario è la potenza più elastica e duttile del mondo, e sa centuplicare ulteriormente la sua influenza con il credito, riesce a tenere legati la classe, la società e lo Stato capitalistici, anche dopo questa terribile guerra, dopo la perdita di migliaia di miliardi, e in una situazione che ci appare già come la sua bancarotta.
Esso, al contrario, riesce a unire più strettamente tutte le classi attorno a sé (con l'eccezione del proletariato) e organizza la loro lotta comune contro il proletariato. Questa potenza, questa elasticità questo mutuo sostegno di tutte le classi, sono capaci di sussistere ancora per molto tempo dopo lo scoppio della rivoluzione.
Certamente il capitale è terribilmente indebolito. La crisi arriva e, con essa, la rivoluzione. E io credo che la rivoluzione sarà vittoriosa. Ma esistono due cause che mantengono ancora la solidità del capitalismo: sono la schiavitù spirituale delle masse e il capitale finanziario.
La nostra tattica deve dunque prendere per base l'importanza decisiva di questi fattori.
Esiste infine un'altra causa grazie alla quale il capitale finanziario organizzato realizza l'unione di tutte le classi della società di fronte alla rivoluzione. Si tratta del gran numero dei proletari. Tutte le classi pensano che se potessero ottenere dagli operai (che in Germania sono più di venti milioni) giornate lavorative di dieci, dodici e quattordici ore, sarebbe ancora possibile uscire dalla crisi. Anche su questo terreno formano un fronte unico.
Questa è la situazione economica dell'Europa occidentale.
In Russia il capitale finanziario non raggiungeva questo livello di potenza e, di conseguenza, le classi borghesi e piccolo-borghesi non erano solidali. Esistevano divisioni al loro interno. E per questo che là il proletariato non era solo.
In queste cause economiche risiede la base dei fatti politici. E per questi motivi che nell'Europa occidentale le classi inferiori di cui abbiamo parlato, votano come schiavi sottomessi per i loro padroni, per i partiti della grande borghesia e aderiscono a questi partiti. I ceti medi non hanno, per cosi dire, dei loro partiti in Germania e in Inghilterra, né ce li hanno, in generale, nell'Europa occidentale.
Le cose erano già andate molto avanti, in questa direzione, prima della rivoluzione e prima della guerra. Ma la guerra ha accentuato questa tendenza in una misura formidabile con lo sciovinismo e l'union sacrée. Ma soprattutto con la gigantesca concentrazione di tutte le forze economiche. E la rivoluzione ha cominciato a imprimere a questo sviluppo una estrema intensità: raggruppamento di tutti i partiti della grande borghesia e avvicinamento alla loro politica di tutti gli elementi piccoloborghesi e piccolo-contadini.
La rivoluzione russa non è scoppiata per nulla: ora si sa ovunque quello che c'è da aspettarsi.
Riassumendo: grande borghesia, agrari, classe media, contadini medi, strati inferiori della borghesia e dei contadini, formano tutti insieme un blocco contro gli operai in Europa occidentale, e soprattutto in Germania e in Inghilterra. Grazie al monopolismo, alle banche, ai trust, all'imperialismo, alla guerra e alla rivoluzione, tutti si sono accordati su questo terreno (24). E poiché la questione operaia domina su tutto, sono, di fatto, d’accordo sulle altre questioni.
Compagno, devo ripetere qui l'osservazione già fatta a proposito della questione contadina (primo capitolo). Io so molto bene che non dipende da voi ma dai poveri uomini del nostro partito il fatto di non avere la forza di orientare la tattica derivante dalle linee generali, di subordinarla a piccole manovre particolari, e di concentrare l'attenzione sui frammenti degli strati in questione che ancora sfuggono alla dominazione, alla malia del grande capitale.
Non contesto che esistano tali frammenti, ma dico che la verità concreta, la tendenza generale nell'Europa occidentale, consiste nell'integrazione di questi strati nella sfera del grande capitale, Ed è su questa verità generale che deve fondarsi la nostra tattica!
Io non contesto neanche che possano ancora verificarsi delle divisioni. Affermo soltanto questo: la tendenza è, e reterà ancora per molto tempo durante la rivoluzione, quel a dell'union sacrée e pretendo che sia meglio, per gli operai dell'Europa occidentale, concentrare la loro attenzione più su questo blocco delle classi nemiche che sulle loro divisioni. Infatti qui spetta a loro, agli operai, in primo luogo, il compito di fare la rivoluzione e non ai loro capi e ai loro delegati nei parlamenti.
Non dico neanche, qualunque sia l'uso che i poveri di spirito possano fare delle mie parole, che ci sia identità tra gli interessi reali di queste classi inferiori e quelli del grande capitale. So bene che le prime sono oppresse da quest'ultimo. Affermo solo questo: queste classi si legano ancora più fortemente di prima al grande capitale perché anche esse vedono ora la rivoluzione proletaria prospettarsi come un pericolo.
Per esse il dominio del capitale significa una certa sicurezza, la possibilità di avanzare, di migliorare la loro situazione, o quantomeno, la fede in questa possibilità. Oggi il caos minaccia tutto ciò, ma la rivoluzione significa innanzitutto un caos ancora più completo. E’ per questo che stanno dalla parte del capitale nel suo tentativo di mettere fine al caos con tutti i mezzi, di aumentare la produzione, di obbligare gli operai ad accrescere il lavoro e a subire pazientemente una vita di privazioni. Per queste classi la rivoluzione proletaria nell'Europa occidentale è il rovesciamento e la distruzione di ogni ordine, di ogni sicurezza della vita, per quanto modesta possa essere. A causa di ciò esse sono tutte dalla parte del capitale e ci resteranno ancora per molto tempo, anche durante la rivoluzione.
Devo infatti far notare ancora una volta che sto parlando della tattica da seguire durante l'inizio e il corso della rivoluzione. So che alla fine della rivoluzione, quando la vittoria sarà vicina e il capitalismo frantumato, le classi di cui parlo verranno verso di noi. Ma noi dobbiamo stabilire la nostra tattica per l'inizio e per la durata della rivoluzione e non per la sua fine.
Dunque, secondo la teoria, tutto quanto ho detto finora, non poteva essere diverso. Secondo la teoria queste classi dovevano restare unite. Questo è certo dal punto di vista teorico. Lo è anche nella pratica: ecco quello che sto ora per dimostrare.
Già da molti anni tutta la borghesia, tutti i partiti della borghesia nell'Europa occidentale, ivi compresi quelli di cui fanno parte i piccolo-borghesi e i piccolo-contadini, hanno smesso di fare alcunché a favore degli operai. Essi si sono tutti schierati come nemici del movimento operaio, a favore dell'imperialismo e della guerra.
Già da molti anni non esisteva più alcun partito in Inghilterra, in Germania, nell'Europa occidentale, utile alla causa operaia. Tutti combattevano questa classe e in ogni questione (25).
La legislazione del lavoro era abrogata, la regolamentazione peggiorata. Venivano promulgate leggi antisciopero e approvate imposte sempre più alte.
L'imperialismo, il colonialismo, il navalismo e il militarismo erano sostenuti da tutti i partiti borghesi, compresi quelli piccolo-borghesi. Le differenze tra liberale e clericale, conservatore e progressista, grande e piccolo borghese, andavano sparendo.
Tutto quello che i socialpatrioti e i riformisti dicevano dei disaccordi tra i partiti, delle divisioni utilizzabili — un piatto che voi, Lenin, riscaldate oggi — era già una barzelletta. Era una barzelletta in tutti i paesi dell'Europa occidentale. E lo si è ben visto nel luglio-agosto del 1914.
Fin da allora essi erano tutti d' accordo. E in pratica sono diventati ancora più uniti per via della rivoluzione. Uniti contro la rivoluzione e, per questo, in ultima analisi, contro gli operai, perché soltanto la rivoluzione può recare un miglioramento reale a tutti gli operai. Contro la rivoluzione tutti i partiti si mettono d'accordo senza divisioni.
E poiché in seguito alla guerra, alla crisi e alla rivoluzione, tutte le questioni sociali è politiche sono praticamente legate con quella della rivoluzione, queste classi sono finalmente d'accordo su tutte le questioni, e si erigono contro il proletariato su tutti i terreni, nell’Europa occidentale.
In breve, anche praticamente, il trust, il monopolio, la grande banca, l'imperialismo, la guerra, la rivoluzione, hanno saldato tutte le classi di grandi e piccoli borghesi e tutte le classi contadine dell'Europa occidentale, in un blocco antioperaio (26).
Si tratta dunque di una certezza, nella pratica cosi come nella teoria. Nella rivoluzione nell'Europa occidentale, e soprattutto in Inghilterra e in Germania, non c'è da fare affidamento sull'esistenza di «divisioni» di qualche importanza tra le classi in questione.
Devo qui aggiungere qualche cosa di personale. Nelle pagine 40 e 41 voi criticate il Bureau di Amsterdam; citate una tesi del Bureau. Tra parentesi tutto quello che ne dite è inesatto. Ma voi dite anche che prima di condannare il parlamentarismo il Bureau di Amsterdam aveva il dovere di fare un'analisi dei rapporti di classe e dei partiti politici in modo da giustificare questa condanna. Scusatemi, compagno, ma questo non rientrava nei doveri del Bureau. Il fatto su cui si basa la nostra tesi, il fatto cioè che tutti i partiti borghesi, dentro e fuori del parlamento, sono da molto tempo e continuano a restare i nemici unanimi degli operai, che essi non manifestano divisioni interne su questo punto, è già da lunga data una cosa provata e generalmente ammessa dai marxisti, almeno in Europa occidentale. Non dovevamo perciò metterci ad analizzare una cosa del genere.
Al contrario: spettava a voi il compito di provare che esistono «divisioni» importanti e tra questi partiti politici, a voi che volete portarci all'opportunismo.
Volete portarci a fare dei compromessi nell'Europa occidentale. Quello che Troelstra, Henderson, Scheidemann, Turati ecc., non hanno realizzato ai tempi dell'evoluzione, voi volete farlo nell'epoca della rivoluzione. Siete voi che dovete provare che ciò è possibile.
Dovete dare non degli esempi russi, cosa che in verità è troppo comoda, ma esempi europeo-occidentali. Voi avete soddisfatto questo dovere nella maniera più penosa. Nulla di sorprendente giacché avete assimilato, quasi esclusivamente, la esperienza della Russia, cioè di un paese molto arretrato, e non l'esperienza moderna dell’Europa occidentale.
Non trovo in tutto il vostro opuscolo, che ha per contenuto proprio la questione della tattica, oltre agli esempi russi dei quali mi occuperò presto, che due esempi europeo-occidentali: il putsch di Kapp in Germania, e, in Inghilterra, il governo di Lloyd George-Churchill con l'opposizione di Asquith.
Pochissimi esempi e tra i più penosi, veramente, quando si tratta di dimostrare che esistono realmente delle divisioni tra i partiti borghesi, e in particolare tra i partiti socialdemocratici!
Se ci fosse mai stato bisogno di dimostrare che non esistono divisioni importanti tra i partiti borghesi (qui si tratta anche dei partiti socialdemocratici) di fronte agli operai, dutante la rivoluzione, il putsch di Kapp darebbe questa dimostrazione. I kappisti si guardarono bene dal compiere rappresaglie, dall'uccidere o imprigionare i democratici, i centristi e i socialdemocratici. E quando costoro tornarono al potere, si astennero rigorosamente dal castigare, uccidere o imprigionare i kappisti, I due partiti anzi rivaleggiarono in ardore nell'uccidere i comunisti.
Il comunismo allora era ancora troppo debole: solo per questo i due partiti non organizzarono un dittatura comune. La prossima volta, quando il comunismo sarà più forte, essi organizzeranno una dittatura comune.
