Nota dell'editore: Questa edizione di Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo si basa su quella pubblicata nel volume Organizzazione rivoluzionaria e consigli operai con il titolo Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la strategia del comunismo. Il testo è stato rivisto e corretto, sostituendo per esempio il termine «strategia» con «tattica» nel titolo e nel corpo del testo, per allinearsi più fedelmente all'originale (come apparso nella versione inedita su Il Soviet). Sono state inoltre integrate le note al piè di pagina dell'edizione inglese, dei paragrafia mancanti presenti in quella stessa edizione, una nota introduttiva di Kommunismus, una nota conclusiva di Invariance e la postfazione, apparsa in una versione del testo pubblicata anch’essa nel 1920 in Austria.
«La teoria stessa diventa una forza concreta non appena riesce a conquistare le masse. La teoria è in grado di conquistare le masse... non appena diventa radicale.»
Marx
I
Due forze, una spirituale e l’altra materiale, che traggono l'una dall’altra la loro origine, provocano il passaggio dal capitalismo al comunismo. Lo sviluppo materiale dell’economia crea la conoscenza, e questa crea a sua volta la volontà rivoluzionaria. Dalle generali tendenze evolutive del capitalismo è nata la scienza del marxismo, che ha costituito la teoria del partito socialista prima, e poi di quello comunista, e che ancor oggi dà al movimento rivoluzionario una grande forza unitaria a livello ideologico. E se questa teoria conquista solo lentamente una parte del proletariato, l’esperienza diretta di ognuno non può non sviluppare nelle masse la consapevolezza pratica della insostenibilità del capitalismo. La guerra mondiale ed il rapido sfacelo economico creano la necessità oggettiva della rivoluzione, e questo prima che le masse abbiano assimilato spiritualmente il comunismo. Da questa contraddizione di fondo derivano ulteriori contraddizioni, esitazioni ed indietreggiamenti che fanno della rivoluzione un processo lungo e tormentato. Anche la teoria prende oggi un nuovo slancio e conquista le masse a ritmo accelerato, ma non riesce a mantenersi al livello del gigantesco ed improvviso accrescersi dei compiti pratici.
Per quanto riguarda l'Europa occidentale, lo sviluppo della rivoluzione è determinato soprattutto da due forze motrici: il crollo dell'economia capitalista e I'esempio della Russia dei soviet. Non è necessario esaminare qui le ragioni per cui il proletariato ha potuto vincere con relativa facilita in Russia, e cioè la debolezza della bor- ghesia, l'unità di azione con i contadini, ed il fatto che la rivoluzione sia scoppiata mentre ancora durava la guerra; l'esempio di uno stato in cui i lavoratori sono al potere, in cui hanno eliminato il capitalismo, e dove stanno costruendo il comunismo, non poteva non esercitare una influenza enorme sul proletariato di tutto il mondo. Naturalmente questo esempio da solo non può essere sufficiente a spingere i lavoratori degli altri paesi alla rivoluzione proletaria. Gli uomini sono mossi soprattutto dall’influenza del proprio ambiente materiale; perciò se il capitalismo di ogni paese avesse conservato la forza che possedeva prima della guerra, la notizia arrivata dalla lontana Russia non avrebbe potuto avere nessuna influenza contro di esso. «Piene di meraviglia e di venerazione, ma anche di spavento piccolo-borghese, senza il coraggio di salvare se stesse, la Russia, e l’intera umanità»: cosi Rutgers (2) trovò le masse, al suo ritorno nell’Europa occidentale. Quando la guerra stava per concludersi, qui, in Europa tutti speravano in una nuova ripresa dell’economia, mentre la stampa, come sempre, falsificava la realta, dipingendo la Russia come la sede del caos e della barbarie; le masse quindi aspettavano. Invece da allora il caos si è esteso nei paesi cosiddetti civili, mentre il nuovo ordine mostra in Russia la sua forza crescente. Oggi anche da noi le masse cominciano a muoversi.
Lo sfacelo economico è la principale forza motrice della rivoluzione. La Germania e l’Austria sono ormai del tutto distrutte economicamente, e pauperizzate. L’Italia e la Francia sono in una crisi economica che è inarrestabile, I'Inghilterra è scossa dalle sue fondamenta — e non si sa se gli sforzi del suo governo possano evitare una completa rovina —, negli Stati Uniti compaiono gia i primi minacciosi sintomi di crisi. E dappertutto — parallelamente a queste crisi comincia I'agitazione fra le masse. Dappertutto si verificano grandi scioperi spontanei che scuotono ancora di più l'economia: le masse si difendono così contro il processo di pauperizzazione. Queste lotte si sviluppano a poco a poco fino a diventare una cosciente lotta rivoluzionaria ed è allora che le masse, pur non essendo comuniste, seguono sempre di più la via indicata loro dal comunismo. Verso di essa le spinge la necessita pratica.
Sulla base di questa necessita e di questa tendenza generale, prodotta dalle masse stesse, si sviluppa in questi paesi I'avanguardia comunista, che comprende chiaramente qual è lo scopo finale della lotta e si raccoglie attorno alla III Internazionale. Il sintomo e l'espressione di questa crescente coscienza rivoluzionaria è la separazione profonda, a livello teorico ed organizzativo, del comunismo dalla socialdemocrazia. Nei paesi dell’Europa centrale, che sono stati immediatamente gettati in una grave crisi economica dal trattato di Versailles, e dove, per salvare lo stato borghese, era necessario un governo di socialdemocratici, questa separazione si è compiuta da molto tempo. In questi paesi la crisi è talmente irrimediabile e profonda che la massa dei lavoratori socialdemocratici rivoluzionari (partito socialdemocratico indipendente), benché ancora, in gran parte, fedele ai vecchi metodi, alle vecchie tradizioni e soluzioni, ai vecchi capi della socialdemocrazia, vuole affiancarsi a Mosca e si dichiara favorevole alla dittatura del proletariato. In Italia l'intero partito socialdemocratico ha aderito all'Internazionale, e l'esistenza di una tendenza rivoluzionaria e combattiva fra le masse, che si concretizza in una piccola, continua guerra contro il governo e la borghesia, impedisce di valutare chiaramente la confusione teorica fra le concezioni socialiste, sindacaliste e comuniste. In Francia solo poco tempo fa alcuni gruppi di comunisti si sono staccati dal partito socialdemocratico e dal movimento sindacale; essi stanno fondando un partito comunista. In Inghilterra, a causa della profonda influenza che la guerra ha avuto sui rapporti tradizionali del movimento operaio, si è sviluppato un movimento comunista, composto ancora da gruppi e partiti diversi, di varia origine e da nuovi tipi di organizzazioni. Negli Stati Uniti dal partito socialdemocratico si sono staccati due partiti comunisti, e lo stesso partito socialdemocratico si è dichiarato favorevole a Mosca.
L'inaspettata forza di resistenza che la Russia ha dimostrato contro gli attacchi dell'Intesa, che è stata costretta a venire a patti — questa è sempre la conseguenza di un’azione vittoriosa — ha esercitato una nuova poderosa influenza sui partiti operai dell’Occidente. La Seconda Internazionale si sta sfasciando; e anche in alcuni gruppi moderati, spinti dal crescente orientamento rivoluzionario delle masse notiamo una generale tendenza verso Mosca. Questi gruppi, pur dichiarandosi comunisti, non mutano pero gran che delle loro precedenti concezioni fondamentali, ed introducono quindi nella nuova Internazionale i punti di vista ed i metodi della socialdemocrazia. Questo fenomeno, come sintomo del fatto che questi moderati sono diventati più maturi per la rivoluzione, si presenta opposto a quello precedente: col loro ingresso nella Terza Internazionale, o col loro riconoscimento dei suoi principi (come si è già detto per il partito degli indipendenti tedeschi), la separazione netta fra socialdemocratici e comunisti si è ora attenuata. Per quanto si possa tentare di tener fuori, a livello formale, questi partiti dalla Terza Internazionale, per non rinunciare del tutto ad ogni coerenza di principi, tuttavia, in ogni paese, essi si infiltrano nella direzione stessa del movimento rivoluzionario, ed attraverso le nuove soluzioni offerte al movimento operaio, cui aderiscono esteriormente, conservano la loro influenza sulle masse, che stanno lottando. Così agiscono tutti i gruppi dominanti: piuttosto che essere tagliati fuori dalle masse, diventano «rivoluzionari», per indebolire, nella misura in cui è possibile, sotto la loro influenza, tutte le spinte rivoluzionarie. Molti comunisti vedono in ciò soltanto un aumento di forza, e non un aumento di debolezza.
Sembrava che la rivoluzione proletaria, con la comparsa del comunismo e con l'esempio russo, avesse acquistato uno scopo semplice e chiaro. In realtà è proprio adesso che insieme con le difficoltà spuntano fuori le forze che rendono la rivoluzione un processo molto complicato e faticoso.
II
I problemi e le loro soluzioni, i programmi e la tattica non nascono da principi astratti, ma sono determinati solo dall’esperienza, dalla vita. Le concezioni dei comunisti sullo scopo finale e sui mezzi per raggiungerlo, si sono sempre formate, e continuano a formarsi, sulla base della prassi rivoluzionaria finora svolta. La rivoluzione russa ed il corso che la rivoluzione tedesca ha preso finora costituiscono il materiale pratico di avvenimenti, di cui possiamo disporre, per capire quali sono le spinte fondamentali, le condizioni e le forme della rivoluzione proletaria.
La rivoluzione russa ha dato il potere politico al proletariato con uno svolgimento cosi rapido che nel passato sorprese completamente l’osservatore occidentale, e che ora, di fronte alle difficoltà in cui ci troviamo in Europa occidentale, appare sempre più miracoloso, benché le sue cause siano perfettamente riconoscibili. La prima conseguenza doveva essere necessariamente quella di far sottovalutare le difficoltà della rivoluzione nel resto del mondo. La rivoluzione russa ha posto davanti agli occhi del proletariato di tutta la terra i suoi principi, nella loro pura e luminosa forza: la dittatura del proletariato, il sistema dei soviet come la forma nuova della democrazia, la nuova organizzazione dell’industria, dell’agricoltura e dell’educazione. Essa, sotto molti aspetti, ha fornito una indicazione così semplice, chiara, pertinente, quasi idilliaca, di quella che è l’essenza ed il contenuto della rivoluzione proletaria, che sembrerebbe assai facile seguire puramente e semplicemente l’esempio. Ma che ciò non fosse cosi semplice è stato dimostrato dalla rivoluzione tedesca, e le forze che sono entrate in gioco in questa occasione valgono in gran parte anche per gli altri paesi d’Europa.
La lentezza, benché relativa, dello sviluppo rivoluzionario nell’Europa occidentale ha fatto sorgere dei forti contrasti a livello tattico. In tempi di rapido sviluppo rivoluzionario, le differenze tattiche vengono superate presto dalla prassi, oppure non diventano consapevoli. L'intenso dibattito teorico chiarisce i dubbi, mentre, contemporaneamente, le masse affluiscono e l'attivita pratica fa scomparire le vecchie concezioni. Ma quando subentra un periodo di ristagno oggettivo, quando le masse lasciano correre, senza reagire, e la forza d'attrazione delle soluzioni rivoluzionarie pare paralizzata, quando le difficolta si moltiplicano e l'avversario sembra rialzarsi sempre piti forte da ogni lotta e il partito comunista, ancora debole, subisce solo sconfitte, allora i punti di vista si sdoppiano continuamente, mentre vengono cercate sempre nuove vie e nuovi strumenti di lotta. Ma esistono fondamentalmente due tendenze principali che si possono ritrovare in tutti i paesi al di là di differenze specifiche. Una tendenza vuole scuotere e persuadere le persone con le parole e con i fatti, e cerca quindi di contrapporre nel modo più chiaro e deciso i nuovi principi alle vecchie ideologie; l’altra tendenza cerca di spingere all’azione pratica le masse che rimangono in disparte, e quindi, nei limiti del possibile, mette sempre in rilievo ciò che le può unire, evitando i contrasti e i possibili punti di rottura. La prima vuole una distinzione chiara e precisa, la seconda l'unificazione delle masse; l’una dovrebbe chiamarsi rivoluzionaria, l’altra opportunista. Nell’attuale situazione dell’Europa occidentale la rivoluzione urta contro poderose resistenze, ma nello stesso tempo le masse sono fortemente impressionate dalla resistenza della Russia dei soviet contro l’attacco dell’Intesa: si può prevedere quindi che si verifichera un grande afflusso di gruppi operai finora esi: tanti verso la III Internazionale, e che l'opportunismo diventera certamente una forza potente nell'Internazionale comunista. L'opportunismo non implica necessariamente una moderazione maggiore, un contegno ed un linguaggio più pacifici in opposizione ad un atteggiamento rivoluzionario; anzi, troppo spesso la mancanza di una chiara strategia si nasconde dietro un linguaggio acceso e violento; ed è proprio una sua caratteristica quella di ritenere che tutto si risolva durante le rivoluzioni, attraverso un solo, grande evento rivoluzionario. E tipico il fatto che l'opportunismo consideri soltanto il momento presente, e mai il progressivo maturarsi degli eventi e che si fermi alla superficie dei fenomeni, invece di guardare alle profonde cause che li determinano. Quando limpegno esistente non basta a raggiungere immediatamente lo scopo, esso non cerca di rafforzarlo, ma di raggiungere lo stesso scopo attraverso altre vie, aggirando le difficolta. Ciò che l'opportunismo vuole è il successo momentaneo e a questo sacrifica la possibilita di un futuro e durevole successo. Esso afferma che spesso è effettivamente possibile conquistare il potere attraverso l'alleanza con altri gruppi «avanzati», attraverso delle concessioni fatte alle loro concezioni più arretrate, o che perlomeno è possibile spezzare l'unita del nemico, cioè la coalizione della classe capitalista, e conseguire quindi delle condizioni di lotta più favorevoli. Ma il potere conquistato in questo caso sarebbe soltanto un potere mistificato, quello di alcuni capi, mai il potere della classe proletaria; e questa contraddizione porterebbe con sé solo debolezza, corruzione e lotte. Il potere conquistato, senza che dietro di esso esista una classe lavoratrice pienamente matura per la sua autogestione, è destinato ad essere perduto di nuovo, oppure a dover fare tante concessioni a posizioni politiche arretrate da corrompersi al suo interno. Una spaccatura nella classe nemica — la tanto vantata formula del riformismo — non impedisce tuttavia l’unità e la coesione borghese, mentre è il proletariato che cosi resta ingannato, confuso, indebolito. Indubbiamente può succedere che l'avanguardia comunista del proletariato possa impadronirsi del potere, prima che siano soddisfatte le condizioni necessarie; ma solo ciò che significa chiarezza, coscienza, coesione, autonomia delle masse ha un valore duraturo, come base per l'ulteriore evoluzione verso il comunismo.