Spettava o spetta ancora a voi, compagno Lenin, di dimostrare come i comunisti avrebbero potuto utilizzare le divisioni (?) in parlamento: naturalmente in modo da procurare vantaggi agli operai. Era vostro dovere indicare che cosa i deputati comunisti avrebbero dovuto dire per mostrare questa divisione agli operai e per utilizzarla; naturalmente con lo scopo di non fortificare i partiti borghesi. Voi non potete farlo perché non esiste alcuna seria divisione tra questi partiti durante la rivoluzione. Ora è proprio di questo che stiamo parlando. Ed era vostro dovere dimostrare che, se si fossero manifestate divisioni del genere in casi particolari, sarebbe stato più vantaggioso attirare l'attenzione degli operai su di esse anziché sulla tendenza generale all’unità.
Era ed è vostro compito, compagno, prima di dirigerci, di dirigere noi nell'Europa occidentale, dimostrare dove sono queste «divisioni» in Inghilterra, nell'Europa occidentale.
Neanche questo potete fare. Parlate di una «divisione» tra Churchill, Lloyd George ed Asquith, che gli operai dovrebbero utilizzare. Ciò è completamente penoso. Non voglio neanche discuterne con voi. Perché ognuno sa che da quando il proletariato industriale ha una qualche forza in Inghilterra, le «divisioni» di questo genere sono state e sono quotidianamente provocate artificiosamente dai partiti e dai capi della borghesia per ingannare gli operai, per attirarli da una parte all'altra e viceversa, all'infinito, mantenendoli cosi eternamente deboli e subordinati. A tale fine qualche volta fanno addirittura entrare due avversari (?) nello stesso governo. Lloyd George e Churchill. E il compagno Lenin si lascia catturare in questa trappola quasi centenaria! Vuole persuadere gli operai inglesi a basare la loro tattica su questo inganno! All'epoca della rivoluzione! ... Ma domani i Churchill, Asquith e Lloyd George si uniranno contro la rivoluzione e allora voi, compagno, avrete ingannato e indebolito il proletariato inglese con una illusione. Voi, compagno, avevate il dovere di dimostrare, non con un linguaggio generico, magnifico e brillante (come fate nel vostro ultimo capitolo), ma esattamente, concretamente, con degli esempi, con fatti molto dettagliati e molto chiari quali sono in fin dei conti i conflitti e le differenziazioni -non russi, né insignificanti o artificialima reali, importanti, europeo-occidentali. Questo non lo fate in nessun punto del vostro opuscolo. Fino a quando non ci darete queste prove noi non vi crederemo. Quando ce le darete, vi risponderemo. Fino a quel momento vi diremo: si tratta di pure illusioni che servono soltanto a ingannare gli operai e a portarli su una strada sbagliata. La verità è, compagno, che voi sbagliate nel porre sullo stesso piano la rivoluzione russa e la rivoluzione nell'Europa occidentale. A vantaggio di chi? E dimenticando che esiste negli Stati moderni, vale a dire europeo-occidentali (e nordamericani), una potenza che è al di sopra delle diverse categorie di capitalisti— proprietari fondiari, industriali e commercianti — il capitale finanziario. Questa potenza, che è identica all'imperialismo, unisce in un sol blocco tutti i capitalisti e con essi i piccolo borghesi e i contadini.
Ciononostante vi resta ancora qualcosa da rispondere. Voi dite: «Esistono divisioni tra i partiti operai e i partiti borghesi. E da queste noi possiamo trarre profitto». Ciò è esatto.
Bisogna innanzitutto riconoscere che le divisioni tra socialdemocratici e borghesi erano ridotte quasi a zero durante la guerra e la rivoluzione, tanto che, generalmente, sono scomparse. Ciò detto, è e resta possibile l'esistenza di una divisione del genere. E forse si presenterà ancora. Dobbiamo perciò parlarne. Tanto più che a questo proposito voi invocate il governo inglese «puramente» operaio Tomas-Henderson-Clynes, ecc., contro Sylvia Pankhurst in Inghilterra, e il governo eventuale «puramente socialista» di Ebert-Scheidemann-Noske-Hilferding-Crispien-Cohn contro il KAPD (27).
Voi dite che la vostra tattica, che valorizza agli occhi dei proletari i governi operai e che stimola la loro formazione, è la tattica chiara e vantaggiosa, mentre la nostra che si oppone alla loro formazione è la tattica dannosa.
No, compagno! La nostra posizione di fronte all'eventualità di un governo «puramente» operaio, oppure del governo di coalizione tra partiti operai e borghesi — lo spiraglio si allarga in crepa — è anch' essa molto chiara e molto vantaggiosa per la rivoluzione.
E’ possibile che noi lasceremmo in piedi un governo del genere per qualche tempo. Ciò potrebbe essere necessario e costituire un progresso del movimento. In questo caso, se non ci è ancora possibile andare oltre, noi lo lasceremo sopravvivere, lo criticheremo col massimo di severità e lo rovesceremo, non appena possibile, per sostituirlo con un governo comunista. Ma non collaboreremo a instaurare un simile governo con l'azione parlamentare ed elettorale, non lo faremo proprio noi, nell'Europa occidentale e in piena rivoluzione.
Non collaboreremo con un governo del genere perché nell'Europa occidentale gli operai sono soli nella rivoluzione. Per questo che tutto — ascoltate bene — tutto, dipende qui dalla volontà d'azione degli operai, e dalla loro chiarezza di idee. Ora la vostra tattica, questo compromesso a favore degli Scheidemann, degli Henderson, Crispien, e di questi o di quelli dei vostri amici — che si tratti di un indipendente inglese, di un comunista opportunista della Lega di Spartaco o di un membro del British Socialist Party, fa lo stesso — la vostra tattica nel parlamento, e fuori del parlamento, è buona soltanto a confondere le idee degli operai facendo loro eleggere qualcuno che essi sanno già in anticipo essere un furbo; al contrario, la nostra tattica li illumina indicando il nemico come nemico. E per questo che nell'Europa occidentale, nella nostra situazione, noi adottiamo questa tattica e respingiamo la vostra, anche se dovessimo, a causa di ciò, passare nell'illegalità, perdere la rappresentanza in parlamento e sacrificare per una volta la possibilità di utilizzare le «divisioni » (nel parlamento?! ).
Il vostro consiglio è ancora uno di quei consigli che provocano confusioni e determinano illusioni.
Ma allora, e i membri dei partiti socialdemocratici? Degli Indipendenti? Del Labour Party? Dell'Indipendente Labour Party? Non bisogna cercare di conquistarli?
Ebbene gli operai e i membri piccolo-borghesi di questi partiti noi, la sinistra, vogliamo conquistarli (nell’Europa occidentale) con la nostra propaganda, le nostre riunioni e la nostra stampa; e, più ancora, col nostro esempio, le nostre parole d'ordine e la nostra azione nelle aziende. Ciò nel corso della rivoluzione. Quelli che non saranno conquistati in questo modo, attraverso Ia stampa, l'azione, la rivoluzione, sono perduti fin da ora, in qualsiasi modo e devono soltanto andare al diavolo. Questi partiti socialdemocratici, partiti indipendenti, partiti laburisti e simili, in Inghilterra e in Germania sono formati da operai e da piccolo-borghesi. Noi possiamo far venire dalla nostra parte i primi, conquistare poco a poco tutti gli operai. Ma non avremo che un numero ristretto di piccoloborghesi, e i piccolo-borghesi, al contrario dei piccolo-contadini, non hanno una grande importanza economica. Quei pochi che verranno a noi, saranno stati conquistati con la propaganda, ecc... Ma il maggior numero — ed è su questo che si basano Noske e consorti — è parte integrante del capitalismo e si stringe sempre di più attorno ad esso a mano a mano che la rivoluzione avanza.
Siamo divisi dai partiti operai, dagli indipendenti, dai socialdemocratici, dal Labour Party, ecc., abbiamo spezzato il contatto con essi, perché non li sosteniamo alle elezioni? No, al contrario; cerchiamo di stabilire un contatto con questi partiti ogni volta che sia possibile. Ad ogni occasione li invitiamo all'azione comune: allo sciopero, al boicottaggio, all'insurrezione, alle battaglie di strada e soprattutto alla formazione di consigli operai, di organizzazioni di fabbrica. Li cerchiamo ovunque. Ma non più, come accadeva prima, sul terreno parlamentare. Quest'ultima tattica appartiene, nell'Europa occidentale, ad un'epoca superata. Noi li cerchiamo nell’officina, nelle organizzazioni e nella strada. E là che li si può oggi raggiungere; è là che noi conquistiamo gli operai. Questa è la nuova tattica che succede alla pratica socialdemocratica. E’ la pratica comunista.
Voi, compagni, pretendete di spingere i socialdemocratici, gli indipendenti ed altri nel parlamento e nel governo per dimostrare che sono dei furbi. Volete utilizzare il parlamento per dimostrare che esso non è buono a nulla.
Ciascuno alla sua maniera: voi prendete gli operai con un modo pieno di malizia; li spingete verso il nodo scorsoio e li lasciate impiccare. La nostra maniera, invece, è quella che li aiuta ad evitare la corda. Facciamo questo perché qui è possibile farlo. Voi seguite la tattica dei popoli contadini, noi quella dei popoli industriali. Non c'è in queste parole alcuna ironia, né sarcasmo. Io ammetto che la vostra via è stata corretta da voi. Ma soltanto voi non dovete imporci — sia nelle piccole questioni, sia in quelle grandi come le questioni dei sindacati e del parlamentarismo — l'applicazione di ciò che è buono in Russia ma disastroso qui.
Devo infine farvi un'altra critica: voi dite e sostenete ad ogni occasione che la rivoluzione nell'Europa occidentale è impossibile fino a quando le classi inferiori vicine al proletariato non saranno state sufficientemente scosse, neutralizzate o conquistate. Poiché ho ora dimostrato che esse non possono essere scosse, neutralizzate o conquistate nella prima fase della rivoluzione, quest'ultima risulterebbe impossibile, se si ammettesse che la vostra tesi è corretta. Questa osservazione mi è già stata rivolta da parte vostra e, tra gli altri, dal compagno Zinov'ev. Ma per fortuna la vostra affermazione in questa questione di estrema importanza — in questa alternativa che decide della rivoluzione — non si basa su alcunché di serio. Prova soltanto, una volta di più, che voi vedete ogni cosa con gli occhi dell'Europa dell'est. Dimostrerò questo nell'ultimo capitolo.
Credo di aver cosi dimostrato che il vostro secondo argomento a favore del parlamentarismo scaturisce in massima parte dall'ingegno opportunista e che da questo punto di vista anche il parlamentarismo deve essere sostituito con un'altra forma di lotta, sprovvista di certi inconvenienti e dotata dei massimi vantaggi.
Ammetto infatti che la vostra tattica possa dare qualche vantaggio. Il governo operaio può recare qualcosa di buono, e anche una maggiore chiarezza. Anche in un regime di illegalità la vostra tattica, può risultare vantaggiosa. Lo riconosciamo. Ma cosi come un tempo dicevamo ai revisionisti e ai riformisti: Noi mettiamo lo sviluppo della coscienza degli operai al di sopra di ogni altra cosa, anche al di sopra dei vantaggi immediati, oggi diciamo a voi, Lenin, e ai vostri compagni e alla destra: Noi mettiamo al di sopra di ogni altra cosa la crescita delle masse nella volontà d'azione. E’ a questo fine, come un tempo a quell'altro, che tutto deve essere indirizzato nell'Europa occidentale. E guardiamo allora se ha ragione la Sinistra... o Lenin! Non ho alcun dubbio. Noi avremo la meglio su di voi e, al tempo stesso, dei Troelstra, Henderson, Reandel e Legien.
Questo è il luogo giusto per discutere del rapporto reciproco tra partito, classe e masse nell'Europa occidentale.
Anche questa questione riveste la massima importanza: è importante quanto il potere del capitale bancario e l’unità di tutte le classi borghesi, grandi e piccole, che esso genera. Il rapporto tra partito, classe e masse nell’Europa occidentale differisce notevolmente da quello della Russia e, proprio come l’unità delle classi borghesi, è dovuto al potere del capitale bancario.
La nostra strategia deve essere orientata verso tale relazione e basarsi su una sua reale comprensione. Chi non comprende questa relazione, non può comprendere la strategia per l'Europa occidentale.