La storia della II Internazionale è piena di esempi di questa politica opportunista; e se ne incominciano gia a vedere i segni nella III. Fin da allora I'opportunismo consisteva nel tentativo di giungere a dei fini socialisti con l'aiuto di gruppi non socialisti, oppure con quello delle altre classi. Questo condusse al deterioramento di tutta la tattica della II Internazionale ed infine al suo crollo. Ora, nella Terza Internazionale, la situazione è profondamente diversa; infatti la fase del tranquillo sviluppo capitalistico — in cui la socialdemocrazia, intesa nel suo senso migliore, non poteva far altro che preparare ad una futura rivoluzione attraverso la propaganda ideologica — è passata. Il capitalismo sta crollando, il mondo non pud aspettare che la nostra propaganda abbia dato alla maggioranza delle persone una chiara coscienza comunista; le masse devono intervenire subito, e con la maggiore rapidità possibile, per salvare se stesse e il mondo dalla rovina. Ma che cosa può fare un piccolo partito, per quanto fedele possa essere ai più sacrosanti principi, quando invece sarebbero necessarie le masse? E l'opportunismo, che vuole unificare rapidamente le masse, non è forse ora un imperativo?
Ma se la rivoluzione non si può fare con un piccolo partito rivoluzionario, non la si può fare nemmeno con un grande partito di massa oppure con una coalizione di partiti diversi. Essa scaturisce spontaneamente dalle masse; le azioni decise da un partito possono talvolta dare I'impulso (e tuttavia ciò accade solo raramente), ma le forze decisive stanno altrove, nei fattori psichici, nella progressiva presa di coscienza delle masse e nei grandi avvenimenti della politica mondiale. I1 compito di un partito rivoluzionario è quello di diffondere in precedenza una chiara consapevolezza, di modo che nella massa ci siano dappertutto dei gruppi che in tali momenti sappiano giudicare da sé la situazione e che cosa si deve fare. E durante la rivoluzione il partito deve fissare quei programmi, quelle soluzioni, quelle direttive che vengano riconosciuti giusti dalle masse (che si muovono spontaneamente) perché vi ritrovano in forma perfetta i propri scopi, ed attraverso essi raggiungono una maggiore chiarezza; in questo modo il partito diventa veramente la guida nella lotta. Finché le masse restano inattive, può sembrare che questo lavoro non abbia effetto: ma la chiarezza delle idee agisce nel frattempo su molti, che prima si tenevano in disparte, e durante la rivoluzione questa chiarezza dimostra tutta la sua forza attiva, offrendo loro una direttiva sicura. Se invece si è cercato di mettere insieme un grande partito, annacquando i principi fondamentali, facendo coalizioni e compromessi, quando sopraggiunge la rivoluzione, è possibile che degli elementi dubbi acquistino influenza senza che le masse possano scorgere la loro insufficienza. L’adattarsi alle concezioni tradizionali rappresenta un tentativo per aumentare il proprio potere senza che prima sia stata verificata la premessa fondamentale, e cioè un mutamento ideologico profondo. Questo mutamento ha quindi la funzione di impedire lo sviluppo della coscienza rivoluzionaria. Esso è inoltre un'illusione, perché le masse, quando cominciano a fare la rivoluzione, possono capire solo le idee più radicali; quelle più moderate sono accettate solo finché la rivoluzione non è ancora scoppiata. Ma la rivoluzione è nello stesso tempo un periodo di profondo cambiamento di tutte le idee delle masse; essa crea le condizioni di questo cambiamento e ne è condizionata a sua volta. La direzione della rivoluzione spetta al partito comunista, perché solo esso ha la forza che viene dalla chiarezza di idee necessaria per una trasformazione rivoluzionaria.
In opposizione all’affermazione ferma e risoluta dei nuovi principi (sistema dei soviet e dittatura), che separano nettamente il comunismo dalla socialdemocrazia, l'opportunismo della III Internazionale si riallaccia, per quanto è possibile, alle forme ed ai metodi di lotta derivati dalla II Internazionale. Quando la rivoluzione russa sostituì il sistema dei soviet al parlamentarismo e sviluppò il movimento sindacale nelle fabbriche, il primo impulso in Europa occidentale fu quello di seguire questo esempio. Il partito comunista tedesco boicottò le elezioni per l’Assemblea Nazionale e sostenne l’uscita immediata o graduale dai sindacati. Ma quando nel 1919 la rivoluzione cominciò ad arrestarsi, la direzione del partito comunista tedesco adottò un’altra tattica, che aveva come conseguenza pratica il riconoscimento del parlamentarismo e sosteneva le antiche leghe sindacali contro quelle che erano state appena costituite, cioè le cosiddette Unioni. L’argomento più importante a sostegno di questa tattica è il fatto che il partito comunista non può perdere il contatto con le masse che non hanno ancora superato, a nessun livello, una concezione di vita, per essenza legata alla struttura parlamentare della società e non può ignorare che esse possono essere raggiunte attraverso la lotta elettorale ed i discorsi parlamentari. Il loro ingresso massiccio nei sindacati ha portato il numero degli iscritti a 7 milioni. La stessa concezione fondamentale si manifesta in Inghilterra nel comportamento del BSP (British Socialist Party): esso non vuole staccarsi dal Labour Party, benché questo appartenga alla II Internazionale, per non perdere il contatto con le masse laburiste. Tutti questi discorsi sono stati raccolti e formulati nella maniera più netta del nostro amico Karl Radek, il cui scritto Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e i compiti del Partito comunista, dev'essere considerato come il manifesto programmatico dell’opportunismo comunista (3). In esso si afferma che la rivoluzione proletaria nell’Europa occidentale sara un processo di lunga durata, durante il quale il comunismo dovra utilizzare tutti i mezzi di propaganda, mentre il parlamentarismo ed il movimento sindacale dovranno restare le armi principali del proletariato, aggiungendovi come nuovo scopo di lotta la graduale realizzazione del controllo operaio sulle fabbriche.
L'esame delle cause, delle condizioni e delle difficolta della rivoluzione proletaria nell’Europa occidentale devono dimostrare se tutto ciò è esatto.
III
Si è più volte affermato che in Europa occidentale la rivoluzione deve essere piu graduale, dal momento che la borghesia è qui molto piu forte che in Russia. Analizziamo in che cosa consiste questa forza. Forse nel maggior numero di persone che appartengono alla borghesia? Ma anche le masse proletarie sono, in proporzione, molto più numerose. Forse nel potere che ha la borghesia su tutta la vita economica? Indubbiamente questo era un fattore di potere assai rilevante; ma questo potere le sta sfuggendo di mano, e nell’Europa centrale l’economia è in pieno fallimento. Consiste infine nel fatto che la borghesia ha a sua disposizione lo stato con tutti i suoi mezzi di coercizione violenta? Certamente la borghesia ha sempre represso le masse usando questa violenza, ed è per questo che la conquista del potere statale è sempre stato il primo obiettivo del proletariato. Eppure nel novembre del 1918 il potere statale in Germania ed in Austria cadde senza resistenza dalle mani della borghesia; gli strumenti di repressione erano completamente paralizzati, le masse erano diventate padrone della situazione. Tuttavia la borghesia ebbe la capacità di ricostruire questo potere statale e di riassoggettare i lavoratori al loro giogo di sempre. Questo dimostra che per la borghesia esisteva ancora un’altra segreta riserva di potere, rimasta intatta e che, quando tutto sembrava ormai perduto, le permise di restaurare il proprio dominio. Questo potere nascosto è l'influenza ideologica della borghesia sul proletariato. Dal momento che le masse erano ancora completamente dominate dalla ideologia borghese, dopo la catastrofe, furono esse che, con le proprie mani, restaurarono il dominio della borghesia (4).
L'esperienza tedesca ci mette esattamente di fronte al grande problema della rivoluzione nell’Europa occidentale. In questi paesi l’antico sistema borghese di pro- duzione, e la cultura borghese assai sviluppata che ne è derivata, hanno dato per molti secoli, totalmente, la loro impronta al pensiero ed al sentimento delle masse popolari. Per questo il carattere spirituale, interiore delle masse popolari è qui del tutto diverso da quello esistente nei paesi orientali, i quali non conobbero un tale dominio della cultura borghese. E da questo fatto soprattutto che deriva la differenza fra il corso della rivoluzione in Oriente e in Occidente. In Inghilterra, Francia, Olanda, Italia, Germania, Scandinavia esisteva fin dal medioevo una potente borghesia, con una produzione piccolo-borghese ed un capitalismo primitivo; e quando il feudalesimo fu abbattuto, nelle campagne si sviluppo una classe contadina indipendente altrettanto forte, che era anch’essa padrona nelle sue piccole fattorie. La vita spirituale della borghesia crebbe su questa base, fino a diventare una solida cultura nazionale, soprattutto negli stati costieri, come I'Inghilterra e la Francia, che per primi iniziarono I'evoluzione capitalista. Nell’ '800 il capitalismo, sottoponendo al suo potere lintera economia e attraendo nella sua orbita economica mondiale anche i più remoti centri rurali, ha intensificato questa cultura nazionale, I'ha raffinata e con tutti i suoi mezzi di propaganda — scuola, stampa, chiesa — l’ha impressa nella mente di tutti, sia di coloro che esso proletarizzo e spinse nelle città, sia di quelli che lasciò nelle campagne. Questo discorso vale non soltanto per i paesi d'origine del capitalismo, ma anche, sebbene in misura un po’ diversa, per l’America e l'Australia, dove gli europei fondarono dei nuovi stati, ed anche per i paesi fin allora intorpiditi dell’Europa centrale, Germania, Austria, Italia, dove il nuovo sviluppo capitalistico poté innestarsi su una vecchia, stagnante economia contadina e su una cultura piccolo-borghese. Ben diverso materiale e diverse tradizioni trovo il capitalismo quando invase le regioni orientali dell’Europa. Qui, in Russia, in Polonia, in Ungheria, e anche nella zona ad oriente dell’Elba non esisteva una potente classe borghese che fin dall'inizio avesse dominato la vita spirituale; i primitivi rapporti agricoli, cioè la grande proprieta, il feudalesimo patriarcale e il comunismo di villaggio avevano impresso il loro carattere a tutta la vita spirituale. Perciò qui esistevano masse più primitive, più semplici ed aperte, più impressionalibili, come un foglio bianco, di fronte al comunismo. Certi socialdemocratici occidentali esprimevano spesso, con un tono di disprezzo, la loro meraviglia per il fatto che i russi «ignoranti» potessero essere i campioni del nuovo mondo del lavoro. Rispondendo ad essi, un delegato inglese alla Conferenza comunista di Amsterdam (5) caratterizzò così, molto giustamente, la differenza: i russi possono essere stati ignoranti, ma i lavoratori inglesi sono cosi imbevuti di pregiudizi da rendere assai più difficile la propaganda comunista fra di loro. Questi pregiudizi sono soltanto l'aspetto più immediato del modo di pensare borghse, che pervade le masse proletarie d'Inghilterra, di tutta l'Europa occidentale e degli Stati Uniti.
Questa mentalità, che si oppone ad una concezione proletaria e comunista del mondo, è cosi complessà e multilaterale, che difficilmente può essere riassunta in poche frasi. La sua prima caratteristica è l'individualismo, che deriva dalle forme di lavoro contadino e piccolo-borghese; solo lentamente esso può scomparire per dar luogo al nuovo sentimento proletario collettivista ed alla disciplina necessaria che ognuno si impone volontariamente; nei paesi anglosassoni questa caratteristica è particolarmente sviluppata sia nella borghesia sia nel proletariato. Tutta l'attenzione è circoscritta al proprio posto di lavoro e non si estende all'intera societa; prigionieri del principio della divisione del lavoro, tutti considerano la «politica», cioè la direzione dell'intera societa, non come un problema che riguarda tutti, ma come il monopolio della classe dirigente, come lo specifico mestiere di alcuni esperti, cioè dei «politici». La concezione borghese del mondo, durante tutti questi secoli di attivita materiale e spirituale, attraverso la letteratura si è innestata profondamente nelle masse proletarie ed ha creato un sentimento di comunita nazionale — al livello sia di indifferenza verso gli altri paesi sia di un superficiale internazionalismo — che si puo anche estrinsecare in una mistificante solidarieta nazionale fra le classi e rendere più difficile la formazione di un effettivo internazionalismo.
La cultura borghese nell'ambito del proletariato è soprattutto una tradizione spirituale. Imprigionate da questa, le masse pensano ideologicamente anziché realisticamente; il pensiero borghese è sempre stato un pensiero ideologico. Ma questa tradizione, questa ideologia non è unitaria; i riflessi spirituali di tutte le innumerevoli lotte di classe dei secoli passati possono essere ritrovati nei sistemi di pensiero politico e religioso che hanno sempre separato il mondo borghese — e quindi anche il proletariato che da esso è derivato — in gruppi, chiese, sette, partiti, divisi fra loro dalle diverse impostazioni ideologiche. Ed è per questo che il passato borghese continua ad esistere anche nel proletariato, pesa in tutte le sue forme organizzative e impedisce I'unita di classe, che è una esigenza del nuovo ordine; in queste organizzazioni i lavoratori formano la retroguardia, che segue una avanguardia borghese. La classe degli intellettuali fornisce i capi immediati di queste lotte ideologiche. Essi — preti, maestri, letterati, giornalisti, artisti, politici — formano una classe numerosa il cui compito è quello di alimentare, formare e diffondere la cultura borghese; sono essi che la trasmettono alle masse, essi che fanno da tramite fra il dominio del capitale e gli interessi delle masse stesse. Infatti, per quanto le masse possano ribellarsi contro il capitale e contro le sue istituzioni, lo possono fare solo sotto la guida di intellettuali; gli stretti rapporti e la disciplina che si vengono formando in queste lotte comuni, diventano in seguito, quando questi capi passano apertamente dalla parte del capitalismo, il più saldo fondamento di tutto il sistema. Così fu per l'ideologia cristiana di strati piccolo-borghesi in crisi, che era una forza viva per la lotta di questi contro il moderno stato capitalista, ma che divenne di fondamentale importanza per un sistema di governo reazionario e conservatore; questa è stata ad esempio in Germania la funzione del cattolicesimo per il Kulturkampf (6). Qualcosa di simile vale anche per la socialdemocrazia, benché questa, a livello teorico, abbia fornito un contributo di grande valore per distruggere e per estirpare la vecchia ideologia dal seno della classe operaia nella fase del suo sviluppo. Ma essa ha lasciato sussistere la dipendenza spirituale delle masse proletarie dai dirigenti politici e d’altro tipo, ai quali, come a degli specialisti, le masse hanno delegato la direzione dei loro fondamentali interessi di classe, invece di difenderli da se stesse. Lo stretto contatto e la disciplina che si erano venute formando, durante mezzo secolo di lotta di classe, spesso assai dura, non hanno sotterrato il capitalismo, perché esprimevano il potere dell'organizzazione e del ceto dirigente; ed infatti le masse furono rese strumento impotente della borghesia, dell'imperialismo e della reazione proprio da questo potere nell'agosto del 1914 e nel novembre del 1918. La potenza spirituale del passato borghese sul proletariato in molti paesi d’Europa (ad esempio in Germania e in Olanda) ha avuto l'effetto di dividere il proletariato in gruppi ideologicamente separati, impedendone l'unità di classe. La socialdemocrazia originariamente aveva volulo realizzare questa unità di classe; in ciò non aveva avuto successo, anche a causa della sua tattica opportunista, che metteva al posto della lotta di classe una azione puramente politica. Essa non ha fatto che aggiungere nuovi gruppi a quelli già esistenti.