Prendiamo ancora una volta la Germania come esempio. Non solo perché, insieme all'Inghilterra, è il paese industrialmente più avanzato, ma anche perché dispone dei dati statistici più completi. Come abbiamo già spesso osservato, il suo proletariato conta circa venti milioni di lavoratori effettivi: circa quattordici milioni nel settore industriale e circa sei milioni in quello agricolo. Cosa significa questo? Che, contando i bambini, i non lavoratori e gli anziani, questo proletariato costituisce almeno la metà – e probabilmente di più – della popolazione totale della Germania.
Abbiamo visto, tuttavia, che nella rivoluzione il proletariato è solo, e che gli avversari del proletariato e della rivoluzione, grazie alle loro armi e alla loro organizzazione, sono ancora oggi così potenti da poter essere sconfitti solo attraverso l’unità dell’intero proletariato. E a causa del capitale bancario il loro potere è tale che l’unità da sola non basta: occorre un’unità consapevole e determinata, un’unità veramente comunista.
Due cose sono quindi certe: il proletariato è molto numeroso, costituisce più della metà della popolazione; e l’opposizione, nonostante ciò, è talmente potente che l’unità del proletariato, la vera unità comunista, è necessaria. Solo così il capitalismo potrà essere rovesciato e la rivoluzione potrà trionfare.
Cosa si deduce da questi due fatti? In primo luogo, che la dittatura di un partito, di un partito comunista, non può esistere qui in Germania, come è avvenuto in Russia, dove poche migliaia di persone dominavano il proletariato. Qui, per sconfiggere il capitale, la dittatura deve essere esercitata dalla classe stessa, dall’intera classe (28).
Non è, lo ripetiamo con insistenza, per ragioni romantiche, estetiche, eroiche o intellettuali di alcun tipo, ma per il fatto più semplice e concreto – un fatto, per di più, fin troppo ben percepito dal proletariato tedesco: il capitale bancario monopolistico tedesco, altamente organizzato, è talmente potente da unire l’intera borghesia.
La stessa causa che unisce l'intera borghesia rende necessario che l'intera classe eserciti la propria dittatura.
Dalle cause sopra menzionate ne consegue, in secondo luogo, che all'inizio e nel corso della rivoluzione le masse si dividono in due fazioni ostili. Per «masse» intendiamo il proletariato e il resto della classe operaia nel loro insieme.
Questi ultimi (piccolo-borghesi, contadini, intellettuali, ecc.) all’inizio e nel corso della rivoluzione sono ostili alla maggior parte del proletariato. Tra il proletariato da un lato e il resto delle masse dall’altro esiste un’antitesi. In Europa occidentale la classe e la massa non sono una cosa sola, né possono diventarlo all’inizio e nelle prime fasi della rivoluzione.
Infine, dai rapporti numerici tra il proletariato e le altre classi, e dal fatto che il proletariato deve essere unito per poter vincere, ne consegue, come ho dimostrato sopra, che l’importanza relativa della classe, in contrapposizione al potere dei capi, deve essere molto grande; che il potere dei capi, rispetto a quello della classe, deve essere esiguo, e che, di conseguenza, con ogni probabilità in Germania il potere non potrà finire nelle mani di pochi capi.
Se si considera la natura dell'industria tedesca e la sua concentrazione in un gran numero di centri, ciò è ovvio. Non è ancora possibile stabilire quale sarà l'entità e il numero dei dirigenti; si può solo affermare che si tratterà di un gran numero di persone.
E così, dopo la Germania, è l'Inghilterra a occupare il primo posto – e, sebbene in misura minore, lo stesso vale per tutta l'Europa occidentale. E il fatto che l'intera classe debba esercitare la propria dittatura, in che modo influisce sul Partito Comunista? Da ciò ne consegue che il compito del Partito Comunista nell'Europa occidentale consiste quasi esclusivamente nel preparare la classe operaia e renderla consapevole della rivoluzione e della dittatura. In tutte le sue azioni e in tutte le sue strategie, il Partito deve sempre tenere presente che la rivoluzione deve essere fatta e la dittatura esercitata non solo dal Partito, ma dalla classe.
Il compito potrà essere portato a termine solo se il Partito Comunista sarà composto da rivoluzionari politicamente consapevoli e convinti, pronti a qualsiasi azione e a qualsiasi sacrificio, e se tutti gli elementi indecisi e vacillanti saranno tenuti lontani attraverso il suo programma, l’azione e, soprattutto, la tattica stessa.
Solo così, solo preservando questa purezza, il Partito sarà in grado di rendere la classe veramente rivoluzionaria e comunista, attraverso la sua propaganda, i suoi slogan e assumendo un ruolo guida in tutte le azioni. Il Partito può assumere un ruolo guida solo se è esso stesso sempre assolutamente puro.
Non è possibile prevedere in anticipo quanto crescerà il Partito Comunista grazie a questa iniziativa. Desideriamo, ovviamente, che diventi il più grande possibile. Ma l’intera strategia e l’intera lotta devono essere guidate da questo principio: meglio mille membri validi che centomila scadenti. Poiché questi ultimi non sono in grado di portare a compimento la rivoluzione e la dittatura del proletariato.
Tutto dipende dalla coerenza e dalla fermezza del Partito Comunista, dalla portata del suo potere e dall'influenza che eserciterà sulle masse. Anche la qualità dei dirigenti dipende in una certa misura dalla sua strategia. In altre parole, compagno Lenin, non dobbiamo mai seguire la tattica che voi adottaste nel 1902 e nel 1903, quando fondaste il partito che ha portato avanti la rivoluzione.
Tutti i socialdemocratici russi dell’epoca erano dell’opinione che occorresse creare un’organizzazione proletaria, e concordavano sul fatto che tale organizzazione dovesse essere ottenuta attraverso una cieca imitazione della socialdemocrazia tedesca; tutto ciò si è infine concretizzato nel Partito menscevico. I menscevichi successivi sognavano di costruire un grande Partito Laburista, in cui le masse potessero trovare la via per la loro azione. Un partito del genere avrebbe dovuto accogliere tutti coloro che ne avessero adottato il programma, avrebbe dovuto essere condotto democraticamente e avrebbe trovato la sua via rivoluzionaria attraverso la libera critica e la libera discussione. È contro questa immagine seducente, compagno Lenin, che avete diretto tutti i colpi della vostra critica, e non solo perché un tale partito era impossibile sotto lo zarismo, e un'illusione, ma soprattutto perché «dietro questa illusione si nascondeva l'immenso pericolo dell'opportunismo».
La tattica dei menscevichi avrebbe comportato che gli elementi più vacillanti ed esitanti acquisissero un’influenza determinante sul partito del proletariato. Voi volevate impedire che ciò accadesse, ed è per questo che avete fatto in modo che il programma (nel ben noto primo articolo) e anche la tattica fossero sempre tali da rendere impossibile una simile eventualità (29).
Come avete fatto allora, noi della Sinistra intendiamo fare ora nella Terza Internazionale. Attraverso il nostro stesso programma e le nostre tattiche intendiamo allontanare tutti gli elementi vacillanti e opportunisti; intendiamo accogliere solo quelli veramente comunisti, veramente rivoluzionari, e intendiamo condurre un’azione veramente comunista. E tutto questo esclusivamente al fine di infondere l’intero ceto con lo spirito comunista e di prepararlo alla rivoluzione e alla dittatura.
Quest'ultimo aspetto, ovvero la preparazione, è ovviamente un processo – un processo di interazione. Ogni azione, ogni piccolo passo avanti fa progredire la classe, la avvicina al partito, e una classe più forte significa maggiore forza per ogni nuova lotta, e anche per il partito. In questo modo il partito e la classe entrano in contatto sempre più stretto, fino a fondersi in un unico insieme.
Questo, dunque, è il nostro obiettivo: il Partito, piccolo o grande che sia, fa tutto ciò che è in suo potere per favorire la maturazione della classe verso la rivoluzione e la dittatura, poiché questa classe è sola nella rivoluzione, senza l’aiuto dei contadini. Tuttavia, esiste un altro modo per raggiungere questo obiettivo. Oltre al partito politico, abbiamo come arma l’Arbeiter-Union (l'Unione operaia), fondata sull’organizzazione industriale. Ciò che il partito rappresenta per l’azione politica, l’Unione lo rappresenta per l’azione economica.
E proprio come i dati numerici e i rapporti di classe relativi alla Germania e all’Europa occidentale, che ho citato, dimostrano chiaramente che il partito non può esercitare la dittatura, così questi dati, questi rapporti di classe, questa unità di tutte le classi borghesi contro la rivoluzione, questa inevitabile unità del proletariato contro di esse, e questa necessità che l’intera classe eserciti la dittatura e diventi per la maggior parte comunista, dimostrano l’assoluta necessità che nessun sindacato, né l’Arbeiter-Union o la Lega Industriale, né l’IWU o il Movimento degli Shop Stewards, possa mai presumere di esercitare la dittatura.
Entrambi, sia il partito che l’Arbeiter-Union, ciascuno nella propria sfera e prestandosi ogni possibile sostegno reciproco, devono fare tutto il possibile per preparare la classe. Per il momento, il partito e l’Unione sono ancora separati. Infatti, come tutti i sindacati, anche l’Unione deve lottare per ottenere piccoli miglioramenti ed è quindi costantemente esposta a influenze opportuniste e riformiste. Solo un partito veramente comunista può subordinare tutto alla rivoluzione.
Dalla necessità di questo sviluppo nell'Europa occidentale (nato grazie al potere del capitale bancario) risulta chiaramente che coloro che già ora, all'inizio e nel corso della rivoluzione, vogliono porre l'Arbeiter-Union, l'Unione Industriale, l'organizzazione industriale, al di sopra del Partito, o che addirittura vogliono abolire quest'ultimo, hanno torto.
Man mano che il Partito si rafforza, che l'Unione cresce, che la classe diventa sempre più comunista e che la rivoluzione si avvicina al suo obiettivo, la classe, il Partito e l'Arbeiter-Union o Unione Industriale si avvicinano sempre più gli uni agli altri. Alla fine il Partito, l'Unione e la classe sono tutti equivalenti e si fondono in un unico insieme. Infine, naturalmente, il potere e l’unità di tutte le classi borghesi, nonché la necessaria unità dell’intero proletariato, rendono assolutamente indispensabili una forte centralizzazione e una rigida disciplina, sia nel Partito che nell’Unione.
È compito del proletariato tedesco e inglese, dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti, coniugare la centralizzazione e la disciplina con il controllo più rigoroso sulla dirigenza, con il potere su di essa. Solo così il proletariato dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti potrà trionfare, grazie alla combinazione tra la centralizzazione della dirigenza e il controllo della base.
Non occorre certo spiegare qui che anche dopo la rivoluzione la dittatura di tutta la classe e lo spirito comunista dell’intero proletariato nell’Europa occidentale e in America sono assolutamente indispensabili. Infatti, qui la controrivoluzione è così potente che, se queste due condizioni non fossero soddisfatte – se, per esempio, sorgesse una nuova classe dominante composta da intellettuali e burocrati – la rivoluzione sarebbe presto destinata a fallire. Già ora la tattica deve stare in guardia per impedire che ciò accada.
Com'è diverso tutto questo dalla Russia!
Che differenza rispetto alla Russia, dove, a causa delle condizioni economiche e dei rapporti di classe – e quindi a ragione – una manciata di persone governa il partito, dove un partito infinitesimale governa la classe, e una classe minuscola l’intera nazione; dove non c’è bisogno di un’Arbeiter-Union, dove la classe, e la grande maggioranza delle restanti masse lavoratrici, i piccoli contadini, erano un tutt’uno con la rivoluzione!
Chi non riesce a comprendere, dalle relazioni produttive e di classe dell’Europa occidentale, quali siano i rapporti tra i dirigenti, il partito, la classe e le masse, non capisce nulla della rivoluzione in Europa occidentale, né delle sue condizioni indispensabili. Chi desidera condurre la rivoluzione dell’Europa occidentale secondo le tattiche e seguendo il percorso della rivoluzione russa, non è in grado di guidarla.
Da queste relazioni dell’Europa occidentale, e in una certa misura anche da quelle americane e anglo-coloniali, risulta quindi perfettamente evidente che esiste un solo tipo di tattica che in Europa occidentale (e in Nord America) possa portare alla vittoria, ed è la tattica della Sinistra, in nome della quale io parlo. Poiché questi sostengono che i dirigenti debbano avere relativamente poco potere rispetto alla classe, e che la classe debba avere un potere relativamente molto maggiore. Dicono che per il momento la classe e il resto delle masse non possano essere una cosa sola. Sostengono che l’intera classe debba diventare veramente comunista, attraverso una propaganda veramente comunista, e che quindi il partito e la classe debbano diventare una cosa sola. Questi, per raggiungere tale fine, vogliono distruggere i sindacati borghesi e sostituirli con organizzazioni industriali comuniste, rendendo così tali organizzazioni, sostitute dei sindacati, le più grandi organizzazioni di classe (in Germania contano già dieci milioni di proletari), uguali alla classe. Sono contro il parlamentarismo, rendendo così ogni lavoratore, e di conseguenza l’intero proletariato, indipendentemente rivoluzionario, vale a dire comunista.
Il Partito di Sinistra agisce quindi in perfetta sintonia con i rapporti di classe così come si presentano realmente nell’Europa occidentale, e ha pienamente ragione contro il Comitato Esecutivo, il Congresso della Terza Internazionale e voi, compagno Lenin.
Solo di recente avete detto a una delegazione britannica che in Inghilterra un partito comunista piuttosto piccolo sarebbe stato in grado di portare a termine la rivoluzione. Anche in questo caso parlate da russo e giudicate le cose sulla base dell’esempio russo. Ed è proprio su queste concezioni errate che si fondano le tattiche dell’Esecutivo e dell’Internazionale (30)!
Coloro che invece pensano, affermano e diffondono queste opinioni non comprendono i rapporti di classe nell'Europa occidentale e nel Nord America (31).
A queste osservazioni mi limito ad aggiungere che, quando parlo dell’unità tra partito e classe, finalmente raggiunta, e della possibilità che l’intero proletariato dell’Europa occidentale e dell’America diventi comunista, intendo un’unità quanto più ampia possibile e una parte consistente del proletariato. Rappresento l’unità totale e l’intero proletariato come l’Ideale, come l’obiettivo verso cui dobbiamo tendere, come lo scopo della nostra tattica. Con ogni probabilità sarà impossibile e superfluo raggiungerla completamente. Ma l’unità del partito e della classe, e la porzione del proletariato che deve diventare comunista, sono qui così immensamente maggiori che in Russia, che questo ideale nella tattica deve essere portato in primo piano (32).
Mi occupo ora del vostro terzo argomento: gli esempi russi. Li citate varie volte. Un tempo li ho ammirati. Sono sempre stato con voi, fin dal 1903. Anche quando non conoscevo i vostri obiettivi precisi — le comunicazioni erano impedite — come al tempo della pace di Brest-Litovsk, vi ho difeso con i vostri argomenti. La vostra tattica fu certamente notevole per quanto riguarda la Russia ed è grazie ad essa che i russi hanno vinto. Ma ciò significa qualcosa per l'Europa occidentale? Nulla, o molto poco, secondo me. Siamo d'accordo per quel che riguarda i soviet, la dittatura del proletariato, come strumenti per la rivoluzione e l'edificazione. E anche la vostra tattica verso gli Stati stranieri è stata — almeno fino ad oggi — un esempio per noi. Ma diverso è il discorso per la vostra tattica nei paesi europeo-occidentali. E ciò è naturale.
Come potrebbero essere mai identiche la tattica da applicare nell'Europa orientale e quella per l'Europa occidentale? La Russia è un paese provvisto di una agricoltura largamente preponderante, di un capitalismo industriale che solo in parte è altamente sviluppato e che, nel suo insieme, resta relativamente molto piccolo. Per giunta era in gran parte alimentato dal capitale straniero. Nell’Eurapa occidentale, soprattutto in Germania e in Inghilterra, è vero il contrario. Da voi le vecchie forme del capitale sussistono sulla base del capitale usurario; da noi si registra la preponderanza quasi esclusiva del capitale finanziario altamente sviluppato. Da voi: residui feudali, vestigia addirittura dell'epoca delle tribù e della barbarie. Da noi, soprattutto in Inghilterra e in Germania: un insieme — agricoltura, commercio, trasporti, industria — diretto dal capitalismo più avanzato, Da voi: enormi sopravvivenze della schiavitù, contadini poveri, classe rurale media pauperizzata. Da noi: relazioni dirette dei contadini poveri con la produzione moderna, con i trasporti, la tecnica e gli scambi; classi medie della città e della campagna — anche negli strati più bassi — in contatto diretto con i grandi capitalisti.
Voi avete ancora delle classi con le quali il proletariato in ascesa può collegarsi. La semplice esistenza di queste classi è già un aiuto. E la stessa cosa, naturalmente, è vera sul terreno dei partiti politici. Da noi nulla di tutto questo.
La conseguenza naturale di queste differenze sta nel fatto che il compromesso, la contrattazione in tutte le direzioni, cosi come voi le descrivete in modo tanto suggestivo, l'utilizzazione delle divisioni perfino tra i liberali e gli agrari, avevano il loro valore da voi. Da noi queste manovre sono impossibili. Da qui la differenza tra la tattica dell'Est e quella dell'Ovest. La nostra tattica si adatta alle nostre condizioni. E’ valida qui come la vostra lo è da voi.
Trovo gli esempi russi soprattutto nelle pagine 12, 13, 26, 27, 37, 40, 51 e 52. Quale sia il significato di questi esempi per la questione sindacale russa, occorre dire che non ne hanno alcuno per la stessa questione nell'Europa occidentale giacché qui il proletariato ha bisogno di armi molto più forti. Per quanto concerne il parlamentarismo, i vostri esempi o sono tratti da un'epoca in cui la rivoluzione non era arrivata (pp. 16, 26, 41 e 51) oppure sono tanto differenti dalla nostra situazione (pp. 12, 37, 40, 41 e 51) — essendo stabilito che voi potevate servirvi dei partiti piccolocontadini e piccolo borghesi — che non possono trovare da noi alcuna applicazione (33).
Mi sembra, compagno, che la erroneità totale del vostro giudizio — sia quello dell'opuscolo che quello della tattica applicata dall'esecutivo di Mosca in accordo con voi — derivi soltanto dal fatto che voi non conoscete sufficientemente la nostra situazione o, per meglio dire, che non traete le conclusioni giuste dalle vostre conoscenze e che le giudicate troppo dal punto di vista russo.
Ma bisogna concluderne, e questo deve essere qui ripetuto con tutta la chiarezza possibile — perché ne dipende la salvezza o la disgrazia del proletariato occidentale, del proletariato mondiale e della rivoluzione mondiale — che né voi né l'esecutivo di Mosca siete in condizione di dirigere la rivoluzione in Europa occidentale e, di conseguenza, la rivoluzione mondiale, se insistete in questa tattica.
Voi chiedete: non potete dunque neanche formare una frazione parlamentare voi che volete trasformare il mondo?
Noi rispondiamo; questo opuscolo, questo vostro opuscolo, è già una prova del fatto che chi si attacca a una cosa del genere conduce il movimento operaio su una strada sbagliata, lo conduce alla sconfitta.
Il vostro libro fa credere agli operai dell'Europa occidentale delle fantasmagorie, delle cose impossibili: fa loro credere ai compromessi con i borghesi durante la rivoluzione.
Presenta loro qualcosa che non esiste: le divisioni in seno alla borghesia occidentale durante la rivoluzione. Fa loro credere che un compromesso con i socialpatrioti e gli elementi esitanti (?) del parlamento può recare qualcosa di buono mentre in realtà apporta soltanto disastri.
Il vostro libro riconduce il proletariato europeo-occidentale nel marasma dal quale, con una pena estrema, senza esserne ancora veramente uscito, cerca tuttavia di uscire.
Ci riconduce nel marasma in cui gli Scheidemann, Renaudel, Kautsky, Macdonald, Longuet, Vandervelde, Branting e Troelsta ci avevano condotto (e ciò non può non far scoppiare in costoro una grande gioia, così come nei borghesi che ci capiranno qualcosa). Un libro simile è per il proletariato comunista rivoluzionario quello che il libro di Bernstein fu per il proletariato prerivoluzionario. E il vostro primo libro cattivo; ma per l'Europa occidentale non può essercene uno peggiore.
Noi, i compagni della «Sinistra», dobbiamo serrare i ranghi con energia, ricominciare tutto dalle fondamenta ed esercitare la critica più severa contro tutti coloro i quali, nella Terza Internazionale, non indicano la strada giusta (34).
Se dovessi tirare ora la conclusione da tutte queste considerazioni sul parlamentarismo, la formulerei cosi: i vostri tre argomenti a favore del parlamentarismo significano molto poco o sono completamente sbagliati. Su questo punto come sulla questione sindacale la vostra tattica è nefasta per il proletariato.
L’opportunismo della Terza Internazionale
La questione dell’opportunismo nelle nostre file è di tale importanza che voglio parlarne ancora nei dettagli.
Compagno, l’opportunismo non è stato ucciso, neanche a casa nostra, con la semplice costituzione della Terza Internazionale. E’ quanto constatiamo già in tutti i partiti comunisti, in tutti i paesi. In effetti sarebbe stato un miracolo, una contraddizione a tutte le leggi dell’evoluzione se il male per cui è morta la Seconda Internazionale non sopravvivesse nella Terza!.
E invece così come la lotta tra la socialdemocrazia e l’anarchismo fu la base profonda della Seconda Internazionale, la lotta tra l’opportunismo e il marxismo rivoluzionario sarà quella della Terza.
Vedremo così di nuovo, fin da ora, dei comunisti andare in parlamento per diventare dei capi, e sostenere i sindacati e i partiti laburisti per avere dei voti nelle elezioni. Invece di fare i partiti per fare il comunismo, si utilizzerà il comunismo per fare i partiti. Tornerà in vigore l’abitudine ai cattivi compromessi parlamentari con i socialdemocratici e i borghesi, dando per scontato che la rivoluzione nell’Europa occidentale sarà una rivoluzione lenta. La libertà di parola sarà soppressa all’interno dei partiti e dei buoni comunisti saranno espulsi. In breve, riavremo la pratica della Seconda Internazionale.
Contro tutto questo la sinistra deve ergersi ed essere pronta a lottare così come ha già fatto nella Seconda Internazionale. Essa deve essere appoggiata in questa battaglia da tutti i marxisti e da tutti i rivoluzionari, anche se costoro pensano che ha torto su alcuni punti particolari. Infatti l’opportunismo è il nostro nemico più pericoloso. Non soltanto fuori, come dite voi, ma anche dentro le nostre file.
Il fatto che l’opportunismo penetra nuovamente –con le sue conseguenze disastrose per la coscienza e la forza del proletariato- costituisce un pericolo mille volte peggiore di un eccesso di radicalismo da parte della Sinistra. La Sinistra, anche quando si spinge oltre, resta sempre rivoluzionaria. Essa può cambiare la sua tattica constatando che questa tattica non è giusta. La destra opportunista è destinata a diventare sempre più opportunista, a infognarsi sempre più nel marasma e a provocare sempre la sconfitta degli operai. Non è per nulla che abbiamo imparato questa verità durante una lotta di venticinque anni. L’opportunismo significa la sconfitta del movimento operaio, la morte della rivoluzione. E’ per colpa dell’opportunismo che è venuto tutto il male: il riformismo, la guerra, la disfatta e la morte della rivoluzione in Ungheria e in Germania. L’opportunismo è la causa del nostro annientamento. E esso è presente nella Terza Internazionale…
Perché sprecare tante parole? Guardatevi attorno, compagno. Via dunque, guardate voi stesso. Guardate nel Comitato esecutivo! Guardate in tutti i paesi dell’Europa!