Il predominio dell’ideologia borghese sulle masse non può impedire un superamgnto temporaneo di questa tradizione nei momenti di crisi, che spingono i lavoratori alla disperazione ed alla lotta, come è successo in Germania nel 1918. Ma in seguito questa ideologia viene di nuovo fuori, e fa si che la vittoria del momento vada perduta. L'esempio della rivoluzione tedesca rivela quali sono quelle forze che secondo noi, tutte insieme, indicano il predominio delle concezioni borghesi: la venerazione per delle formule astratte, come quella di «democrazia», il potere di vecchie abitudini mentali e di vecchi programmi, come la realizzazione del socialismo per opera di dirigenti parlamentari e di un governo socialista; la mancanza di fiducia del proletariato in se stesso, riconoscibile dalla influenza che ha avuto la sporca corrente di false notizie sulla rivoluzione russa; ma soprattutto la fede nel partito, nella sua organizzazione, nei suoi dirigenti, che per molti decenni avevano personificato la lotta del proletariato, i suoi scopi rivoluzionari, il suo idealismo. Tutte le tendenze rivoluzionarie che si stavano accendendo di nuovo nelle masse furono soffocate dalla poderosa forza spirituale, morale e materiale delle organizzazioni, di queste macchine gigantesche, costruite dalle stesse masse durante anni di assiduo lavoro, e che rappresentavano forme di lotta caratteristiche del periodo in cui il movimento operaio era stato parte dello sviluppo del capitalismo.
Questo esempio non sarà l’unico. La contraddizione fra l'immaturità spirituale del proletariato, la potenza della tradizione borghese su di esso ed il rapido sfacelo economico del capitalismo — che non è una contraddizione casuale, perché, fino a che il capitalismo sarà nel suo pieno sviluppo, il proletariato non potrà acquistare la maturità necessaria per la sua autogestione e per la sua libertà — può venir risolta soltanto dallo sviluppo rivoluzionario, in cui sollevazioni spontanee, conquista del potere e sconfitte si alterneranno. Questa contraddizione rende molto improbabile uno sviluppo della voluzione in cui il proletariato per lungo tempo atta chi la roccaforte del capitalismo, con i vecchi e i nuovi mezzi di lotta, sempre invano, finché non l'abbia definitivamente conquistata. E se questo è vero, cade anche la strategia del lungo e artificioso assedio, esposta nella teoria di Radek. Il problema strategico fondamentale non consiste nel cercare in che modo il potere possa essere conquistato al più presto, perché in questo caso il potere potrebbe essere soltanto apparente — ed accadrà presto ai comunisti di conquistare il potere — bensì nel sapere come si debbano costituire nel proletariato le premesse di un potere di classe definitivo. Nessuna «minoranza risoluta» può risolvere i problemi che possono essere affrontati soltanto dall’azione consapevole dell'intera classe operaia e quando essa apparentemente lascia che si compia una tale presa del potere, questo non significa che sia in realta una massa passiva, ma è in grado, nella misura in cui non è stata conquistata al comunismo, di rivoltarsi contro la rivoluzione in qualsiasi momento come attiva seguace della reazione. E una «coalizione con la forca a portata di mano» non farebbe altro che mascherare una dittatura di partito di questo tipo, insostenibile (7). E necessario quindi spingere le masse alla più grande attività, stimolarne l’iniziativa, rafforzare la loro fiducia in se stesse, affinché si rendano conto di quali sono i loro compiti, perché solo cosi questi compiti potranno essere veramente assolti. Per questo è indispensabile spezzare il predominio delle forme tradizionali di organizzazione e dei vecchi dirigenti — e quindi in nessun caso dev'essere formata con essi una coalizione di governo, la quale non può non indebolire il proletariato —, costituire nuove forme organizzative e rafforzare il potere materiale delle masse; solo così sara possibile dare una nuova organizzazione alla produzione e nello stesso tempo difendere la rivoluzione contro gli attacchi esterni del capitalismo, che è poi la prima condizione per impedire la controrivoluzione.
La potenza che la borghesia ancora oggi possiede si basa sulla dipendenza spirituale e sulla mancanza di autonomia del proletariato. Lo sviluppo della rivoluzione corrisponde al processo di autoliberazione del proletariato da questa dipendenza, dalla tradizione del passato e ciò è possibile solo attraverso la diretta esperienza, nella lotta. Nei paesi in cui il capitalismo è gia da tempo sviluppato, la lotta del proletariato contro di esso dura ormai da alcune generazioni e, in ogni periodo ha dovuto creare metodi, forme e strumenti di lotta, volta per volta adatti a quel certo grado di evoluzione del capitalismo; ma questi metodi, queste forme e questi strumenti presto non sono stati più considerati nella loro realta, e cioè limitati nel tempo, ma sono stati sopravvalutati, considerati forme eterne, assolutamente buone, ideologicamente divinizzate, e si sono traformati in seguito, per lo sviluppo rivoluzionario, in ostacoli che occorreva spezzare. Mentre la classe, nel suo complesso, è trascinata in un cambiamento, in uno sviluppo sempre più rapido, i dirigenti, come singole personalità, si fermano ad un determinato stadio, come rappresentanti di una certa fase, e la loro potente influenza può ostacolare tutto il movimento; forme particolari di azione assumono il carattere di un dogma, certi tipi di organizzazione diventano fini a se stessi, e tutto ciò rende più difficile un nuovo orientamento e la possibilita di promuovere nuove condizioni di lotta. Tutto questo vale anche oggi; ogni fase dello sviluppo della lotta di classe deve superare quegli aspetti del passato che si sono cristallizzati per poter capire chiaramente quali sono i nuovi compiti e assolverli; ma si deve aggiungere che oggi lo sviluppo avviene a ritmo molto accelerato. La rivoluzione si sviluppa così anche come lotta interna. È dal proletariato stesso che nascono le resistenze che esso deve superare. Superandole, il proletariato supera i suoi stessi limiti, e diventa maturo per il comunismo.
IV
All'epoca della II Internazionale il parlamentari- smo e il movimento sindacale furono le due principali forme di lotta.
La prima Associazione Internazionale dei Lavoratori pose nei suoi Congressi le basi di questa tattica. Essa defini il carattere della lotta di classe del proletariato come una lotta incessante contro il capitalismo allo scopo di ottenere migliori condizioni di vita per il proletariato sino alla conquista del potere politico; questo in accordo con la concezione marxista della società ed in netta contrapposizione con le primitive concezioni di origine precapitalistica e piccolo-borghese. Finita l'epoca delle rivoluzioni borghesi e delle insurrezioni armate, questa lotta politica poteva svolgersi soltanto all'interno di stati nazionali di antica o nuova formazione, e la lotta sindacale in un ambito ancora più ristretto. E per questo che la I Internazionale non poteva non fallire; la lotta per la nuova tattica, la minava alla base, mentre la tradizione delle vecchie concezioni e dei vecchi metodi di lotta restava viva nell’anarchismo. La I Internazionale lasciò in eredità la nuova tattica a coloro che dovevano realizzarla, cioè ai partiti socialdemocratici, sorti dappertutto, ed ai sindacati. Quando da questi si sviluppò la II Internazionale, sotto forma di una confederazione non ben omogenea, essa dovette ancora fare i conti con le tradizioni del periodo precedente, che erano rappresentate dall’anarchismo. Ma l'eredità della I Internazionale offriva già un terreno tattico autonomo.
Tutti i comunisti sanno oggi per quali motivi allora questi metodi di lotta siano stati necessari ed utili. La classe operaia man mano che si sviluppa insieme al ca- pitalismo, non può nello stesso tempo concepire l'idea di costituire degli organi attraverso i quali sia possibile dominare e organizzare la societa. Essa deve prima raccogliersi spiritualmente in se stessa, imparare a capire il capitalismo e il carattere del suo potere di classe. La sua avanguardia, il partito socialdemocratico, deve smascherare l'essenza di questo regime con la sua propaganda e, cercando le rivendicazioni di classe più idonee, deve indicare alle masse quali sono i loro scopi. Era quindi necessario che i loro rappresentanti penetrassero nei parlamenti, in questi centri del potere borghese, vi facessero sentire la loro voce e partecipassero alle lotte politiche dei partiti.
Ma le cose cambiano, non appena la lotta del proletariato comincia ad entrare in una fase rivoluzionaria. Non vogliamo discutere qui i motivi per cui il parlamentarismo, come sistema di governo, non può servire all'autogestione delle masse e deve cedere di fronte al sistema dei consigli, ma in che misura il parlamento è utile, come mezzo di lotta, per il proletariato (8). Il parlamentarismo è per essenza il tipico mezzo di una lotta che viene condotta da capi, mentre le masse hanno un ruolo subordinato. La conseguenza è che sono i deputati, come singole persone, che conducono le lotte; e ciò fa sorgere nelle masse l'illusione che altri possano combattere al loro posto.
Un tempo c'era la convinzione che i dirigenti potessero ottenere nel parlamento delle riforme importanti per i lavoratori; e addirittura l'illusione che i parlamentari potessero attuare una trasformazione verso il socialismo attraverso le leggi. Oggi si sente affermare, più «modestamente», che i parlamentari possono rendere dei grandi servizi alla propaganda comunista in parlamento (9). Ma anche in questo senso il compito principale spetta sempre ai dirigenti; ed è sottinteso che la politica viene determinata così da «esperti», sia pure sotto la veste democratica delle discussioni e deliberazioni congressuali; tutta la storia della socialdemocrazia consiste in una serie d'inutili sforzi rivolti a lasciar determinare a ciascun membro la propria politica. Quindi oggi il proletariato lotta sul terreno parlamentare; e tutto ciò è inevitabile finché le masse non avranno creato alcun organo per condurre autonomamente la loro azione, finché cioè la rivoluzione dovra ancora iniziare. Quando le masse cominceranno a muoversi e ad agire, e diventeranno quindi capaci di decidere da sole, gli svantaggi del parlamentarismo si faranno piu forti.
Come abbiamo già affermato, il problema tattico consiste nello stabilire il modo in cui la tradizionale ideologia borghese, che paralizza le loro forze, possa essere estirpata dalle masse; tutto ciò che contribuisce a dare nuova forza alle concezioni tradizionali è un danno. L’elemento piu saldo e più tenace di questa ideologia è la mancanza di indipendenza delle masse nei confronti dei loro dirigenti ai quali viene lasciata la decisione sui problemi generali e la direzione dei loro interessi di classe. Il parlamentarismo tende inevitabilmente a frenare l'attivita di massa necessaria alla rivoluzione. Nel parlamento si possono tenere dei bei discorsi, ma l'azione rivoluzionaria non nasce da queste parole, bensì dalla dura necessità, quando non resta più nessun’altra scelta.
Per realizzare la rivoluzione non è sufficiente una azione di lotta delle masse che riesca ad abbattere un sistema di governo e, come sappiamo, non sia determinata dai dirigenti, ma scaturisca soltanto dalla profonda spinta delle masse. La rivoluzione esige che vengano affrontati i grandi problemi della ricostruzione sociale, che siano prese decisioni importanti, che tutto il proletariato venga lanciato in un movimento creativo. Ciò è possibile solo se prima l'avanguardia, seguita poi da una massa sempre crescente, prende nelle proprie mani tutti questi problemi, sapendo di averne la responsabilità, e compie dei tentativi, fa della propaganda, lotta, si sforza, riflette, osa, valuta le possibilita ed esegue. Ma tutto ciò è difficile e faticoso, e quindi finché la classe operaia avrà l'impressione di scorgere una via più facile (lasciando che altri, conducendo l’agitazione da un’alta tribuna, prendendo le decisioni, dando le parole d’'ordine per l'azione e facendo le leggi agiscano in sua vece), essa esitera, e restera passiva, sotto l'influenza di vecchie abitudini mentali e di vecchie debolezze.
Mentre da un lato l'importanza data al parlamentarismo rafforza l'influenza dei capi sulle masse, ed agisce quindi in un senso controrivoluzionario, essa tende anche, d’altra parte, a corrompere i capi stessi. Se l’abilita personale deve compensare la mancanza di combattivita delle masse, una politica fatta di piccoli intrighi acquista sempre più peso; il partito, anche se è spinto da concezioni diverse, deve di fatto acquisire una base legale, e cioè una posizione di forza nel parlamento; ma cosi la relazione fra mezzo e fine si capovolge, ed il parlamento non serve più come mezzo per raggiungere il comunismo, ma è il comunismo che, divenuto una formula adescatrice, viene messo al servizio della politica parlamentare. In questo modo il partito comunista acquista un carattere diverso; invece di essere un’avanguardia, che raccoglie dietro di sé tutta la classe operaia per l'azione rivoluzionaria, diventa un partito parlamentare, che ha la stessa posizione legale degli altri partiti, che si destreggia nel loro stesso modo. Esso è cioè una nuova edizione della vecchia socialdemocrazia, con nuovi slogan più radicali. Mentre a livello oggettivo non ci dovrebbe essere nessuna differenza essenziale fra la classe operaia rivoluzionaria ed il partito comunista, e nessun antagonismo fra loro è immaginabile, dal momento che il partito dovrebbe personificare e sintetizzare il grado più alto di coscienza di classe del proletariato e la sua unità crescente, il parlamentarismo invece spezza questa unità e crea la possibilita dell’antagonismo fra classe e partito. Invece di comprendere tutta la classe operaia, il comunismo diventa un nuovo partito, con i propri dirigenti, che si aggiunge ai partiti gia esistenti, perpetuando cosi la divisione politica del proletariato; e ci saranno dei casi in cui il partito cerchera di conquistare un certo potere nell'ambito parlamentare, mediante concessioni, compromessi ed altri mezzi, danneggiando cosi la forza e l'unità della classe. Senza dubbio tutte queste tendenze saranno bloccate in seguito dallo sviluppo rivoluzionario dell’economia; ma anche soltanto i primi accenni non possono non danneggiare il movimento rivoluzionario, frenando lo sviluppo ideologico verso una chiara coscienza di classe; e se l'economia prende temporaneamente una direzione controrivoluzionaria, questo tipo di politica aprira la strada alla deviazione della rivoluzione nella palude della reazione.