Leggete il giornale del British Socialist Party (Partito Socialista Britanico) che è ora il giornale del partito comunista. Leggete dieci, venti numeri di questo giornale. Osservate questa critica debole dei sindacati, del Labour Party, dei parlamentari, e fate il confronto con un giornale di sinistra. Confrontate il giornale dell’organizzazione che aderisce al Labour Party con quello degli avversari del Labour Party, e constaterete che l’opportunismo invade a grandi ondate la Terza Internazionale. Tutto ciò serve soltanto a conquistare nuovamente una forza in parlamento (grazie all’aiuto degli operai controrivoluzionari)… vale a dire una forza alla maniera della Seconda Internazionale! Pensate anche al Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania che verrà presto a bussare alla porta della Terza Internazionale; e presto verranno anche altri partiti centristi altrettanto numerosi! Credete che se costringerete questi partiti ad espellere Kautsky, ecc…, ognuno di questi traditori non sarà sostituito da masse di traditori identici: ogni opportunista espulso, da diecimila opportunisti? Tutti questi provvedimenti di espulsione sono infantili? Una massa innumerevole di opportunisti si avvicina (35). Che cosa accadrà dopo che avrete loro offerto questo opuscolo, il vostro opuscolo?
Guardate dalla parte del Partito comunista olandese, dalla parte di quelli che un tempo venivano chiamati i bolscevichi dell’Europa occidentale. Potrete leggere in un opuscolo sul partito olandese come esso sia già completamente corrotto dall’opportunismo socialdemocratico. Durante la guerra, dopo la guerra e ancora di recente, esso si è abbandonato all’Intesa. Un partito che era così lucido un tempo, è diventato un esempio di equivoci e di inganni.
Ma guardate dunque in Germania, compagno, nel paese in cui la rivoluzione è scoppiata! La vive e cresce l’opportunismo. Abbiamo appreso con sorpresa che avete difeso l’atteggiamento del Partito Comunista di Germania (KPD) durante le giornate di marzo. Per fortuna abbiamo capito, dal vostro opuscolo, che non conoscevate lo svolgimento dei fatti. Avete approvato l’atteggiamento della Centrale del KPD che offriva un’opposizione leale a Ebert, Scheidemann, Hilferding e Crispien, ma non sapevate ancora, evidentemente, quando scrivevate l’opuscolo, che nel momento stesso in cui ciò si verifica, Ebert ammassava truppe contro il proletariato tedesco, che in quel momento lo sciopero delle masse era ancora generale nella maggior parte della Germania, che le masse comuniste, nella loro grande maggioranza, erano pronte a condurre la rivoluzione se non alla vittoria immediata (che era forse impossibile) almeno a uno sviluppo della sua potenza.
Ma mentre le masse proseguivano la rivoluzione con scioperi e con la insurrezione armata (nulla è mai stato più formidabile e più ricco di speranze dell’insurrezione nella Ruhr e dello sciopero generale), i capi offrivano compromessi parlamentari! In questo modo sostenevano Ebert contro la rivoluzione nella Ruhr (36). E se c’è mai stato un esempio che dimostra come l’uso del parlamentarismo durante la rivoluzione è una cosa maledetta nell’Europa occidentale, è proprio questo tedesco. Guardate compagno: l’opportunismo parlamentare, il compromesso con i social patrioti e gli indipendenti, ecco quello che non vogliamo e quello che voi mettete in azione.
E dunque, compagno, che cosa sono diventati, già ora, i consigli di fabbrica in Germania? Voi e l’esecutivo della Terza Internazionale avete suggerito ai comunisti di entrare nei sindacati insieme a tutte le altre tendenze per strappare la direzione grazie all’influenza nei consigli di fabbrica. E che cosa è accaduto? Il contrario. La Centrale dei consigli di fabbrica è diventata poco a poco quasi uno strumento dei sindacati. Il sindacato è una piovra che strangola qualsiasi cosa vivente che giunge alla sua portata.
Compagno, leggete e informatevi, su tutto quanto accade in Germania e nell’Europa occidentale. Io conservo la piena speranza che verrete dalla nostra parte e anche che l’esperienza porterà la Terza Internazionale ad accettare la nostra tattica.
Tuttavia, se l'opportunismo procede in questo modo in Germania, come sarà in Francia e in Inghilterra?
Osservate, compagno, quali sono in capi che non vogliamo. Quale è l’unità di masse e di capi che non desideriamo. Quale disciplina di ferro, l’obbedienza militare, il servilismo cadaverico di cui non vogliamo saperne.
Che una parola sia qui detta al Comitato esecutivo e particolarmente a Radek. Il Comitato esecutivo ha avuto la faccia tosta di esigere del KAPD (Partito comunista operaio tedesco) l’espulsione di Wolffheim e di Laufenberg invece di lasciare al partito il diritto di giudicare sulla questione. Ha ricevuto il KAPD con minacce, e i partiti centristi, come il Partito Socialdemocratico Indipendente (USPD) con lusinghe. Ma non ha mai preteso dal Partito italiano di espellere i suoi social-patrioti. Non ha mai preteso dal KPD di espellere la centrale che, con le sue trattative, è stata solidale con la fucilazione dei comunisti nella Ruhr. E non ha preteso dal partito olandese l’espulsione di Wijnkoop e di Van Ravestyn i quali offrirono delle navi all’Intesa durante la guerra. Questo non significa che io stesso reclami l’espulsione di questi compagni. Penso che i compagni onesti si sono sbagliati soltanto per via delle terribili difficoltà presentate dall’inizio e dallo sviluppo della rivoluzione nell’Europa occidentale. Noi, come tutti, commettiamo molti grandi errori. D’altra parte queste espulsioni non servirebbero a nulla al punto in chi è questa Internazionale.
Faccio notare ciò soltanto per dimostrare ancora con un altro esempio fino a che punto l’opportunismo fa danni nelle nostre fila. Infatti la Centrale di Mosca ha commesso una ingiustizia nei confronti del KAPD soltanto perché non vuole, vista la sua tattica mondiale opportunista, dei veri rivoluzionari, ma si rivolge invece verso gli indipendenti e altri opportunisti. Ha giocato intenzionalmente questa carta di Wolffheim e di Laufenberg contro il KAPD, benché il KAPD fosse in disaccordo con la tattica –nazional bolscevica- di questi due leaders, e soltanto per obiettivi opportunisti tra i più miserevoli. Si tratta per la Centrale di ammassare sia i sindacati che i partiti per avere innanzitutto delle masse, siano o no comuniste.
Due altre azioni della Terza Internazionale dimostrano ugualmente con chiarezza in quale direzione essa si muove. La prima è la destituzione del Bureau di Amsterdam, l’unico gruppo di marxisti e teorici rivoluzionari che, nell’Europa occidentale, non ha mai vacillato. La seconda è il tradimento inflitto al KAPD, l’unico partito che, come organizzazione, nella sua interezza, nell’Europa occidentale, a partire dalla sua creazione fino ad oggi, abbia sempre condotto la rivoluzione nella direzione giusta. Mentre i partiti del centro, gli indipendenti, i centristi francesi, inglesi, eterni traditori della rivoluzione, sono stati corteggiati con tutti i mezzi, il KAPD, il partito veramente rivoluzionario è stato trattato come un nemico. Questi sono brutti sintomi, compagno.
Riassumendo: la Seconda Internazionale opportunista sopravvive o rivive tra noi. E l’opportunismo porta al disastro. Poiché ci porta al disastro, poiché esiste tra noi, forte, fortissimo, più forte di quanto avessi potuto immaginare, la sinistra deve essere presente. Anche se le altre buone ragioni per la sua esistenza non fossero valide, essa dovrebbe essere presente come opposizione, come contrappeso all’opportunismo.
Ahimè, compagno, se solo avessi seguito la tattica della Sinistra della Terza Internazionale; quella tattica, che non è altro che la tattica «pura» dei bolscevichi in Russia, adattata alle condizioni dell’Europa occidentale (e del Nord America)!
Se solo, come statuto e regolamento della Terza Internazionale, aveste proposto e realizzato un’organizzazione economica all’interno delle organizzazioni industriali e unioni operaie (nei quali, se necessario, avrebbero potuto essere introdotti unioni industriali a livello di reparto), e un’organizzazione politica all’interno di partiti che rifiutano il parlamentarismo!
Allora avreste avuto innanzitutto, in tutti i paesi, nuclei assolutamente saldi, partiti in grado di portare davvero avanti la rivoluzione, partiti che avrebbero gradualmente raccolto attorno a sé le masse, grazie al proprio esempio, nel proprio paese, e non per pressione dall’esterno. Allora avreste avuto organizzazioni economiche che avrebbero annientato i sindacati controrivoluzionari (sia sindacalisti che liberi). E così, con un solo colpo, avreste tagliato la strada a tutti gli opportunisti. Poiché questi possono prosperare solo dove c'è un complotto con la controrivoluzione.
Inoltre – e questo è di gran lunga il punto più importante – avreste formato i lavoratori come combattenti indipendenti in misura molto elevata, per quanto ciò sia possibile nella fase attuale.
Se voi, Lenin, e voi, Bucharin e Radek, aveste agito in questo modo, aveste scelto questa tattica, con la vostra autorità ed esperienza, la vostra forza e il vostro genio, e se ci aveste aiutato a sradicare i difetti che ancora ci affliggono, e alle nostre tattiche, allora avremmo realizzato una Terza Internazionale perfettamente solida al suo interno e incrollabile all’esterno, un’Internazionale che avrebbe gradualmente raccolto attorno a sé l’intero proletariato, grazie alla forza del suo esempio, e che avrebbe costruito il comunismo.
È vero che non esistono strategie senza sconfitte. Ma queste avrebbero subito la sconfitta minore e si sarebbero riprese più facilmente; avrebbero seguito la via più rapida e avrebbero ottenuto la vittoria più rapida e sicura. Le vostre, invece, portano a ripetute sconfitte per il proletariato.
Tuttavia, avete respinto questa proposta perché, invece di combattenti consapevoli e risoluti, volevate masse parzialmente o totalmente inconsapevoli.
Conclusioni
Devo ancora dire qualcosa a proposito del vostro ultimo capitolo Conclusioni finali, che è forse il più importante del vostro libro. L'ho letto di nuovo rievocando con entusiasmo la rivoluzione russa. Ma a ogni brano e senza interruzione ho dovuto ripetermi: «Questa tattica, cosi brillante in Russia, non vale nulla qui; porta alla disfatta».
Voi spiegate a questo, punto, compagno (pp. 68-74), che a un dato stadio dello sviluppo, dobbiamo conquistare le masse a milioni e a decine di milioni. Allora la propaganda per il comunismo «puro» che ha raggruppato ed educato l'avanguardia diventa insufficiente. Ormai si tratta... — ed ecco che a questo punto riappaiono i vostri metodi opportunisti già combattuti prima — di utilizzare le - divisioni-, gli elementi piccolo borghesi, ecc.
Compagno, anche questo capitolo è sbagliato nel suo insieme. Ragionate da russo, non da comunista internazionale che conosce il vero capitalismo, quello europeo-occidentale.
Quasi ogni parola di questo capitolo, ammirevole per la conoscenza della vostra rivoluzione, cade in errore quando è in questione il capitalismo altamente sviluppato, il capitalismo dei trust e dei monopoli. E’ quello che voglio ora dimostrare. Innanzitutto nelle piccole cose.
Voi scrivete a proposito del comunismo nell'Europa occidentale: «L'avanguardia del proletariato occidentale è già conquistata» (p. 70). Ecco una cosa sbagliata, compagno! «E’ finito il tempo della propaganda» (p. 69): altra controverità! «L'élite proletaria è conquistata alle nostre idee»: errore completo, compagno, e che ha la stessa natura di quell'altro prodotto di recente da Bucharin: «Il capitalismo inglese ha fatto bancarotta». Ho trovato anche in Radek simili fantasmi che nascono nel mondo dell'astrologia ma non in quello dell'astronomia. Nulla di tutto ciò è vero; salvo in Germania, non esiste da nessuna parte una vera avanguardia. Non esiste in ogni caso in Inghilterra, né in Francia, né in Belgio, né in Olanda, né — se devo credere alle informazioni di cui dispongo— nella maggior parte dei paesi scandinavi. Esistono soltanto alcuni esploratori ancora in disaccordo sulla via da seguire (37). E un'illusione fatale quella di credere che «il tempo della propaganda è passato».