Ciò che vi è di grande e di veramente comunista nella rivoluzione russa è innanzi tutto il fatto che essa ha risvegliato l'attivita specifica delle masse ed ha sviluppato in esse una energia psichica e fisica tale da renderle capaci di fondare e di sostenere la nuova societa. Le masse sono arrivate alla coscienza della propria forza e della propria potenza non ad un tratto, ma per gradi; il rifiuto del parlamentarismo è un momento essenziale nella strada che conduce all'autonomia e all’autoliberazione. Quando il nuovo partito comunista della Germania nel dicembre del 1918 decise di boicottare l’Assemblea Nazionale, lo fece non perché si illudesse su una facile e rapida vittoria, ma per il bisogno di liberarsi dalla dipendenza spirituale nei confronti dei rappresentanti parlamentari (una reazione necessaria — questa — contro la tradizione socialdemocratica). Esso riteneva ormai aperta davanti a sé la via verso una propria azione autonoma, con la creazione del sistema dei consigli. Ma la parte che rimase nel partito comunista dopo il fallimento della rivoluzione ha nuovamente adottato il parlamentarismo — con quali effetti, si vedra in seguito, ed in parte si è già visto. Anche negli altri paesi le opinioni sono discordi, e molti gruppi rifiutano di usare il parlamentarismo, anche prima dello scoppio rivoluzionario. Si può quindi prevedere che nel prossimo futuro si sviluppera una seria discussione sul parlamentarismo come metodo di lotta, e questo sarà uno dei punti tattici più controversi nell'ambito della Terza Internazionale.
D'altra parte tutti sono d’accordo sul fatto che questo sara solo un punto subordinato nella nostra più ampia tattica. La II Internazionale non ha potuto svilupparsi finché non ebbe enucleato e chiarito il punto centrale della nuova tattica, e cioè che il proletariato può vincere l'imperialismo solo attraverso l'azione delle masse. Ma essa non poteva ormai più usare questa possibilita; crollo quando la guerra mondiale pose la lotta di classe rivoluzionaria su base internazionale. I risultati della II Internazionale costituiscono naturalmente la base per la III Internazionale; l'azione di massa del proletariato, portata fino allo sciopero generale ed alla guerra civile, forma il comune terreno tattico dei comunisti. Nell'azione parlamentare il proletariato è diviso a seconda dei vari partiti nazionali e non è possibile un'effettiva azione internazionale, mentre le distinzioni nazionali devono cadere di fronte all'azione delle masse contro il capitale internazionale e ogni movimento, a qualunque paese si estenda o si restringa, deve essere parte di un’unica lotta mondiale.
V
Il parlamentarismo sta alla base del potere ideologico che i rappresentanti degli operai hanno sulla massa dei lavoratori, e contemporaneamente il movimento sindacale ne stabilisce il potere materiale. I sindacati, nell’ambito del capitalismo, costituiscono le organizzazioni naturali per l'unificazione del proletariato e Marx aveva già sottolineato che questo era il loro significato. Nel capitalismo sviluppato, ed anche più nel periodo dell'imperialismo, i sindacati sono diventati in misura sempre maggiore delle gigantesce associazioni; essi mostrano la stessa tendenza di sviluppo che in tempi precedenti avevano avuto gli organi dello stato borghese. Al loro interno è cresciuta una classe di impiegati, cioè una burocrazia, che ha a sua disposizione il potere dell'organizzazione: i mezzi finanziari, la stampa, la facoltà di assumere altri dipendenti; essa puo esercitare spesso un potere ancora maggiore, e se prima era a servizio di tutta l'associazione sindacale, ora in realta la domina e si identifica con essa.
I sindacati sono simili allo stato ed alla sua burocrazia anche per il fatto che, nonostante l'apparente democrazia, gli iscritti non sono in grado di far valere la loro volonta contro la burocrazia; ogni opposizione, prima di arrivare a scuotere le alte sfere, si spezza contro l'artificioso apparato dei regolamenti e degli statuti. Soltanto qualche volta, dopo anni, con una tenacia ostinata, l'opposizione può raggiungere un modesto successo che si riduce per lo più ad un cambiamento di persone. Ed è per questo che negli ultimi anni, sia prima sia dopo la guerra, in Inghilterra, in Germania e negli Stati Uniti si sono spesso verificate delle ribellioni dei membri dei sindacati, che hanno scioperato di propria iniziativa, contro la volontà dei capi o contro le decisioni degli stessi sindacati.
Che tutto ciò sia potuto avvenire e che sia stato considerato come una cosa naturale, dimostra che l’organizzazione non è linsieme dei suoi membri, ma qualche cosa di estraneo ad essi; e dimostra che non sono i lavoratori a dirigere la loro associazione, ma che essa sta al di sopra di loro come un potere estraneo, contro cui essi possono ribellarsi, sebbene siano stati loro stessi a costituirlo. Anche in questo il sindacato è simile allo stato. Quando la ribellione è stata sedata, il potere si ristabilisce di nuovo e, nonostante l’odio ed il rancore delle masse, riesce a mantenersi, appoggiandosi sulla loro generale apatia, sulla loro mancanza di una chiara conoscenza dei fatti e di una volonta di lotta unitaria e continuativa. Il potere del sindacato viene sopportato, perché il sindacato rappresenta l'unico mezzo che i lavoratori hanno per ottenere un appoggio nei conflitti contro il capitale.
Il movimento sindacale, lottando contro il capitale, e contro la sua tendenza a dominare ed a pauperizzare i lavoratori, o cercando perlomeno di contenerla, ha dato alla classe operaia la possibilita di vivere; in questa maniera ha esercitato la sua funzione nell’ambito del capitalismo e quindi esso è oggi un organo della societa capitalistica. Solo con l'avvento della rivoluzione, quando il sindacato da organo della societa capitalistica, dovrà trasformarsi nel distruttore di questa societa, entrera in conflitto col proletariato.
Esso è oggi legalitario, sostenitore aperto dello stato e da questo riconosciuto, e la sua prospettiva è la «ricostruzione dell'economia prima della rivoluzione», cioè il mantenimento del capitalismo. Per questo oggi in Germania molti milioni di proletari, che finora non avevano osato farlo per le intimidazioni che subivano, alfluiscono nei sindacati con un misto di timorosa venerazione e un desiderio di lotta che comincia appena a manifestarsi. Adesso l'affinità tra le associazioni sindacali, che comprendono quasi tutta la classe operaia, e lo stato sta diventando sempre più stretta. I funzionari sindacali assomigliano ai burocrati statali, non solo in quanto attraverso la loro influenza reprimono la classe lavoratrice a vantaggio della borghesia, ma anche perché la loro «politica» tende sempre più a ingannare le masse con dei mezzi demagogici e a guadagnare la loro fiducia per poter concludere meglio i loro accordi con i capitalisti. Anche la loro tattica cambia, a seconda delle circostanze: sporca e violenta in Germania, dove i dirigenti delle organizzazioni sindacali impongono con la forza e con l'inganno ai lavoratori il lavoro a cottimo ed il prolungamento dell'orario di lavoro; raffinata e sottile in Inghilterra, dove questa burocrazia sindacale — proprio come il governo — finge di essere trascinata, contro voglia, dai lavoratori, mentre nella realta sabota le loro rivendicazioni.
Perciò anche per le organizzazioni sindacali deve valere ciò che Marx e Lenin hanno affermato nei riguardi dello stato: che cioò, nonostante la democrazia formale, è la loro stessa organizzazione che impedisce di farne uno strumento per la rivoluzione proletaria. Il carattere controrivoluzionario dei sindacati non può venir distrutto o indebolito da un semplice mutamento di persone, dalla sostituzione di vecchi dirigenti reazionari con alcuni dirigenti radicali o «rivoluzionari». È proprio la forma dell’organizzazione ciò che rende le masse press'a poco impotenti ed impedisce loro di fare dei sindacati gli strumenti della loro volontà. La rivoluzione potrà vincere solo distruggendo questa organizzazione, trasformandola così radicalmente da farla diventare qualcosa di completamente diverso. Il sistema dei consigli, e la loro instaurazione, saranno in grado di sradicare ed el minare non soltanto la burocrazia statale, ma anche quella sindacale; il sistema dei consigli può formare non soltanto i nuovi organismi politici del proletariato, in contrapposizione a quelli parlamentari, ma anche le basi dei nuovi sindacati. Durante le lotte fra i partiti in Germania, si è spesso fatta dell'ironia sull'affermazione che una data forma organizzativa possa essere rivoluzionaria, dal momento che ciò dipenderebbe soltanto dai sentimenti rivoluzionari degli uomini, degli iscritti. Ma se il contenuto essenziale della rivoluzione consiste nel fatto che le masse prendono nelle loro mani l'organizzazione dei loro interessi, la direzione della società e della produzione, allora ogni forma di organizzazione che non permetta alle masse di gestire e di autogovernarsi, è controrivoluzionaria e dannosa. Quindi essa dev'essere sostituita da un’altra forma che sia rivoluzionaria, in quanto permette ai lavoratori di decidere in prima persona su tutto ciò che li riguarda. Con ciò non si intende dire che questa forma debba essere instaurata all’interno di una forza lavoro ancora passiva, in attesa che lo spirito rivoluzionario dei lavoratori vi si manifesti in futuro: questa nuova forma di organizzazione può essere instaurata solo nel corso della rivoluzione, attraverso un intervento rivoluzionario dei lavoratori stessi. Tuttavia, il riconoscimento del ruolo svolto dall’attuale forma di organizzazione determina l’atteggiamento che i comunisti devono assumere nei confronti dei tentativi già in atto per indebolirla o smantellarla.
Gli sforzi volti a mantenere l’apparato burocratico il più snello possibile e a ricercare l’efficacia nell’attività delle masse sono stati particolarmente evidenti nel movimento sindacalista, e ancor più nel movimento sindacale «industriale». Ecco perché tanti comunisti si sono espressi a favore di queste organizzazioni contro le confederazioni centrali. Finché il capitalismo rimane intatto, tuttavia, queste nuove formazioni non possono assumere alcun ruolo globale: l’importanza dell’IWW americano deriva da circostanze particolari, vale a dire l’esistenza di un proletariato numeroso e non qualificato, in gran parte di origine straniera, al di fuori delle vecchie confederazioni. Il movimento dei Shop Committees e quello dei Shop Stewards in Inghilterra sono molto più vicini al sistema dei soviet, in quanto sono organi di massa formati in opposizione alla burocrazia nel corso della lotta. Le «unioni» in Germania sono modellate in modo ancora più esplicito sull’idea del soviet, ma la stagnazione della rivoluzione le ha lasciate indebolite. Ogni nuova formazione di questo tipo che indebolisce le confederazioni centrali e la loro coesione interna rimuove un ostacolo alla rivoluzione e indebolisce il potenziale controrivoluzionario della burocrazia sindacale. L’idea di tenere unite tutte le forze di opposizione e rivoluzionarie all’interno delle confederazioni affinché possano alla fine conquistarne il controllo come maggioranza e rivoluzionarle è certamente allettante. Ma innanzitutto si tratta di una vana speranza, fantasiosa quanto l’idea correlata di prendere il controllo del partito socialdemocratico, poiché la burocrazia sa già come gestire un’opposizione prima che diventi troppo pericolosa. In secondo luogo, la rivoluzione non procede secondo un programma lineare, ma le esplosioni spontanee da parte di gruppi attivamente impegnati svolgono sempre un ruolo particolare al suo interno come forza che la spinge in avanti. Se i comunisti dovessero difendere le confederazioni centrali contro tali iniziative per considerazioni opportunistiche di guadagno temporaneo, rafforzerebbero le inibizioni che in seguito costituiranno il loro ostacolo più formidabile.
La costituzione di propri organi di potere e di azione, cioè dei consigli, ad opera degli stessi lavoratori implica gia il crollo e la dissoluzione dello stato. Ma il sindacato è una organizzazione molto più recente, moderna, generata spontaneamente, e quindi durera molto più a lungo, perché le sue radici stanno in una tradizione ancora vivente di rapporti direttamente sperimentati. Esso conservera ancora un posto nella ideologia del proletariato, anche se questo avra gia superato le illusioni democratico-statali. Poiché i sindacati sono derivati dal proletariato stesso, come un prodotto della sua forza creatrice, vedremo comparire delle formazioni nuove, che rappresenteranno il tentativo di adattare il sindacato stesso alle nuove situazioni. Seguendo il processo rivoluzionario, sul modello dei soviet, si creeranno nuove forme di organizzazione e di lotta in continua trasformazione e sviluppo.
VI
Si deve dire che è una concezione neo-riformista, che non corrisponde certamente alle condizioni di lotta dei paesi tradizionalmente capitalistici, quella secondo cui la rivoluzione proletaria nell’Europa occidentale è paragonabile ad un vero e proprio assedio della fortezza capitalistica, durante il quale il proletariato, unificato in un esercito bene organizzato dal partito comunista, compie dei ripetuti attacchi con metodi gia sperimentati, sino alla resa del nemico, conquistando, contemporaneamente ma per gradi il controllo su tutta l'industria. In Europa potranno verificarsi rivoluzioni e conquiste, che verranno poi inevitabilmente perdute; la borghesia potra riconquistare il potere, ma con ciò rovinera in modo ancora più grave tutta l'economia; potranno apparire forme politiche transitorie, destinate soltanto a prolungare il caos con la loro insufficienza. Il processo rivoluzionario consiste innanzi tutto nella dissoluzione delle vecchie strutture, che esistono in ogni società (in quanto consentono ancora il processo complessivo della produzione e della convivenza), e che hanno ricevuto dal passato la spinta per atteggiamenti che oggi paiono spontanei e di norme morali (sentimento del dovere, diligenza, disciplina). La distruzione di queste strutture dev'essere parallela alla dissoluzione del capitalismo, e questo avverra quando vincoli diversi, propri della nuova organizzazione comunista del lavoro, che vediamo formarsi in Russia, non saranno ancora abbastanza forti. Un periodo transitorio di caos sociale e politico è quindi inevitabile. Dove il proletariato conquista rapidamente il potere ed è capace di conservarlo saldamente nelle sue mani, come succede in Russia, questo periodo di transizione pud essere breve e concludersi rapidamente attraverso un positivo lavoro di ricostruzione. Ma nell'Europa occidentale il processo di distruzione sara molto piu lento: in Germania la classe operaia è scissa in gruppi differenti nell'ambito dei quali questo processo si è verificato a livelli diversi, impedendo così di pervenire ad una azione unitaria. I sintomi dei recenti movimenti rivoluzionari indicano che l’intera nazione, e anzi l’Europa centrale nel suo complesso, si sta disgregando, che le masse popolari si stanno frammentando in strati e regioni distinti, ciascuno dei quali agisce per conto proprio: qui le masse riescono ad armarsi e ad acquisire, in misura maggiore o minore, il potere politico; altrove paralizzano il potere della borghesia con movimenti di sciopero; in un terzo luogo si isolano come repubblica contadina, e altrove sostengono le guardie bianche, o forse gettano via i resti del feudalesimo in primitive rivolte agrarie – la distruzione deve ovviamente essere radicale prima che si possa cominciare a pensare alla vera costruzione del comunismo. Non può essere compito del Partito Comunista fare da maestro in questo sconvolgimento e compiere vani tentativi di costringerlo in una camicia di forza di forme tradizionali; il suo compito è quello di sostenere ovunque le forze del movimento proletario, di collegare tra loro le azioni spontanee, di dare loro un’idea generale di come siano collegate tra loro, e preparare così l’unificazione delle azioni disparate e porsi in tal modo alla testa del movimento nel suo insieme.
Nei paesi dell'Intesa, dove il dominio del capitalismo è ancora ben saldo, possiamo vedere la prima fase della sua dissoluzione, cioè I'inizio di questo processo distruttivo, sotto forma di una discesa inarrestabile nella produzione e nel valore della moneta, di un’ondata di scioperi, e di una manifesta ripugnanza al lavoro da parte del proletariato. La seconda fase, che si può definire il periodo della controrivoluzione, cioè del dominio politico della borghesia nell’epoca delle rivoluzioni, è caratterizzata dal suo completo sfacelo economico; è possibile analizzarla soprattutto in Germania e nell’Europa centrale. Se subito dopo il capovolgimento politico fosse subentrato un sistema comunista, allora, nonostante i trattati di Versailles e di St. Germain, nonostante esaurimento e la miseria, un‘organica ricostruzione avrebbe potuto avere inizio. Ma gli Ebert-Noske non pensavano alla ricostruzione organica più di quanto ci pensassero i Renner-Bauer (10): essi lasciarono mano libera alla borghesia e credettero che il loro compito fosse solo quello di reprimere il proletariato. La borghesia agi, cioè ogni capitalista agi, secondo la sua natura borghese: ognuno pensava solo a trarre il maggior profitto possibile, a salvare soltanto per sé ciò che si poteva ancora salvare dal disastro di tutti. Certo nella stampa e nelle dichiarazioni ufficiali si parlava della necessità di restaurare la vita economica col lavoro ordinato; ma questo veniva detto soltanto per coprire con delle belle frasi la volontà di costringere gli operai ad un lavoro estremamente intensivo, nonostante il loro esaurimento e la loro stanchezza. In realtà, ovviamente, nessun borghese si curava minimamente dell’interesse nazionale generale, ma solo del proprio guadagno personale. All’inizio il commercio divenne il principale mezzo di arricchimento personale, come era un tempo; il deprezzamento della moneta offrì l’opportunità di esportare tutto ciò che era necessario per l’espansione economica o anche solo per la mera sopravvivenza delle masse: materie prime, generi alimentari, prodotti finiti, mezzi di produzione e, in seguito, le fabbriche stesse e le proprietà. La speculazione e i traffici illeciti regnavano ovunque tra gli strati borghesi, sostenuto dalla corruzione sfrenata da parte della burocrazia. E così tutti i loro precedenti possedimenti e tutto ciò che non doveva essere ceduto come riparazioni di guerra fu spedito all’estero dai «leader della produzione». Allo stesso modo, nel campo della produzione, la ricerca privata del profitto intervenne per distruggere la vita economica con la sua totale indifferenza verso il benessere comune. Per imporre il lavoro a cottimo e orari di lavoro più lunghi ai proletari o per sbarazzarsi degli elementi ribelli tra loro, venivano organizzati scioperi bianchi e le fabbriche venivano bloccate, senza curarsi della stagnazione causata di conseguenza nel resto dell’industria. A ciò si aggiunse l'incompetenza della dirigenza burocratica nelle imprese statali, che degenerò in totale indecisione quando venne a mancare la mano forte del governo. La restrizione della produzione, il metodo più primitivo per aumentare i prezzi e che la concorrenza renderebbe impossibile in una sana economia capitalista, è tornata ad essere rispettabile. Nei resoconti di borsa il capitalismo sembra rifiorire, ma gli alti dividendi stanno consumando gli ultimi beni rimasti e vengono a loro volta sperperati in lussi. Ciò a cui abbiamo assistito in Germania nell’ultimo anno non è qualcosa di straordinario, ma il funzionamento del carattere di classe generale della borghesia. Il loro unico obiettivo è, ed è sempre stato, il profitto personale, che nel capitalismo normale sostiene la produzione, ma che porta alla distruzione totale dell’economia man mano che il capitalismo degenera. E le cose andranno allo stesso modo in altri paesi; una volta che la produzione sarà stata dislocata oltre un certo punto e la moneta si sarà fortemente svalutata, ne risulterà il completo collasso dell’economia se alla borghesia sarà dato libero sfogo nella ricerca del profitto privato – ed è a questo che si riduce l’egemonia politica della borghesia, qualunque sia il partito non comunista dietro cui essa si nasconda.
Le difficoltà della ricostruzione, cui è esposto il proletariato europeo occidentale in queste circostanze, sono infinitamente maggiori di quelle che ci sono state in Russia: semmai solo la devastazione del potenziale produttivo, compiuta da Koltschak e da Denikin, ne può dare una pallida idea. La ricostruzione non può aspettare che sia instaurato un nuovo ordinamento politico, ma deve cominciare già durante il corso del processo rivoluzionario, poiché dovunque il proletariato si impadronisce del potere esso deve immediatamente attuare una riorganizzazione della produzione, e sopprimere la possibilità che la borghesia ha di disporre delle strutture materiali della vita. Il controllo di fabbrica può servire a sorvegliare, nei luoghi di lavoro, l’impiego delle merci, ma è evidente che con questo non si elimina tutto ciò che la borghesia può compiere a danno della comunita. A tal fine è necessario che il proletariato mantenga il potere politico in armi. Dove gli usurai saccheggiano i beni del popolo, senza riguardo alcuno al benessere comune, dove la reazione armata assassina e distrugge ciecamente, il proletariato deve entrare in azione duramente e lottare per difendere il bene comune, la vita del popolo.
Le difficolta della riorganizzazione di una societa completamente distrutta sono così grandi che appaiono allinizio del tutto insuperabili; e sembra assolutamente impossibile stabilire in precedenza un programma di ricostruzione. Ma esse devono venir superate, e il proletariato lo potra fare con l'illimitato spirito di sacrificio e di abnegazione, con l'infinita forza d’animo, con le immense energie morali e psichiche che la rivoluzione sara capace di destare nel suo corpo indebolito e ferito.
Due problemi devono brevemente venir esaminati. Il problema degli impiegati tecnici dell'industria dara solo temporaneamente delle difficolta, perché, sebbene abbiano una mentalita completamente borghese e siano profondamente ostili al potere proletario, finiranno tuttavia per sottomettersi. Il funzionamento del commercio e dell'industria sarà soprattutto un problema di apporto di materie prime; e questo problema coincide con quello dei mezzi di sussistenza. Quello dei viveri è il problema centrale della rivoluzione in Europa occidentale, poiché la popolazione già fortemente industrializzata non ha mai potuto vivere, nemmeno sotto il capitalismo, senza importarne dall’estero. Ma il problema dei viveri durante la rivoluzione è legato, nella maniera più stretta, alla questione agraria interna, e le direttive di una organizzazione comunista nell'ambito dell'agricoltura devono gia incidere sui provvedimenti che durante la rivoluzione vengono presi per fronteggiare la fame. La grande proprieta fondiaria degli junkers è matura per l'espropriazione e la coltivazione collettiva; i piccoli contadini saranno liberati da ogni sfruttamento capitalista e saranno guidati con tutti i mezzi dell’aiuto statale e della cooperazione sulla via di una coltivazione intensiva; la classe media contadina nella Germania occidentale e meridionale possiede la metà del suolo ed è fortemente imbevuta di individualismo e quindi anticomunista; purtroppo si trova in una posizione economicamente inattaccabile e quindi non può essere espropriata; dovrà essere quindi inquadrata nell’ambito dell'intero processo economico attraverso l'organizzazione dello scambio dei prodotti e l'incremento della produttivita. Solo il comunismo potrà introdurre nell’agricoltura quella evoluzione verso una maggiore produttivita e verso l'eliminazione dell'individualismo. Gli operai quindi devono considerare i grandi proprietari fondiari come una classe nemica, i lavoratori della terra e i piccoli contadini come loro alleati nella rivoluzione, e non hanno motivo di farsi nemici i contadini medi, per quanto questi possano essere pregiudizialmente ostili. Ciò vuol dire che nel primo periodo di caotica transizione non devono essere compiute delle requisizioni di derrate alimentari presso questa classe di contadini se non come misura di emergenza, al fine di equilibrare l’alimentazione tra la città e la campagna, fatto questo che si presentera come assolutamente inevitabile. La lotta contro la fame dev'essere condotta soprattutto attraverso importazioni dall’'estero. La Russia dei soviet, con le sue ricche fonti di derrate alimentari e di materie prime salverà e nutrirà la rivoluzione nell’Europa occidentale la cui classe lavoratrice deve avere quindi, come suo massimo e preciso interesse, quello di conservare ed appoggiare la Russia dei soviet.
Ma il problema della ricostruzione economica, per quanto difficile esso sia, non è il primo a dover essere affrontato dal partito comunista. Se le masse proletarie eserciteranno la loro forza spirituale e morale al più alto livello, potranno risolverlo. Il primo compito del partito comunista è quello di suscitare e di stimolare queste forze. Esso deve sradicare tutte le idee tradizionali, che rendono il proletariato timoroso ed incerto, opporsi a tutto ciò che negli operai suscita l’illusione di più facili soluzioni e li trattiene dal prendere le decisioni più radicali, combattere energicamente tutte le tendenze che si fermano a mezza strada o vanno alla ricerca di com- promessi. E di tali tendenze ve ne sono ancora molte.
VII
Il passaggio dal capitalismo al comunismo non si effettuerà secondo questo semplice schema: conquista del potere politico, introduzione del sistema dei consigli e soppressione dell'economia privata, per quanto si possa affermare che questa è all'ingrosso la linea generale di evoluzione. Ciò sarebbe possibile, solo se si potesse costruire senza ostacoli su un terreno libero. Ma il capitalismo ha fatto sorgere forme di lavoro e di organizzazione che hanno delle profonde radici nella coscienza delle masse e che potranno essere cambiate soltanto attraverso un intero processo rivoluzionario politico ed economico. Per quanto riguarda le forme di lavoro, abbiamo già accennato a quelle agrarie, che oggi stanno cambiando in modo particolare. Durante il capitalismo sono sorte nell'ambito della classe operaia forme di organizzazione diverse a seconda dei vari paesi; esse rappresentano una grande forza, non possono essere sradicate all'improvviso e sono quindi destinate ad avere un peso notevole in tutto il corso della rivoluzione.
Questo discorso vale soprattutto per quanto riguarda i partiti politici. Il ruolo che la socialdemocrazia ha nel-l'odierna crisi del capitalismo è conosciuto molto bene, ma finirà ben presto nell’Europa centrale. Anche le frazioni più radicali di essa (come il Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania) esercitano una influenza dannosa, e non soltanto perché dividono il proletariato, ma soprattutto perché le loro formulazioni socialdemocratiche (e cioè, il predominio dei dirigenti politici, che farebbero la storia coi loro piccoli interventi ed i loro intrallazzi) perpetuano la confusione nelle masse e le trattengono dalla lotta. E se un partito comunista decide di diventare un partito parlamentare, che, al posto della dittatura di classe vuole esercitare una dittatura di partito, che vuol poi dire una dittatura dei dirigenti del partito, allora anch’esso potrà diventare un ostacolo allo sviluppo rivoluzionario. Il comportamento tenuto dal Partito Comunista di Germania durante il movimento rivoluzionario di marzo è stato già criticato da diverse parti (11); esso infatti affermò che il proletariato non era ancora maturo per la dittatura e quindi, nel caso si fosse costituito un governo «puramente socialista» avrebbe assunto il ruolo di una «leale opposizione», trattenendo in questo modo il proletariato da una più aspra lotta rivoluzionaria contro un simile governo.
Durante la rivoluzione può essere formato un governo di dirigenti del partito socialista, come forma di passaggio. In esso trova espressione l’accordo momentaneo fra le forze rivoluzionarie e quelle borghesi; questo accordo tende a mantenere ed a perpetuare una momentanea unità fra la distruzione del vecchio ordine e la creazione di quello nuovo, come se questo fosse il risultato finale della rivoluzione. Sarebbe cioè una riedizione più radicale del governo Ebert-Haase-Dittman (12). Le basi su cui un simile governo si appoggia, darebbero come probabile risultato quanto segue: un equilibrio apparente fra le classi in lotta, con la preponderanza, però, della borghesia, un misto fra una democrazia di tipo parlamentare e una specie di sistema di consigli per i lavoratori, una socializzazione controllata dal veto dell’imperialismo dell'Intesa e dal mantenimento del profitto capitalista, ed infine inutili tentativi per impedire l’inasprimento del conflitto fra le diverse classi sociali. Coloro che in un sistema come questo vengono ingannati sono, indubbiamente, i lavoratori. Un governo come questo non soltanto non può far nulla per uno sviluppo progressivo della società, ma non può nemmeno compiere alcun tentativo in questo senso, perché il suo unico scopo è quello di bloccare il corso della rivoluzione a metà strada. E poiché esso tenta in questo modo non solo di impedire l'ulteriore dissoluzione del capitalismo, ma anche la costituzione del potere politico del proletariato, ha un valore direttamente controrivoluzionario. I comunisti non devono far altro che combattere un simile governo con la più assoluta mancanza di riguardi.