No, compagno, questo tempo comincia appena nell'Europa occidentale. Ovunque ci manca un nucleo solido.
E quello di cui abbiamo ora abbisogno è proprio un nucleo resistente come l'acciaio, come il cristallo anche. Ed è da qui che occorre iniziare, è su questa base che si deve costruire una grande organizzazione. Da questo punto di vista siamo qui allo stesso stadio in cui voialtri eravate nel 1903 e forse anche un po' prima, nel periodo dell'«Iskra». Compagno, la situazione, le condizioni oggettive sono molto più mature del nostro movimento; una ragione di più per non lasciarci trascinare senza assicurare quello che è indispensabile!
Se noialtri dell'Europa occidentale, partiti comunisti d'Inghilterra, di Francia, Belgio, Olanda, paesi scandinavi, Italia ecc., e anche Partito Comunista Operaio di Germania, abbiamo il dovere di consolidarci per un po' di tempo con un piccolo numero, non è perché proviamo per questa situazione una particolare predilezione, ma perché dobbiamo attraversare questa fase per diventare forti.
Un esempio: il Belgio. A parte l’Ungheria prima della rivoluzione, non c’è nessun paese in cui il proletariato sia così corrotto dal riformismo come in Belgio. Se in questo momento il comunismo dovesse diventare lì un movimento di massa (con il parlamentarismo, ecc.), gli avvoltoi, gli speculatori e gli altri esponenti dell’opportunismo si avventerebbero immediatamente su di esso e lo trascinerebbero alla rovina. Ed è così ovunque.
Per questo motivo, poiché il movimento operaio qui è ancora molto debole e quasi completamente intrappolato nell’opportunismo, poiché finora il comunismo è praticamente inesistente, dobbiamo lottare (sulle questioni del parlamentarismo e dei sindacati e su tutte le altre) finché non avremo raggiunto la massima lucidità e chiarezza, finché tutto non sarà stato chiarito teoricamente nel modo più preciso possibile.
Una setta, allora? dirà il Comitato esecutivo... Precisamente una setta, se intendete con questa parola il nucleo iniziale di un movimento che pretende di conquistate il mondo!
Compagno, il vostro movimento bolscevico è stato, un tempo, una cosetta da niente. E proprio perché era piccolo, perché era ristretto e voleva esserlo, si è conservato puro durante un periodo di tempo abbastanza lungo. A questa condizione, a questa sola condizione, è diventato potente, E quello che anche noi vogliamo fare.
Tocchiamo qui una questione estremamente importante, dalla quale dipende non soltanto la rivoluzione europeo-occidentale, ma anche la rivoluzione russa. Siate prudente, compagno! Sapete che Napoleone, quando ha tentato di diffondere il capitalismo moderno per l'Europa, si è infine rotto il muso e ha dovuto lasciare il campo alla reazione, perché era arrivato al punto in cui non soltanto aveva a che fare con troppo Medioevo ma, soprattutto, con troppo poco capitalismo ancora.
Anche le vostre affermazioni secondarie, sopra citate, sono sbagliate. Mi occuperò ora di quelle più importanti, della cosa più importante di tutte. Secondo voi è giunto il momento di abbandonare la propaganda per il comunismo «puro» e di marciare alla conquista delle masse con la tattica opportunista che avete descritto. Compagno, anche se voi aveste ragione nelle affermazioni secondarie e se i partiti comunisti fossero veramente pervenuti qui ad avere una forza sufficiente, non resterebbe men vero che quest'ultima pretesa è sbagliata dalla A alla Z.
La propaganda puramente comunista, per un comunismo rinnovato, è qui una cosa indispensabile — come ho già più volte ripetuto — dall'inizio alla fine della rivoluzione. Nell'Europa occidentale sono gli operai, gli operai soltanto che devono introdurre il comunismo. Essi non hanno nulla da aspettarsi (nulla d'importante) da nessun'altra classe fino alla fine della rivoluzione.
Voi dite (p. 72): il momento della rivoluzione è giunto non appena è stata conquistata l'avanguardia e si sono realizzate le seguenti condizioni:
1) Tutte le forze di classe che ci sono ostili sono sufficientemente colpite, trascinate in divisioni intestine e indebolite in una lotta. che supera le loro forze;
2) Tutti gli elementi intermedi, vacillanti, in ceti cioè piccolo-borghesi, democratici piccolo-borghesi ecc., sono stati sufficientemente smascherati davanti al popolo, sono stati messi abbastanza a nudo dalla loro bancarotta.
Ma, compagno, tutto questo è russo! Nello sfasciamento dell'apparato statale russo, queste erano le condizioni della rivoluzione. Ma negli stati moderni del vero capitalismo maturo, le condizioni sono radicalmente diverse. Di fronte al comunismo i partiti della grande borghesia faranno blocco (invece di entrare in conflitto) e la democrazia dei piccolo borghesi si metterà a rimorchio.
Non sarà cosi in modo assoluto, ma abbastanza generalizzato perché la nostra tattica ne sia condizionata.
Dobbiamo aspettarci nell'Europa occidentale una rivoluzione che sarà, da entrambe le parti, una lotta fermamente risoluta, e particolarmente ben organizzata da parte della borghesia e della piccola borghesia. Ciò mi è dimostrato dalla pesantezza delle formidabili organizzazioni in cui sono inquadrati il capitalismo e gli operai.
Ciò dimostra che anche noi, da parte nostra dobbiamo ricorrere alle armi migliori, alle migliori forme di organizzazione, alle più forti, e non alle più insinuanti!
E qui, non in Russia, che avrà luogo il vero duello tra il capitale e il lavoro. Perché è qui che si trova il vero capitale.
Compagno, se pensate che esagero (senza dubbio per mania di chiarezza teorica), osservate dunque la Germania. Là si trova uno Stato totalmente destinato alla bancarotta, privato di ogni speranza. Ma al tempo stesso tutte le classi, grandi e piccolo-borghesi, contadini ricchi e poveri, resistono tutti insieme contro il comunismo. Da queste parti sarà la stessa cosa dappertutto.
Certamente, alla fine dello sviluppo rivoluzionario, quando la crisi imperverserà nel modo più terribile, quando saremo molto vicini alla vittoria, allora forse sarà spezzata l'unità delle classi borghesi e vedremo qualche frazione della piccola borghesia e dei contadini poveri venire al nostro fianco. Ma a cosa ci serve tutto questo? Dobbiamo definire la nostra strategia per l'inizio e lo svolgimento della rivoluzione.
Poiché le cose stanno così, e devono necessariamente stare così (a causa dei rapporti di classe e, ancor più, dei rapporti di produzione), il proletariato è solo. Poiché è isolata, potrà trionfare solo se acquisirà una grande forza spirituale. E poiché questo è l'unico modo in cui può trionfare, qui la propaganda a favore del comunismo «puro» è necessaria fino alla fine (proprio al contrario di quanto accade in Russia).
Senza questa propaganda dove, andrebbe il proletariato europeo-occidentale e, di conseguenza, il proletariato russo? Alla sua sconfitta.
Chi, dunque, vuole, qui, nell'Europa occidentale, realizzare, cosi come fate voi, dei compromessi, delle alleanze con elementi borghesi e i piccolo-borghesi; chi, in altri termini, vuole l'opportunismo, qui, nell'Europa occidentale, è uno che persegue illusioni invece di realtà, è uno che inganna il proletariato, è (mi servo della stessa parola che avete usata contro il Bureau di Amsterdam) un traditore del proletariato.
E la stessa cosa vale per tutto l'esecutivo di Mosca.
Mentre scrivevo queste ultime pagine, ho ricevuto la notizia che l'Internazionale ha adottato la vostra tattica e quella dell'esecutivo. I delegati dell'Europa occidentale si sono lasciati accecare dal fulgore della rivoluzione russa. Ebbene, ci prenderemo l'incarico di condurre la lotta anche nella Terza Internazionale.
Compagni, noialtri, cioè i vostri vecchi amici Pannekoek, Roland-Holst, Rutgers e io stesso — e non potreste averne di più sinceri — ci siamo chiesti, quando abbiamo conosciuto la vostra tattica per l'Europa occidentale, che cosa poteva averla determinata. Ci sono state opinioni diverse. Uno diceva: la situazione economica della Russia è cosi cattiva che Lenin ha bisogno della pace prima di ogni altra cosa; per questo motivo il compagno Lenin vuole riunire in Europa la più grande forza possibile: indipendenti, Labour Party, ecc..., per essere aiutato nella conquista della pace. Un altro diceva: egli vuole accelerare la rivoluzione generale in Europa; ha quindi bisogno dell'immediata partecipazione di milioni di uomini. Da qui il suo opportunismo.
Quanto a me, io credo, come ho detto, che voi non conoscete la situazione europea.
Sia come sia, quali che siano i motivi che vi hanno indotto ad adottare una simile tattica, voi andrete incontro alla più terribile delle disfatte, e porterete il proletariato alla più terribile delle disfatte se non abbandonerete questa tattica.
Perché se quello che voi volete è in realtà la salvezza della Russia e della rivoluzione russa, al tempo stesso, con la vostra tattica, riunite gli elementi non comunisti, li fondete con noi, i veri comunisti, quando noi non abbiamo neanche un nucleo consolidato? Ed è con queste cianfrusaglie dei sindacati mummificati, uniti a una massa di semicomunisti e di comunisti al 20, al 10 e allo zero per cento, nella quale non abbiamo neanche un buon. nucleo, che pretendete di combattere contro il capitale più altamente organizzato del mondo, al quale sono alleate tutte le classi non proletarie? E’ ovvio che non appena comincia la battaglia, le cianfrusaglie vanno in pezzi e la grande massa piega le ginocchia.
Cercate di capire, compagno, che una disfatta folgorante del proletariato tedesco, per esempio, è il segnale per un attacco generale contro la Russia.
Se il vostro scopo è quello di fare qui la rivoluzione, vi avviso che con questo intruglio di Labour Party, indipendenti, centro francese, partito italiano, ecc... — e con i sindacati — non si potrà avere che una disfatta.
I governi non avranno paura, nemmeno una volta, di questo ammasso di opportunisti.
Se invece costituite dei raggruppamenti radicalmente comunisti, interiormente solidi, solidi anche nel loro piccolo numero, questi gruppi metteranno paura ai governi perché essi soli sono capaci di trascinare le masse a grandi azioni in periodo rivoluzionario; così ha dimostrato la Lega di Spartaco ai suoi esordi. Partiti di questo genere obbligheranno i governi a lasciare tranquilla la Russia, e alla fine, quando si saranno formidabilmente sviluppati alla maniera «pura», verrà la vittoria. Questa tattica, la nostra tattica «sinistrista» è per la Russia come per noi, non soltanto la migliore, ma la sola via di salvezza.
Per quanto riguarda la vostra tattica, è di stampo russo. Era eccellente in un paese in cui un esercito di milioni di contadini poveri era pronto a seguirvi e in cui la classe media in declino non faceva altro che oscillare da una parte all’altra. Qui, invece, non vale nulla.
Devo infine confutare la vostra affermazione e quella di molti vostri collaboratori, che ho già accennato nel terzo capitolo, secondo cui la rivoluzione nell’Europa occidentale potrà avere inizio solo dopo che gli strati inferiori e democratici del capitalismo saranno stati sufficientemente scossi, neutralizzati o conquistati.
Anche questa affermazione, su una delle questioni più cruciali della rivoluzione, dimostra ancora una volta che voi considerate ogni cosa da un punto di vista puramente dell'Europa orientale. E questa affermazione è errata.
Il proletariato in Germania e in Inghilterra è infatti così numeroso e così potente grazie alla sua organizzazione, da poter compiere la rivoluzione, dal suo inizio al suo sviluppo, senza tutte queste classi e in opposizione a esse. E deve addirittura compiere la rivoluzione, spinto dalle sofferenze subite in Germania. E potrà farlo solo se adotterà le giuste strategie, se fonderà la propria organizzazione a livello di base e rifiuterà il parlamentarismo; solo così potrà rafforzare i lavoratori!
Noi «sinistristi» abbiamo scelto questa tattica, non solo per tutte le ragioni sopra esposte, ma soprattutto perché il proletariato occidentale – tedesco e inglese in particolare – da solo, concentrato su se stesso, quando raggiunge la consapevolezza e l’unità, acquisisce una forza tale, un potere così formidabile, che attraverso questa semplice via la sua vittoria è possibile. Il proletariato russo, invece, ha dovuto seguire delle deviazioni, perché da solo era troppo debole, e le ha seguite in modo così brillante da eclissare tutto ciò che il proletariato mondiale era riuscito a fare fino a quel momento. Ma il proletariato dell’Europa occidentale può vincere seguendo la via diritta e chiara.
Viene così confutata questa importante affermazione vostra e dei vostri compagni di lotta.
Resta ora da confutare un argomento che ho spesso riscontrato nelle opere dei comunisti «di destra», che ho raccolto dalle parole del dirigente sindacale russo Losovsky e che si ritrova anche da voi: «La crisi spingerà le masse verso il comunismo, anche nel contesto dei sindacati inefficienti e del parlamentarismo». Quale portata avrà la crisi che sta per arrivare? Raggiungerà in Inghilterra e in Francia la stessa profondità che ha oggi in Germania? In secondo luogo, questo argomento (l’argomento «meccanicistico» della Seconda Internazionale) ha dimostrato la sua debolezza negli ultimi sei anni di guerra. La miseria in Germania era terribile negli ultimi anni di guerra. La rivoluzione non è arrivata. Era ancora più terribile negli anni 1918 e 1919. La rivoluzione non ha vinto. La crisi è stata e rimane terribile in Ungheria, Austria, nei Balcani, in Polonia. La rivoluzione non è arrivata o non ha vinto, nemmeno con la vicinanza delle armate russe. Infine, in terzo luogo, l’argomento si ritorce contro di voi stessi, perché se la crisi significa già rivoluzione, perché non scegliere subito la tattica migliore, la tattica «sinistrista»?
Ma l’esempio della Germania, dell’Ungheria, della Baviera, dell’Austria, della Polonia e dei Paesi balcanici ci insegna che la crisi e la miseria non bastano. C'è la crisi economica più terribile che ci sia, eppure la rivoluzione non arriva. Deve esserci un altro fattore che porta la rivoluzione all'esistenza e che, se manca, la fa abortire o fallire. Questo fattore è lo spirito delle masse. Ed è la vostra tattica, compagni, che non risveglia a sufficienza lo spirito delle masse in Europa occidentale, che non lo rafforza abbastanza, che lo lascia nello stato in cui era. Nel corso di questo scritto, ho dimostrato che il capitale finanziario, il Trust, il Monopolio e lo Stato di tipo europeo-occidentale (e americano) che essi hanno formato e che tengono in dipendenza, sono il legame unificante di tutte le classi della grande e piccola borghesia contro la rivoluzione. Ma questa forza non si accontenterà di unire la società e lo Stato contro la rivoluzione. Il capitale finanziario ha introdotto nella classe operaia, nel corso del periodo trascorso, del periodo di evoluzione, il suo addestramento, la sua unificazione e la sua organizzazione controrivoluzionaria. E in che modo? Attraverso i sindacati (siano essi riformisti o «sindacalisti») e attraverso i partiti socialdemocratici. Obbligandoli a lottare solo per ottenere miglioramenti, il capitale ha trasformato i sindacati e i partiti operai in forze di conservazione sociale, in sostenitori dello Stato, in forze controrivoluzionarie. I sindacati e i partiti operai, per volontà del grande capitalismo, sono diventati sostenitori del capitale. A parte questo, sono composte da operai, quasi dalla maggioranza della classe operaia, e poiché la rivoluzione non può avvenire senza questi operai, tali organizzazioni devono prima essere smantellate affinché la rivoluzione possa avere successo. Ma come si fa a smantellarle? Rivoluzionando il loro spirito. E come è possibile farlo? Liberando al massimo lo spirito dei membri e restituendogli la sua indipendenza, cosa che può avvenire solo sopprimendo i sindacati a favore delle organizzazioni di fabbrica e delle unioni operaie, e ponendo fine al parlamentarismo nei partiti operai. E questo è proprio ciò che la vostra tattica impedisce.
La crisi si avvicina con la sua inesorabile forza. Se i prezzi salgono, con essi aumentano le ondate di scioperi; se calano, cresce l’esercito dei disoccupati. La miseria si aggrava in Europa e la fame avanza. Per di più, il mondo è pieno di nuovi elementi esplosivi. Il conflitto, la nuova rivoluzione si avvicinano. Ma quale sarà l’esito? Il capitalismo è ancora potente. La Germania, l’Italia, la Francia, l’Europa dell’Est, tutto questo non fa ancora il mondo. E il capitalismo, ancora per molto tempo in Europa occidentale, in Nord America, nei domini britannici, realizzerà l’unione di tutte le classi contro il proletariato. Il risultato finale dipende quindi in larga misura dalla nostra tattica e dalla nostra organizzazione. E la vostra tattica non è giusta.
È vero: il capitalismo tedesco, francese e italiano è in bancarotta. O, per essere più precisi: è lo Stato capitalista ad essere in bancarotta. I capitalisti resistono, la loro organizzazione economica e politica si rafforza, e i loro profitti, dividendi e nuovi investimenti sono addirittura enormi. Ma ciò avviene solo attraverso l’aumento della circolazione di carta emessa dallo Stato. Se lo Stato tedesco, francese, italiano cade, allora crollano anche i capitalisti.
Qui, in Europa occidentale, c'è una sola tattica: quella della Sinistra che dice la verità al proletariato e non fa balenare davanti ad esso delle illusioni. Quella che, anche se tale lavoro dovesse durare molto tempo, saprà fornirgli le armi più forti, o piuttosto le sole armi valide: le organizzazioni di fabbrica (e la loro unione in una sola organizzazione), e i nuclei — inizialmente ristretti, ma sempre puri e solidi — dei partiti comunisti. Quella che, quando sarà giunto il momento, saprà estendere queste due organizzazioni a tutto il proletariato.
Deve essere cosi non perché noi lo desideriamo, ma perché le condizioni della produzione, i rapporti di classe, lo esigono.
Giunto alla fine delle mie considerazioni, voglio riassumerle in alcune formule d'assieme, in qualche sintesi capace di essere colta con un solo sguardo, affinché gli operai vedano tutto più chiaramente con i loro occhi.
Si può trarre, credo, un quadro chiaro dei motivi della nostra tattica e della tattica stessa: il capitale finanziario domina il mondo occidentale. Mantiene ideologicamente e materialmente un proletariato gigantesco nella schiavitù più profonda, e realizza l'unione di tutte le classi, la grande e la piccola borghesia. Da qui scaturisce la necessità per queste masse gigantesche di saper fare da sole. Una cosa del genere è possibile soltanto attraverso le organizzazioni di fabbrica e la soppressione del parlamentarismo in un periodo rivoluzionario.
In secondo luogo confronterò qui alcune frasi della tattica della Sinistra con alcune di quelle della Terza Internazionale, affinché la differenza tra l'una e l'altra emerga con assoluta chiarezza, e affinché gli operai non si scoraggino se la vostra tattica — come è molto probabile — li condurrà alle peggiori disfatte, ma scoprano piuttosto che ne esiste una diversa.
La Terza Internazionale crede che la rivoluzione europeo-occidentale seguirà le leggi e la tattica della rivoluzione russa.
La sinistra crede che la rivoluzione nell'Europa occidentale produrrà e seguirà le sue leggi specifiche.
La Terza Internazionale crede che la rivoluzione europeo-occidentale potrà concludere dei compromessi e delle alleanze con i partiti piccolo-borghesi e dei contadini poveri, e perfino della grande borghesia.
La sinistra crede che ciò sia impossibile.
La Terza Internazionale crede che si verificheranno, nell'Europa occidentale, durante la rivoluzione, delle «divisioni» e delle scissioni tra i borghesi, piccolo-borghesi e contadini poveri.
La sinistra crede che i borghesi e i piccolo-borghesi formeranno un fronte unico praticamente fino alla fine della rivoluzione.
La Terza Internazionale sottovaluta la potenza del capitale europeo-occidentale e nord-americano.
La sinistra assume questa grande potenza come base per la sua tattica.
La Terza Internazionale non riconosce nel grande capitale, nel capitale finanziario, la potenza unificatrice di tutte le classi borghesi.
La sinistra assume questa potenza unificatrice come base per la sua tattica.
Poiché non crede all'isolamento del proletariato nell'Europa occidentale, la Terza Internazionale trascura lo sviluppo della coscienza del proletariato — che tuttavia vive ancora profondamente sotto l'influenza dell'ideologia borghese in tutti i campi — e adotta una tattica che comporta il mantenimento della schiavitù e della subordinazione davanti alle idee della borghesia.
La sinistra sceglie la sua tattica in modo tale da far maturare innanzitutto lo spirito del proletariato.
La Terza Internazionale, poiché non basa la sua tattica sulla necessità di elevare le coscienze, né sull'unità di tutti i partiti borghesi e piccolo-borghesi, ma invece su prospettive di compromesso e di «divisioni», lascia sussistere i vecchi sindacati e cerca di farli entrare nella Terza Internazionale.
La Sinistra, poiché vuole come prima cosa la elevazione delle coscienze e crede nell'unità dei borghesi, sa che i sindacati devono essere distrutti e che il proletariato ha bisogno di armi migliori.
Per le stesse ragioni, la Terza Internazionale lascia sopravvivere il parlamentarismo.
La sinistra, per le ragioni già esposte, sopprime il parlamentarismo.
La Terza Internazionale conserva la schiavitù delle masse nella situazione in cui era al tempo della Seconda.
La sinistra vuole rovesciarla da cima a fondo. Essa distrugge il male alle radici.
La Terza Internazionale, poiché non crede alla necessità prioritaria di elevare le coscienze nell'Europa occidentale, né all'unità di tutti i borghesi davanti alla rivoluzione, raccoglie le masse attorno a se stessa, senza cercare i veri comunisti, e senza scegliere una tattica atta a crearne, ma si contenta solo di avere delle masse.
La sinistra vuole formare in tutti i paesi dei partiti composti soltanto da comunisti e determina la sua tattica su questa base. Con l'esempio di simili partiti, per quanto possano essere piccoli all'inizio, essa vuoi fare della maggior parte dei proletari, e cioè delle masse, dei comunisti.
La Terza Internazionale prende dunque le masse come mezzo.
La sinistra come fine.
Attraverso la sua tattica (che era molto giusta in Russia) la Terza Internazionale conduce una politica da capi.
La sinistra fa una politica da masse.
Mediante la sua tattica, la Terza Internazionale conduce la rivoluzione nell'Europa occidentale e, in primo luogo, la rivoluzione russa alla sconfitta.
Mentre la sinistra conduce il proletariato mondiale alla vittoria.
Per concludere, allo scopo di esprimere i miei giudizi nella forma più sintetica possibile davanti agli occhi degli operai i quali devono acquisire una concezione chiara della tattica, li riassumerò in alcune tesi:
1) La tattica della rivoluzione occidentale deve essere completamente diversa da quella della rivoluzione russa.
2) Perché il proletariato qui è completamente solo.
3) Il proletariato, qui, deve fare da solo la rivoluzione contro tutte le classi.
4) L'importanza delle masse proletarie è dunque relativamente maggiore, quella dei capi minore, rispetto alla Russia.
5) E il proletariato, qui, deve avere tutte le armi migliori per la rivoluzione.