Come in Germania l’organizzazione che dirigeva il proletariato era rappresentata dalla socialdemocrazia, allo stesso modo in Inghilterra il movimento sindacale ha delle radici profondissime nella classe lavoratrice, grazie ad una storia quasi centenaria. Qui già da molto tempo l'ideale dei giovani dirigenti rivoluzionari dei sindacati — e come prototipo puo valere Robert Smillie — è che la classe lavoratrice domini la societa attraverso l'organizzazione sindacale. Anche i sindacalisti rivoluzionari e i portavoce degli IWW degli Stati Uniti, sebbene aderiscano alla III Internazionale, preferiscono immaginare in questo modo il futuro potere della classe operaia. I sindacalisti rivoluzionari considerano il sistema dei consigli non come la forma più rigorosa della dittatura proletaria, ma piuttosto come un governo di politici ed intellettuali, che ha il suo fondamento nella delega, loro concessa, dalle organizzazioni operaie. Essi ritengono che la naturale e spontanea organizzazione di classe del proletariato sia il movimento sindacale, attaverso il quale il proletariato si governa da sé e controlla tutto il lavoro. Se si attuasse il vecchio ideale della «democrazia industriale» e il sindacato fosse padrone nella fabbrica, allora l'organo comune dei sindacati, il loro Congresso, acquisterebbe la funzione di dirigere ed amministrare l'intero processo economico; un vero e proprio «parlamento del lavoro» subentrerebbe cosi al posto dell’antico parlamento borghese. Spesso fra i sindacalisti si avverte una ripugnanza contro una dittatura di classe unilaterale ed «ingiusta», che viene considerata come un attentato alla democrazia: è il lavoro che deve dominare, ma gli altri non devono restare privi di diritti. A questa concezione corrisponde l'idea che accanto al parlamento del lavoro, che controlla la base della vita, cioè il lavoro, dovrebbe esistere una seconda Camera, eletta a suffragio universale in rappresentanza dell'intero popolo, tale da esercitare la sua influenza sulle questioni pubbliche, culturali e di politica generale.
Questa concezione di un governo dei sindacati non va confusa col laburismo, cioè con la politica del «Labour Party», che oggi è seguita dai sindacalisti. Essa consiste nella tendenza dei sindacati ad inserirsi nell’attuale parlamento borghese, formando un «partito del lavoro», simile a tutti gli altri partiti, e che cerca di prendere il loro posto come partito di governo. Un partito come questo è del tutto borghese, e non c'è molta differenza tra Henderson ed Ebert. Non appena una minacciosa pressione dal basso lo renderà necessario, esso offrirà alla borghesia inglese l’opportunità di continuare la sua vecchia politica su basi più ampie, indebolendo e ingannando i lavoratori per il semplice fatto che i loro dirigenti sono accolti nel governo. Un governo del partito del lavoro, che un anno fa per la tensione rivoluzionaria delle masse sembrava prossimo, ma che è stato in seguito allontanato dagli stessi dirigenti per la loro opposizione alla corrente rivoluzionaria, sarebbe solo un governo a favore della borghesia; cosi come lo è stato il governo di Ebert in Germania. Ma è ancora da vedere se l'astuta e previdente borghesia inglese non preferira affidare a se stessa, piuttosto che a questa burocrazia operaia, I'opera di stordire e di reprimere le masse.
Un governo puramente composto da sindacalisti, secondo la concezione dei sindacalisti rivoluzionari, sta a questa politica del partito del lavoro, a questo laburismo, come la rivoluzione sta alla riforma. Potrebbe essere introdotto soltanto da una vera rivoluzione dei rapporti politici, o violenta, o compiuta secondo l’antico esempio inglese; e allora, nella coscienza delle masse, questo equivarrebbe alla conquista del potere politico da parte del proletariato. Tuttavia ciò sarebbe ben lontano dai veri scopi che il comunismo si prefigge; perché questa concezione sarebbe basata sulla ristretta ideologia che si sviluppa durante il corso della lotta sindacale e che non considera il capitale mondiale come un tutto nelle sue svariate e complicate norme, di capitale finanziario, di capitale bancario, di capitale agrario, di capitale coloniale, ma soltanto la sua forma industriale. Essa si basa solo sull'economia marxista, come viene oggi scrupolosamente studiata nel mondo del lavoro inglese; per suo mezzo si può analizzare il meccanismo di sfruttamento nella produzione, ma non si arriva a collegarla alla profonda dottrina sociale del marxismo, al materialismo storico. Questa concezione sindacalista vede bene che il lavoro costituisce la base del mondo, e vuole quindi che sia il lavoro a dominare il mondo, ma non vede che ogni campo della vita politica ed intellettuale, per quanto astratto sia, è determinato dalle forme di produzione e, di conseguenza, essa tende ad abbandonare questi campi alla classe intellettuale borghese, purché questa riconosca il predominio del lavoro. Un tale governo di operai sarebbe in realtà un governo della burocrazia sindacale, cui verrebbe aggiunta la frazione radicale della vecchia burocrazia statale alla quale esso lascerebbe, come a degli esperti, i particolari campi della cultura, della politica ecc. E, come è prevedibile, nemmeno il suo programma economico coinciderà con l’espropriazione comunista, ma sarà diretto solo alla espropriazione del grande capitale, del capitale usuraio delle banche e dei latifondi, mentre verrà rispettato il «modesto» profitto dei piccoli imprenditori, sfruttati e dominati dallo stesso grande capitale. È improbabile anche, per quanto riguarda il problema coloniale, questo centro vitale della classe dominante inglese, che un tale governo accetti l’idea della libertà completa per l'India, che è invece parte essenziale del programma comunista.
Non si può prevedere in quale maniera, in quale misura, e a quale livello si concretizzerà questa forma politica; si possono riconoscere soltanto le spinte e le tendenze generali, il modello astratto, ma non le forme concrete, sempre diverse, e i modi in cui queste si realizzeranno. La borghesia inglese è sempre stata capace di trattenere molto bene, al momento giusto, gli scoppi rivoluzionari con delle concessioni parziali. Se, e per quanto, essa potrà seguire anche in avvenire questa tattica, dipenderà innanzi tutto dalla profondita della crisi economica. Se l’ordine sindacale verra spezzato dal basso, con disordinate ribellioni spontanee nelle fabbriche, mentre il comunismo si diffondera fra le masse, i dirigenti sindacali riformisti e rivoluzionari si incontreranno a meta strada su una linea di condotta comune; se invece la lotta verrà condotta in modo rigido contro la vecchia politica riformista dei dirigenti, allora gli organizzatori sindacali rivoluzionari e i comunisti procederanno in pieno accordo.
Queste tendenze non sono limitate all'Inghilterra. In tutti i paesi i sindacati costituiscono le più potenti organizzazioni operaie; e non appena una crisi politica farà cadere il vecchio potere, questo naturalmente passerà a quella forza che è meglio organizzata e più potente. In Germania nel novembre del 1918 le sfere di genti dei sindacati costituirono la Guardia controrivoluzionaria, come sostegno ad Ebert; e nell'ultima crisi di marzo essi comparvero sulla scena politica, tentando di acquistare una diretta influenza sulla formazione del governo. In quest’opera rivolta ad appoggiare il governo Ebert, si trattava solo, ancora una volta, di ingannare astutamente il proletariato, con la formula di un «governo sotto il controllo dell'organizzazione operaia». Ma anche qui si manifesta chiaramente la stessa tendenza apparsa in Inghilterra. E se i Legien e i Bauer (13) sono troppo compromessi in senso controrivoluzionario, succederanno al loro posto nuovi organizzatori più radicali, della tendenza del partito indipendente socialista, come gia l'anno scorso gli Indipendenti, sotto Dissmann, conquistarono la direzione della grande lega dei metallurgici. Se un movimento rivoluzionario abbattera il governo di Ebert, certamente questa potente organizzazione di sette milioni di membri, cerchera di impadronirsi del potere politico, con il partito comunista o contro di esso.
Una tale «governo della classe lavoratrice» costituito sulla base dei sindacati non puo essere stabile. Se infatti esso potesse anche mantenersi a lungo durante un processo lento di dissoluzione economica, non potrebbe esistere in un periodo di rivoluzione improvvisa, se non come un fragile momento di transizione. Il suo programma, così come è stato precedentemente abbozzato, non può essere rivoluzionario. Ma una tendenza che non consideri quei provvedimenti come forme provvisorie di transizione, come momenti nello sviluppo verso un ordine comunista, come farebbe il partito comunista, e li veda come un programma definitivo, deve necessariamente venire in contrasto e in lotta con le masse; in primo luogo perché ciò non rende del tutto impotenti gli elementi borghesi, ma lascia loro una certa posizione di potenza nella burocrazia e forse anche nel parlamento, da dove essi possono continuare a condurre la loro lotta di classe. La borghesia farà di tutto per irrobustire queste posizioni di forza, mentre il proletariato, non potendo abbattere la classe avversaria in una situazione come questa, dovrà cercare di attuare il puro sistema dei consigli come organo della sua dittatura. Durante questa lotta fra due avversari così potenti la ricostruzione economica sarà impossibile (14). In secondo luogo un tale governo di dirigenti sindacali non potrebbe risolvere i problemi posti dalla società. Questi possono venire risolti soltanto dall'iniziativa generale e dall’attività di una massa proletaria, che sia spinta dall’abnegazione e dall’entusiasmo, che soltanto il comunismo con la sua prospettiva di completa liberazione e di altissima moralità può risvegliare. Una tendenza che vuole eliminare la povertà materiale e lo sfruttamento e si limita coscientemente soltanto a questo, non toccando niente della sovrastruttura borghese e non sapendo trasformare nel medesimo tempo l’intero modo di vedere, l’intera ideologia del proletariato, non può suscitare quelle enormi energie delle masse; ma esso sarà quindi incapace di risolvere anche lo stesso problema materiale della ricostruzione economica, di eliminare il caos.
Come il governo «puramente socialista», anche il governo dei sindacati cercherà di conservare e di rendere stabile il primo risultato del processo rivoluzionario; ma in uno stadio un po’ più avanzato, perché il predominio della borghesia è già stato distrutto ed è subentrato un relativo equilibrio tra le classi sotto il predominio del proletariato. Non può più essere mantenuto infatti l'intero profitto capitalista, ma solo la forma piccolo-capitalista, meno urtante, di esso; non si mira più alla restaurazione borghese ma, seriamente, alla ricostruzione socialista, sebbene con mezzi insufficienti. Questo tipo di governo ha quindi il significato di un ultimo rifugio della classe borghese. Se la borghesia, sotto la spinta delle masse, non potra più mantenersi sulla linea Scheidemann-Henderson-Renaudel, ripiegherà sull’ultima linea di ritirata Smillie-Dissmann-Merrheim (15). Se essa non potra più ingannare il proletariato con la parola «lavoratori» in un governo borghese o socialista, sotto l’etichetta di un «governo di organizzazioni operaie», potra tentare di distogliere il proletariato dai suoi scopi più radicali, cercando così di conservare ancora una parte della sua posizione di privilegio. Il carattere di un governo come questo è controrivoluzionario, perché esso cerca di bloccare a metà strada lo sviluppo rivoluzionario, che dev'essere invece necessariamente rivolto alla completa distruzione del mondo borghese ed al comunismo integrale. Attualmente la lotta dei comunisti può essere spesso parallela a quella dei sindacalisti; ma sarebbe una tattica dannosa quella di non mettere in rilievo chiaramente la contraddizione esistente fra i principi e gli scopi. Queste considerazioni hanno importanza anche in rapporto all'atteggiamento che i comunisti devono avere di fronte alle odierne leghe sindacali: tutto ciò che oggi contribuisce a rinsaldare la loro compattezza e la loro forza, non fa che consolidare quelle potenze che in futuro freneranno il progresso della rivoluzione.
Il comunismo, nel momento in cui conduce una forte lotta di principio contro queste forme politiche di transizione, rappresenta le tendenze rivoluzionarie più vive del proletariato. L'azione rivoluzionaria del proletariato, rompendo l'apparato borghese del potere ed aprendo, in un primo momento, la strada al potere dei sindacati, di per sé spinge immediatamente in avanti le masse, verso la creazione dei loro propri organi, dei consigli, i quali minano direttamente, alla base, il meccanismo burocratico dei sindacati. L'organizzazione del sistema dei consigli rappresenta lo sforzo del proletariato per sostituire alla forma imperfetta della dittatura la sua forma perfetta. Ma durante l'intenso lavoro che sempre è richiesto quando è necessario dare una nuova organizzazione all'economia, una burocrazia di dirigenti potrà conservare ancora a lungo un grande potere, mentre la capacita di intervento delle masse crescera solo a poco a poco. Queste diverse forme e fasi dell'evoluzione non si succedono ordinatamente nella maniera schematica con cui noi le poniamo, l'una dopo l'altra, cioè come la espressione logica dei diversi gradi di maturita dell’evoluzione, ma si sviluppano l'una accanto all’altra, si mescolano e si incrociano come un caos di tendenze che si integrano, si combattono, si elidono, nella cui lotta è contenuto l'intero sviluppo della rivoluzione.
«Le rivoluzioni proletarie — diceva già Marx — criticano incessantemente se stesse, interrompono continuamente il loro corso, ritornano su ciò che apparentemente era gia perfetto, per ricominciare da capo, scherniscono con radicale asprezza le mezze misure, le debolezze e i riguardi dei loro primi tentativi, sembrano abbattere i loro nemici soltanto perché essi possano attingere dalla terra nuova forza e drizzarsi di nuovo ingigantiti contro di esse...»
Le forme di potere, che scaturiscono dal proletariato stesso come espressione della sua forza ancora insufficiente, devono venire superate durante il processo di sviluppo di questa stessa forza; esse si attueranno attraverso la lotta. «In principio era l'azione», ma essa è solo il principio. Abbattere un certo potere richiede un momento di volontà unitaria; ma soltanto una unita permanente, che è possibile unicamente sulla base di una chiara coscienza, può mantenere la vittoria. Altrimenti si verifica un contraccolpo negativo, non sotto la forma di un ritorno dei vecchi padroni, ma sotto la forma di un nuovo dominio, con un nuovo apparato, nuove persone e nuove illusioni. Ogni nuova fase della rivoluzione porta a galla un nuovo ceto dirigente, che rappresenta determinate forme di organizzazione; il suo superamento rappresenta un nuovo passo nel processo di autoliberazione del proletariato. La potenza del proletariato non sta nella forza dell’azione momentanea che abbatte il nemico, ma in un'indipendenza spirituale, che riscatta l'antica dipendenza spirituale, mentre esso diventa cosi capace di mantenere fortemente in pugno ciò che è stato conquistato nell'impeto dell’assalto. La crescita di questa potenza, nelle sue varie fasi di progresso e di indietreggiamento della rivoluzione, è la crescita stessa della libertà del proletariato.
VIII
Mentre nell’Europa occidentale il capitalismo si sta sfasciando, in Russia, anche se con enormi difficoltà, si sta organizzando la produzione in un nuovo modo. Il fatto che il comunismo sia al potere non vuol dire che la produzione sia gia organizzata del tutto in modo comunista (cosa che sarebbe possibile solo dopo un lungo processo di sviluppo), ma che la classe operaia dirige consapevolmente la produzione verso il comunismo (16). In nessun caso questa evoluzione può essere in anticipo sulle condizioni tecniche e sociali esistenti, e deve quindi assumere delle forme transitorie, in cui compaiono alcuni residui del vecchio mondo borghese. Per quanto è possibile sapere in Europa occidentale sulla situazione russa, anche là questi fenomeni si sono manifestati.
La Russia è un gigantesco paese di contadini, dove l'industria non si è sviluppata come nell’Europa occidentale, che è diventata un’anormale «fabbrica» per il mondo interno, e che fa dell'esportazione e dell'importazione una questione di vita o di morte. La classe operaia russa era invece appena capace di prendere nelle sue mani la direzione della società. L'agricoltura occupa la gran massa della popolazione e le grandi aziende agricole moderne sono ancora scarse, sebbene abbiano un gran valore per lo sviluppo del comunismo. Predominano le piccole fattorie, che non assomigliano a quelle piccole e miserabili, strozzate nel loro sviluppo dell'Europa occidentale, ma sono tali da assicurare ai contadini il benessere. Il governo dei soviet cerca di collegarle sempre piu strettamente al resto della società, attraverso il rifornimento di strumenti agricoli e di tutto ciò di cui possono aver bisogno, ed anche attraverso un intenso lavoro di formazione culturale e tecnica.
Date queste condizioni, è comprensibile che questa forma di azienda produca un certo spirito individualista, estraneo al comunismo, che diventa spesso, nei «contadini ricchi», un sentimento ostile, decisamente anticomunista. Su questo fattore hanno indubbiamente speculato i paesi che fanno parte dell'Intesa, con i loro progetti commerciali da attuare tramite le cooperative, per cercare di suscitare un movimento borghese controrivoluzionario, attirando questi elementi nella sfera borghese dell'avidità di guadagno. Ma esiste un interesse troppo grande, il timore della reazione feudale, che li unisce all'attuale governo; tali tentativi sono quindi destinati a fallire, e se dovesse crollare l'imperialismo dell'Europa occidentale, questo pericolo scomparirebbe del tutto.
La produzione industriale avviene senza sfruttamento ed è regolata in maniera prevalente dal governo; essa è il cuore del nuovo ordinamento e la direzione dello stato si basa sul proletariato industriale. Ma anche questa produzione si trova in una fase transitoria; i funzionari tecnici ed amministrativi esercitano nelle fabbriche e nello stato un potere maggiore di quello che dovrebbe essere compatibile con l'evoluzione comunista. La necessità di aumentare rapidamente la produzione, ed ancor più la necessità di creare un buon esercito contro gli assalti della reazione, ha costretto a rimediare al più presto alla mancanza di quadri dirigenti; la minaccia della fame e gli assalti dei nemici non hanno permesso di impegnare tutte le forze per elevare, ad un ritmo più lento, la capacità e l’evoluzione di ognuno, come base di una vera collettività comunista. Così dai nuovi capi e dai nuovi funzionari è sorta una nuova burocrazia, che ha assimilato i residui di quella vecchia, e la cui esistenza è talvolta considerata, con preoccupazione, come un pericolo per il nuovo ordine. Questo pericolo può venir allontanato solo da una profonda maturazione delle masse e si provvede a questo con entusiasmo, ma il fondamento durevole di questo sviluppo può essere costituito soltanto dall’abbondanza comunista, che permetta all'uomo di non essere più schiavo del proprio lavoro. Solo l'abbondanza crea le condizioni materiali per la libertà e l’uguaglianza; finché la lotta contro la natura e contro le forze del capitale rimarrà intensa, rimarrà necessario un grado eccessivo di specializzazione.
Vogliamo però mettere in rilievo il fatto che secondo la nostra analisi lo sviluppo raggiunto in Europa occidentale dopo un’evoluzione rivoluzionaria, pur diverso da quello russo darà come risultato una struttura politico-economica simile: un’industria ordinata in modo comunista, in cui i consigli operai dovranno costituire la base di un’amministrazione autonoma, sotto la direzione tecnica e il predominio politico di una burocrazia operaia; nello stesso tempo l’agricoltura conserverà un carattere individualista e piccolo-borghese nelle piccole e medie aziende, che sono prevalenti. Tale uguaglianza non è tuttavia strana, perché questa struttura sociale non è determinata dalla storia politica precedente, ma da fondamentali condizioni tecnico-economiche che sono identiche in un luogo e nell’altro: il grado di sviluppo della tecnica industriale e di quella agricola e nello stesso tempo la maturazione delle masse (17). Ma accanto a questa uguaglianza esistono anche differenze di significati e di scopi. Nell’Europa occidentale questa struttura politico-economica costituisce uno stadio di transizione, sulla base del quale la borghesia cerca di trattenere fino all'ultimo la propria rovina, mentre in Russia, attraverso questa stessa struttura si cerca di guidare ulteriormente lo sviluppo verso il comunismo. Mentre nell’Europa occidentale essa costituisce una fase della lotta di classe fra il proletariato e la borghesia, in Russia è una fase della nuova organizzazione economica. Con forme esteriori uguali, l’Europa occidentale si trova sulla linea discendente di una civiltà in crisi, la Russia nel movimento ascendente di una nuova civiltà.
Quando la rivoluzione russa era ancora recente e debole e aspettava la salvezza da una immediata rivoluzione europea, prevaleva una diversa valutazione della sua importanza. La Russia, si diceva allora, è solo un avamposto della rivoluzione ed in essa, per delle circostanze particolarmente favorevoli, il proletariato ha potuto impadronirsi del potere prima del previsto, ma questo proletariato è debole ed ignorante, e scompare quasi nell’infinita massa dei contadini. Poiché il proletariato russo è economicamente arretrato può costituire un’avanguardia solo temporaneamente; ma non appena si saranno sollevate le potenti masse del proletariato dell’Europa occidentale, con le loro conoscenze e con la loro cultura, con la loro formazione tecnica e organizzativa, ed avranno preso in mano il potere nei paesi industriali di ricca e antica civiltà, allora si assisterà al magnifico sviluppo del comunismo, in confronto al quale il pur meritorio inizio russo sembrerd debole e povero. Dove il capitalismo ha spiegato le sue forze maggiori — in Inghilterra, in Germania, negli Stati Uniti — e dove ha preparato le nuove forme di produzione, lì avrebbe dovuto trovarsi il nucleo e la forza centrale del nuovo mondo comunista.
Questa maniera di vedere le cose non teneva conto delle difficoltà che si presentano alla rivoluzione nell’Europa occidentale. Dove il proletariato arriva solo lentamente ad un saldo potere, mentre la borghesia è capace di riconquistare perlomeno una parte di esso, non si può parlare di un'organizzazione dell'economia. Una ricostruzione capitalistica è impossibile; tutte le volte che la borghesia ha le mani libere, essa crea un nuovo caos e distrugge quelle basi che avrebbero potuto servire a costruire una forma comunista di produzione. La borghesia impedisce sempre con la reazione violenta e la distruzione il consolidamento del nuovo ordine proletario. Questo si è verificato anche in Russia: la distruzione degli impianti industriali e delle miniere negli Urali e nel bacino del Don, ad opera di Koltschak e di Denikin, e la necessità di impegnare nella lotta contro costoro i migliori operai e la parte principale della forza produttiva, ha profondamente inciso su tutta la economia, danneggiando gravemente ed ostacolando la costruzione del comunismo. E anche qualora la riapertura dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti e l’Europa occidentale potesse sviluppare notevolmente una nuova prosperità, sarà tuttavia necessario il più grande ed eroico sforzo delle masse russe per riparare completamente a questi danni. Ma in Russia la repubblica dei soviet, vero centro organizzato della forza comunista, che aveva già acquisito una grande solidità interna, rimase intatta — e qui sta la differenza. Anche nell’Europa occidentale si distruggerà e si ucciderà, anche qui le migliori forze del proletariato verranno annientate nella lotta, ma non ci sarà la forza che viene da un grande stato di soviet già saldamente organizzato. Durante il disastro della guerra civile le classi si annienteranno reciprocamente e il caos e la miseria domineranno fintanto che non sarà possibile arrivare ad una nuova organizzazione. Questo sarà il destino dei paesi in cui il proletariato non ha immediatamente riconosciuto il suo compito con estrema chiarezza e con una volonta compatta, cioè dei paesi in cui le tradizioni borghesi hanno la forza di indebolire e di dividere i lavoratori, offuscando la loro vista e spezzando il loro coraggio. Saranno necessari dei decenni prima che l'influenza pestifera e paralizzante della cultura borghese sul proletariato venga superata nei paesi a capitalismo avanzato, ed essi, nel frattempo la produzione rimarra stagnante, diverranno economicamente un deserto.
Mentre l'Europa occidentale supera faticosamente il suo passato borghese ed è economicamente senza sviluppo, nell’Oriente, in Russia, l’economia, nel nuovo ordine comunista, è in pieno vigore. Quello che distingueva i paesi del capitalismo sviluppato dall'Oriente arretrato era il possesso di una quantita immensa di mezzi materiali e spirituali di produzione: una fitta rete di ferrovie, di fabbriche, di navi, una popolazione densa e tecnicamente istruita. Ma nella crisi del capitalismo, durante la lunga guerra civile, quando si produce troppo poco, tutto questo possesso va perduto, consumato o distrutto. Le forze produttive indistruttibili, cioè la scienza, le capacita tecniche, non sono affatto legate a questi paesi: i loro rappresentanti trovano una nuova patria in Russia dove, attraverso il commercio, si potrà salvare anche una parte della ricchezza materiale e tecnica dell’Europa. L'accordo commerciale concluso fra la Russia dei soviet e l'Europa occidentale e gli Stati Uniti, se verra attuato con forza e serietà, non farà che rafforzare questo contrasto; esso infatti promuove da un lato la ricostruzione economica della Russia dei soviet, mentre dall'altro, in Europa occidentale, ritarda la catastrofe, frena la rovina, da al capitalismo un momento di respiro e paralizza la forza rivoluzionaria delle masse, non si sa ancora per quanto tempo ed in quale misura.
A livello politico si potrà osservare una stabilità apparente; essa potra essere rappresentata da un governo di tipo borghese oppure da uno degli altri tipi di governo cui abbiamo accennato prima, e dalla crescita contemporanea dell'opportunismo nel movimento comunista. I partiti comunisti dell’Europa occidentale assumeranno una posizione legale, grazie al mantenimento di vecchi metodi di lotta, alla partecipazione all'attivita parlamentare e ad una «leale opposizione», come ha già fatto la socialdemocrazia, e la corrente radicale e rivoluzionaria sarà in minoranza in rapporto a loro. Ma una vera rinascita del capitalismo è del tutto improbabile; l'interesse privato dei capitalisti che commerciano con la Russia si curerà assai poco dell'economia nazionale e elementi fondamentali di produzione saranno spostati verso la Russia per far crescere i profitti, mentre il proletariato non potra più essere ricondotto ad una condizione di soggezione. Così la crisi diventa permanente; un miglioramento duraturo è impossibile e si arresterà sempre di nuovo. Il processo della rivoluzione e della guerra civile è rimandato e prolungato, il pieno potere comunista e l'inizio di un nuovo sviluppo sono rinviati ad un lontano futuro. Nel frattempo, in Russia, l’economia si sviluppa senza ostacoli con uno sforzo poderoso, apre strade nuove, basandosi sulla Scienza della Natura, — che l'Occidente non sa utilizzare — unita alla nuova Scienza Sociale, e questo perché l’umanità ha conquistato qui il dominio sulle forze sociali, dalle quali dipende la sua storia. E queste forze, moltiplicate dalle nuove energie che sorgono dalla libertà e dall'uguaglianza, faranno della Russia il centro del nuovo ordinamento mondiale comunista.
Non è la prima volta nella storia, che nel passaggio ad una nuova forma di produzione — o ad una delle sue fasi — il centro del mondo si sposta. Nell’antichità esso si spostò dall’Asia anteriore all’Europa sud-orientale; nel medioevo dall’Europa meridionale all’Europa occidentale; con l’avvento del capitale coloniale e commerciale i paesi dirigenti furono successivamente la Spagna, l’Olanda, l’Inghilterra; quest'ultima con l’avvento dell'industria. Le cause di questi spostamenti devono essere comprese da un punto di vista generale: dove le forme economiche precedenti sono giunte al loro massimo sviluppo, le forze materiali e spirituali, gli istituti politico-giuridici che ne assicurano l'esistenza e sono necessari al loro pieno sviluppo, si sono cosi profondamente radicati da costituire un ostacolo quasi insormontabile per l'evoluzione verso nuove forme. Infatti alla fine dell’antichità lo schiavismo ostacolò l'evoluzione verso un ordinamento feudale; gli statuti delle Arti nelle grandi e ricche citta medioevali determinarono la nascita in altre nazioni, fino ad allora senza importanza, delle nuove fabbriche capitalistiche; l'ordinamento politico dell'assolutismo francese, che pure sotto Colbert aveva promosso l'industria, più tardi, nel sec. XVIII, impedì l'introduzione della nuova grande industria, e questo fece dell'Inghilterra il paese delle fabbriche. Persino nella natura organica esiste una legge corrispondente che in opposizione alla darwiniana «sopravvivenza del più adatto» si potrebbe indicare come «survival of the unfitted», cioè come «sopravvivenza del non-adatto». Quando un tipo-animale, ad esempio i sauri dell'era secondaria, si è sviluppato e differenziato in una ricchezza di forme ormai pienamente adatte alle condizioni di vita della relativa era, diventa incapace allora di evolversi verso un nuovo tipo: ogni attitudine e capacita di evoluzione è andata perduta e non ritorna più. La formazione di un nuovo tipo nasce dalle primitive forme originarie, che essendo indifferenziate, hanno conservato tutta la loro capacita di sviluppo. E l'antico tipo muore per la sua incapacita ad evolversi e ad adattarsi. Si può considerare un caso particolare di questa regola generale del mondo organico, il fenomeno per cui nel corso della storia umana la direzione dell’evoluzione economica, politica, culturale passa continuamente da un popolo, o da un paese, all’altro. Di questo fenomeno la scienza borghese si sbarazza, definendolo un «esaurimento della forza vitale» di una nazione o di una razza.