6) Poiché i sindacati sono armi difettose, occorre sopprimerli o trasformarli radicalmente, e sostituirli con organizzazioni di fabbrica riuniti in un'organizzazione generale.
7) Poiché il proletariato deve fare da solo la rivoluzione, e non dispone di alcun aiuto, deve elevare molto in alto la sua coscienza e il suo coraggio. Ed è preferibile, in periodo rivoluzionario, l'abbandono del parlamentarismo.
Fraterni saluti,
Herman Gorter
Note
(1) Tradizionalmente è stato erroneamente tradotto come «L’estremismo, malattia infantile del comunismo», nelle edizioni italiane. Un'eccezione è questa recente edizione fatta da Katéchon: Lenin, Sinistrismo, malattia infantile del comunismo, Katéchon Edizioni, 2024 (N.d.E.).
(2) Voi scrivete ad esempio in Stato e rivoluzione (pagina 67): «La stragrande maggioranza dei contadini in ogni paese capitalista in cui esista una popolazione contadina, è oppressa dal governo e aspira al suo rovesciamento, all’instaurazione di un governo “a basso costo”. Il proletariato è chiamato a portare a termine questa impresa...» Il problema, tuttavia, è che i contadini non aspirano al comunismo.
(3) Le tesi di Mosca sulla questione agraria (adottate dal II Congresso dell'I.C. – N.d.E.) lo confermano.
(4) Per la Svezia e la Spagna non possiedo alcun dato statistico.
(5) Nella brochure La rivoluzione mondiale ho sottolineato con forza questa differenza tra la Russia e l’Europa occidentale. Lo svolgimento della rivoluzione tedesca ha dimostrato che qualsiasi valutazione era addirittura troppo ottimistica. In Italia è possibile che i contadini poveri si schierino dalla parte del proletariato.
(6) Voi, compagno, non cercherete certamente di vincere una battaglia prendendo in considerazione le affermazioni dei vostri avversari in un senso assoluto come fanno gli spiriti meschini. La mia osservazione è dunque destinata soltanto a questi ultimi.
(7) Ovviamente ho dovuto prendere i dati prebellici e ho fatto in modo che l'aumento del numero dei proletari dopo l'ultimo censimento (del 1909) fosse proporzionale a quello precedente.
(8) Trascuro qui che, a causa di questa differenza di rapporto numerico (20 milioni su 70 milioni in Germania) l'importanza della massa e dei capi e il rapporto tra masse, partito e capi, anche durante e alla fine della rivoluzione, saranno diversi dalla Russia. Uno sviluppo di questa questione, che di per sé è estremamente importante, mi porterebbe ora troppo lontano.
(9) Almeno sino ad oggi.
(10) Mi ha colpito che nella vostra polemica utilizzate quasi sempre opinioni personali dell'avversario e non le sue posizioni ufficiali.
(11) Questa, e le altre citazioni di Pannekoek, sono del suo testo Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo (N.d.E.).
(12) Naturalmente occorre comprendere che questo nuovo rapporto tra individualismo e centralismo non è dato come un fatto pienamente realizzato, ma come una realtà in formazione, un processo che si potrà sviluppare e completare soltanto attraverso la lotta.
(13) La vostra osservazione sarcastica sull'Unione operaia che non può essere neanch'essa senza macchia, non ci fa un grande effetto perché è giusta solo in quanto l'Unione operaia deve lottare per ottenere miglioramenti nell’ambito del capitalismo. Non è giusta, invece, per quanto l’Unione lotta per la rivoluzione.
(14) Gli Shop Committees, Shop Stewards e, in modo particolare nel Galles le Industrial Unions.
(15) Dire che in Germania questo movimento è stato provocato «dall'alto» è una calunnia.
(16) Voi ci propinate a questo punto compagno, alla pari di altri che l'hanno fatto tanto spesso, il solito argomento in base al quale i comunisti abbandonando i sindacati perdono il contatto con le masse. Ma il contatto migliore non si realizza forse tutti i giorni nelle fabbriche? E tutte le fabbriche non sono già ora diventate già qualcosa di più di un luogo di contatto, ma qualcosa di simile a un centro decisionale? In che modo, agendo in questo modo, i «sinistristi» potrebbero perdere il contatto con le masse?
(17) Il seguente esempio può dare un'idea del caos in cui questo opportunismo ci porta: esistono dei paesi in cui a fianco dei sindacati riformisti, esistono delle organizzazioni sindacali che, pur essendo cattive, lottano meglio dei sindacati stessi. Le tesi di Mosca chiedono l'entrata di queste organizzazioni sindacaliste nelle grandi organizzazioni riformiste. In tal modo obbligano spesso i comunisti a trasformarsi in «pompieri», come per esempio in Olanda. Ma c'è di più: l'Unione operaia tedesca è condannata perché si pone sul terreno della scissione. Ma che cosa fa l'internazionale? Essa fonda una nuova Internazionale sindacale!
(18) All’inizio pensavo che era questa una questione secondaria. Tuttavia, l’atteggiamento della Lega di Spartaco al momento del putsch di Kapp e il vostro opuscolo opportunista – opportunista anche su questo punto – mi ha persuaso che si tratta invece di una questione di grande importanza.
(19) Questa grande influenza, tutta questa ideologia dell’Europa occidentale, degli Stati Uniti e delle colonie inglesi non è compresa nell’Europa dell’est, nella Turchia e nei Balcani (per non parlare dell’Asia).
(20) L’esempio del compagno Liebknecht prova proprio la correttezza della nostra tattica. Prima della rivoluzione, quando l’imperialismo era all’apogeo della sua potenza e le leggi eccezionali del periodo di guerra soffocavano qualsiasi movimento, egli, con le sue proteste in parlamento, poté esercitare una grande influenza, ma durante la rivoluzione non avrebbe potuto fare altrettanto. Non appena gli operai prendono nelle loro mani i loro destini, noi dobbiamo abbandonare il parlamento.
(21) Senza dubbio l’Inghilterra non ha contadini poveri che potrebbero sostenere il capitale. Ma ha, però, una classe media altrettanto importante e legata al capitale.
(22) Esiste in Inghilterra, più ancora che in altri paesi, il pericolo dell’opportunismo. Sembrerebbe che anche la nostra compagna Sylvia Pankhurst che, pur non avendo forse sufficientemente approfondito le sue idee con lo studio, fu tuttavia una buon precursore del movimento di sinistra grazie al suo temperamento, istinto ed esperienza, abbia cambiato opinione. Ella abbandona la lotta antiparlamentare, e cioè un punto essenziale della sua lotta contro l’opportunismo, per avere il vantaggio immediato dell’unità. Segue così una strada già percorsa da migliaia di dirigenti del movimento operaio inglese: transfuga verso l’opportunismo e, in ultima analisi, verso la borghesia. Ciò non ha nulla di straordinario ma il fatto che voi, compagno Lenin, abbiate trascinato e convinto l’unica dirigente conseguente e coraggiosa dell’Inghilterra, costituisce un colpo duro per la rivoluzione russa e mondiale.
(23) Si veda il capitolo «Nessun compromesso?» del testo di Lenin (N.d.E.).
(24) La proletarizzazione, è vero, ha fatto dei progressi enormi per via della guerra. Ma tutto (quasi tutto) ciò che non è proletario, si aggrappa con forza ancora maggiore al capitalismo, lo difende con le armi alla mano se occorre e combatte il comunismo.
(25) Non ho spazio per dimostrare questa affermazione nei dettagli. L’ho fatto a fondo in un opuscolo intitolato Le basi del comunismo.
(26) Sappiamo molto bene tutto ciò noi olandesi. Abbiamo visto sparire queste –divisioni-. Da noi non esistono più partiti democratico-cristiani o altri. Benchè siamo soltanto degli olandesi, possiamo giudicare meglio di un russo che, disgraziatamente, sembra giudicare l’Europa occidentale con un parametro russo.
(27) Si pone ancora il problema di sapere se questa tappa dei governi –puramente operai è obbligatoria da noi. Qui voi vi lasciate indurre in errore dall’esempio russo Kerenskij. In quanto segue, io dimostrerò che quand’anche questa tappa si presentasse, come durante le giornate di marzo in Germania, non c’è egualmente nessuna possibilità di sostenere il governo –puramente- socialista.
(28) All’epoca degli attacchi di Yudenich e Denikin, il Partito Comunista Russo contava 13.287 membri, ovvero meno di un decimillesimo della popolazione di 150 milioni di abitanti. Grazie a speciali campagne di propaganda, nel gennaio 1920 il numero era salito a 220.000. Oggi non supera i 600.000, di cui il 52% sono operai.
(29) Le citazioni sono di Radek.
(30) Vorrei sottolineare qui la contraddizione tra questa opinione e lo sforzo di conquistare milioni di elementi indecisi alla Terza Internazionale. Questa contraddizione è un'ulteriore prova dell'opportunismo della vostra tattica.
(31) Una prova molto evidente di come il Comitato esecutivo della Terza Internazionale giudichi ogni cosa dal punto di vista russo è la seguente: dopo che la rivoluzione tedesca era stata repressa, dopo che le rivoluzioni bavarese e ungherese erano state schiacciate, Mosca disse al proletariato tedesco e ungherese:
«Confortatevi e tenete duro, perché anche noi, nel marzo e nel luglio del 1917, fummo sconfitti; ma a novembre abbiamo vinto. Come è andata per noi, così andrà per voi».
E di certo, anche questa volta Mosca sta dicendo la stessa cosa agli operai cecoslovacchi. Ma i russi hanno vinto a novembre esclusivamente perché i contadini poveri non sostenevano più Kerenskij! Dove sono, Comitato Esecutivo, i milioni di contadini poveri in Germania, Baviera, Ungheria e in Cecoslovacchia? Non ce ne sono. Le vostre parole sono solo un’assoluta assurdità. La pericolosità di queste tattiche di Mosca, tuttavia, non sta solo nel fatto che consolano gli operai con un’immagine falsa, ma soprattutto nel fatto che non traggono la giusta conclusione dalla sconfitta in Germania, Baviera, Ungheria e Cecoslovacchia. La lezione che insegnano è questa:
«Distruggete i vostri sindacati e formate unioni industriali, rendendo così il vostro partito e la vostra classe forti al loro interno».
Invece di questa lezione, però, sentiamo solo: «Andrà per voi come è andato per noi!». Non è forse giunto il momento che, contro queste tattiche di Mosca, sorga in tutta l’Europa occidentale un’opposizione ferrea e ben organizzata? È una questione di vita o di morte per la rivoluzione mondiale stessa. E anche per la rivoluzione russa.
(32) A questo proposito dobbiamo tenere presente che qui si parla sempre di un proletariato disarmato. Se per un motivo o per l’altro, a causa di una nuova guerra o in un secondo momento, nel corso della rivoluzione, il proletariato dovesse nuovamente entrare in possesso di armi, le condizioni sopra menzionate non sarebbero più valide.
(33) Affrontare tutti questi esempi russi risulterebbe troppo monotono. Invito il lettore a leggerli tutti. Si renderà conto che quanto ho detto sopra è vero.
(34) Personalmente ritengo che nei paesi in cui la rivoluzione è ancora lontana e i lavoratori non sono ancora abbastanza forti per realizzarla, il parlamentarismo possa ancora essere utilizzato. In tal caso è necessaria la critica più severa nei confronti dei rappresentanti parlamentari. Altri compagni, credo, la pensano diversamente.
(35) A Halle, nel giro di un solo giorno, 500.000 nuovi membri si sono schierati con diligenti che solo poco tempo prima avevate voi stesso giudicato peggiori della banda di Scheidemann. E a Tours si sono uniti i tre quarti del Partito Socialista Francese, che fino a poco tempo fa erano per lo più socialpatrioti.
(36) Il compagno Pannekoek, che conosce bene la Germania, lo aveva previsto. Se i dirigenti della Lega di Spartaco si trovassero di fronte alla scelta tra Parlamento e rivoluzione, opterebbero per il Parlamento.
(37) I comunisti inglesi, ad esempio, per quanto riguarda la questione fondamentale dell'affiliazione al Labour Party.