Ora possiamo capire perché il predominio — che la borghesia attribuisce così volentieri alla superiorità intellettuale e morale della sua razza — scompare dall’Europa occidentale e dagli Stati Uniti e dove esso prevedibilmente si sposterà. I centri del mondo comunista saranno dei paesi nuovi, in cui le masse non sono state avvelenate dalla concezione borghese del mondo, dove l'inizio dello sviluppo industriale ha suscitato nuove energie, strappandole all’antica inerzia ed ha risvegliato un sentimento comunista della collettivita, dove esistono le materie prime per applicare la tecnica più perfetta, ereditata dal capitalismo, ad un rinnovamento delle tradizionali forme produttive, dove l'oppressione dall’alto è abbastanza forte per spingere alla lotta e alla formazione di una volontà rivoluzionaria, e dove infine una prepotente borghesia non ha la possibilità di impedire questo rinnovamento. La Russia, che, con la Siberia, forma da sola una parte vastissima del mondo intero, è già in prima linea. Ma le stesse condizioni esistono più o meno anche in altri paesi dell’Oriente, in India, in Cina. Questi paesi non devono venir dimenticati nella prospettiva della rivoluzione comunista mondiale, anche se sono, per certi lati, immaturi.
Non si può vedere la rivoluzione mondiale nella sua intera importanza universale, se la consideriamo solo dal punto di vista dell’Europa occidentale. La Russia non è soltanto la parte orientale d’Europa, ma anche, ed in misura molto maggiore — non solo sotto l'aspetto geografico, ma anche sotto quello economico-politico — la parte occidentale dell’Asia.
L’antica Russia aveva poco in comune con I'Europa; era la più occidentale fra tutte quelle formazioni politico-economiche che Marx indicava come «despotismi orientali» ed alle quali appartenevano tutti i vecchi e nuovi enormi imperi asiatici. Al loro interno si sviluppò l'illimitato potere della nobiltà e dei principi, sulla base della comunita di villaggio di una classe contadina che era uniforme quasi dappertutto, e che si appoggiava inoltre ad un traffico commerciale relativamente ristretto, ma importante, e con un artigianato semplice. In questo sistema di produzione che si riproduce sempre costantemente, nel corso dei secoli, nonostante i mutamenti di potere che si verificano alla superficie, il capitale europeo è penetrato da ogni parte, dissolvendo, rovinando, conquistando, approfittando, e depauperando attraverso il commercio, la dominazione e l’assoggettamento diretto, con lo sfruttamento dei tesori naturali, con la costruzione di ferrovie e fabbriche, con prestiti statali ai principi, con l'esportazione di derrate alimentari e di materie prime, cioè attraverso quella che si chiama politica coloniale. Ma mentre l'India, con le sue immense ricchezze fu conquistata assai presto, poi depredata e proletarizzata e industrializzata, gli altri paesi caddero soltanto più tardi nella trappola del capitale finanziario, attuata attraverso la moderna politica coloniale. Anche la Russia divenne una colonia del capitale europeo, sebbene essa sia considerata, esteriormente, sin dal 1700 una potenza europea. A causa dei suoi rapporti di guerra con l'Europa essa percorse per prima e più rapidamente la via che più tardi dovevano percorrere la Persia e la Cina. In Russia prima dell'ultima guerra il 70% dell'industria del ferro, la maggior parte delle ferrovie, il 90% della produzione del platino, il 75% dell'industria della nafta erano nelle mani dei capitalisti europei. Essi inoltre attraverso gli enormi debiti statali contratti dallo zarismo, sfruttavano i contadini russi oltre il limite della fame. Anche se la classe operaia lavorava in Russia in condizioni simili a quelle dell’Europa (e fu per questo che si svilupparono idee rivoluzionarie marxiste) per la sua situazione economica complessiva la Russia era tuttavia il più occidentale degli imperi asiatici.
La rivoluzione russa rappresenta l'inizio della ribellione asiatica contro il capitalismo dell’Europa occidentale, oggi concentrato in Inghilterra. In genere si presta attenzione soltanto alle ripercussioni che la rivoluzione russa ha avuto in Europa occidentale, dove i rivoluzionari russi, per l'alto livello della loro impostazione teorica, sono diventati i maestri del proletariato nella sua lotta per il comunismo. Ma l’influenza della rivoluzione russa in Oriente è ancora più importante, ed è per questo che i problemi asiatici dominano la politica della repubblica sovietica ancor più dei problemi europei. Le parole d’ordine di libertà ed autodeterminazione di tutti i popoli risuonano da Mosca, dove le delegazioni dei popoli asiatici si susseguono l’una dopo l’altra, da tutti i paesi dell’Asia (18). Attraverso la repubblica sovietica del Turan corre il filo che va verso l’India ed i paesi musulmani; nella Cina meridionale i rivoluzionari tentano di imitare l’esempio della Russia; il movimento panislamico che sta sorgendo adesso nel Medio Oriente cerca di collegarsi con la Russia, attraverso la Turchia. È qui che si deve decidere la lotta mondiale fra la Russia e l’Inghilterra, tra i rappresentanti cioè di due sistemi sociali differenti. Questa lotta quindi non può concludersi con una vera pace, anche se vi potranno essere delle pause temporanee, perché lo sviluppo della lotta in Asia non può non andare avanti. Alcuni politici inglesi, che sanno guardare più lontano di quel demagogo piccolo-borghese che è Lloyd George, vedono assai bene il pericolo che viene dall’Asia per il potere mondiale dell'Inghilterra e per lo stesso capitalismo; dicono giustamente che la Russia è molto più pericolosa di quanto non lo sia mai stata la Germania. Ma essi non possono agire con energia, perché, a causa della presa di coscienza rivoluzionaria del proletariato inglese, la situazione è tale da non poter permettere altro che un governo di demagogighi piccolo-borghesi.
Il problema dell’Asia è il problema stesso dell’intera umanità. In Russia, in Cina ed in India, nella pianura russa e in quella siberiana, nelle fertili valli del Gange e dello Jangtsekiang vivono 800 milioni di uomini, cioè più della metà dell’intera popolazione mondiale, e press’a poco tre volte la popolazione dell’Europa capitalistica. Già dappertutto si erano manifestati, fuori della Russia, durante la prima guerra mondiale i germi dell'insurrezione; esistevano forti movimenti di sciopero nei luoghi di concentramento industriale, come a Bombay e ad Hankau; movimenti nazionalistici, sotto la guida di una classe intellettuale, ancora debole, ma che si sta sviluppando. Per quanto è dato sapere, attraverso le rare notizie che compaiono sulla stampa occidentale, del resto molto silenziosa a questo proposito, la guerra mondiale ha stimolato moltissimo i movimenti nazionali e poi li ha violentemente soffocati; mentre è l'industria oggi che trova in questi paesi un enorme sviluppo, e l’oro cola dagli Stati Uniti all’Asia. Ma quando l’onda della crisi economica si abbattera su questi paesi — e il Giappone ne mostra già i segni — si potrà contare su un nuovo sviluppo di lotte. Ci si può chiedere se i movimenti puramente nazionalistici, che in Asia tendono ad un ordine nazional-capitalistico, devono essere appoggiati, dal momento che si mostrano ostili nei confronti dei movimenti di liberazione popolari interni. Si può prevedere che qui il corso degli avvenimenti sarà diverso da quello che si è verificato in Europa. È vero che gli intellettuali, poiché sono gli ideologi della borghesia indigena in via di sviluppo, guardano ad un nazionalismo di tipo europeo e spingono verso un governo nazional-borghese, secondo il modello occidentale. Ma dopo il crollo del capitalismo europeo questo ideale perderà molta della sua forza; esso subirà piuttosto l’influenza del bolscevismo russo mediante la quale si porranno le basi per l'unificazione di tutto il movimento popolare con scioperi e ribellioni. In questo modo i movimenti di liberazione nazionale in Asia acquisteranno, molto prima di quanto non ci si potrebbe attendere secondo una visione superficiale, una concezione del mondo ed un programma comunista, sulla base solida e concreta della lotta di classe degli operai e dei contadini contro la barbara oppressione esercitata dal capitale mondiale.
Il fatto che questi popoli, come del resto quello russo, siano formati in maggioranza da contadini, non deve essere considerato come un ostacolo: la volonta di essere comunista non si forma soltanto nei conglomerati delle grandi citta industriali densamente popolate — dal momento che è a questo livello che si ferma la distinzione fra paesi industrializzati e paesi agricoli — e l'agricoltura dovra mantenere in questi paesi un posto di primo piano. In ogni modo il loro carattere prevalentemente agricolo rendera più difficile la rivoluzione, perché lo slancio rivoluzionario fra i contadini è meno forte. Sarà quindi sicuramente necessario un periodo di evoluzione spirituale e politica. Le difficoltà saranno diverse da quelle esistenti in Europa; si potrebbero definire «passive», e non «attive»; esse stanno cioé non tanto nella forza dell’oppressione, ma nella lentezza di una presa di coscienza rivoluzionaria da parte delle masse; non nel superamento del caos interno, ma nella formazione di una potenza unitaria, capace di scacciare il capitalismo straniero. Non vogliamo parlare inoltre delle differenze ancora più specifiche, e cioé del frazionamento religioso e nazionale dell'India, del carattere piccolo-borghese della Cina. In ogni caso anche queste fomazioni politiche ed economiche si svilupperanno: ma il problema centrale che si deve risolvere innanzi tutto è la distruzione del dominio del capitale europeo e statunitense.
La difficile lotta per la distruzione del capitalismo è il compito comune che gli operai dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti devono risolvere insieme ai popoli dell’Asia. Oggi è solo al suo inizio. Se la rivoluzione tedesca prenderà una piega decisiva, e si unirà a quella russa, se scoppieranno dei movimenti rivoluzionari in Inghilterra e negli Stati Uniti, e delle ribellioni in India, allora il comunismo estendera le sue frontiere dal Reno all'Oceano Indiano, e la rivoluzione mondiale sarà nella fase della sua massima espansione. La borghesia inglese, insieme ai suoi servi della Societa delle Nazioni, e ai suoi alleati statunitensi e giapponesi vedrà il suo potere mondiale attaccato dall'interno e dall'esterno. Essa sarà minacciata da rivolte nelle colonie e da guerre di liberazione; all'interno sarà paralizzata da scioperi e da una guerra civile, e dovrà impegnare tutte le sue forze ed usare degli eserciti mercenari contro entrambi i nemici. Quando la classe operaia inglese, aiutata dal resto del proletariato europeo, attacchera la sua borghesia, lotterà per il comunismo in due modi: aprendo ad esso la via in Inghilterra ed aiutando nello stesso tempo l'Asia a liberarsi. A sua volta essa potrà contare sull'appoggio della più grande potenza comunista, cioè della Russia, quando i soldati pagati dalla borghesia tenteranno di annegare la sua lotta nel sangue, perché l'Europa occidentale, con le sue isole, non è che una penisola, una parte avanzata dei paesi russi ed asiatici. La lotta comune contro il capitale unificherà le masse proletarie del mondo intero. E quando gli operai europei, alla fine di questo sforzo gigantesco, sfiniti, si troveranno all'alba della libertà, saluteranno in Oriente i popoli asiatici gia liberati e si stringeranno la mano a Mosca, capitale della nuova umanità (19).
Postfazione
Le tesi sopra riportate sono state redatte in aprile e inviate in Russia affinché il comitato esecutivo e il congresso potessero tenerne conto nel prendere le loro decisioni tattiche. Nel frattempo la situazione è cambiata, in quanto il comitato esecutivo di Mosca e i compagni alla guida in Russia si sono schierati completamente dalla parte dell’opportunismo, con il risultato che questa tendenza ha prevalso al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista.
La linea in questione fece la sua prima comparsa in Germania, quando Radek, avvalendosi di tutta l’influenza ideologica e materiale che lui e la dirigenza del KPD riuscirono a mettere in campo, tentò di imporre ai comunisti tedeschi la sua tattica del parlamentarismo e del sostegno alle confederazioni centrali, provocando così una scissione e un indebolimento del movimento comunista. Da quando Radek è stato nominato segretario del comitato esecutivo, questa linea è diventata quella dell’intero comitato esecutivo. Gli sforzi, in precedenza infruttuosi, per assicurarsi l’affiliazione degli Indipendenti tedeschi a Mosca sono stati raddoppiati, mentre i comunisti antiparlamentari del KAPD, che, difficilmente si può negare, appartengono di diritto all’IC, hanno ricevuto un trattamento gelido: si sosteneva che si fossero opposti alla Terza Internazionale su ogni questione di importanza e che potessero essere ammessi solo a condizioni speciali. Il Bureau Ausiliario di Amsterdam, che li aveva accolti e trattati da pari, fu chiuso. Lenin disse ai comunisti inglesi che non solo avrebbero dovuto partecipare alle elezioni parlamentari, ma addirittura aderire al Partito Laburista, un’organizzazione politica composta in gran parte da leader sindacali reazionari e membro della Seconda Internazionale. Tutte queste posizioni manifestano il desiderio dei compagni russi alla guida di stabilire contatti con le grandi organizzazioni operaie dell’Europa occidentale che non si erano ancora convertite al comunismo. Mentre i comunisti radicali cercano di promuovere lo sviluppo rivoluzionario delle masse lavoratrici attraverso una lotta rigorosa e di principio contro tutte le tendenze borghesi, socialpatriottiche e vacillanti e i loro rappresentanti, la dirigenza dell'Internazionale sta tentando di ottenere l'adesione di queste ultime a Mosca in massa senza che debbano prima abbandonare le loro vecchie prospettive.
La posizione antagonistica che i bolscevichi, le cui azioni li hanno resi in passato esponenti di tattiche radicali, hanno assunto nei confronti dei comunisti radicali dell’Europa occidentale emerge chiaramente dall’opuscolo di Lenin pubblicato di recente, «Sinistrismo, malattia infantile del comunismo». La sua importanza non risiede nel contenuto, ma nella persona dell’autore, poiché le argomentazioni sono ben poco originali e sono state per lo più già utilizzate da altri. La novità sta nel fatto che ora è Lenin a riprenderli. Il punto non è quindi combatterli – la loro fallacia risiede principalmente nell’equiparazione delle condizioni, dei partiti, delle organizzazioni e della pratica parlamentare dell’Europa occidentale alle loro controparti russe – e opporvi altre argomentazioni, ma cogliere il fatto della loro comparsa in questa congiuntura come prodotto di politiche specifiche.
Le ragioni di queste politiche sono facilmente individuabili nelle esigenze della Repubblica Sovietica. Gli insorti reazionari Kolchak e Denikin hanno distrutto le fondamenta dell’industria siderurgica russa, e lo sforzo bellico ha impedito un forte aumento della produzione. La Russia ha urgente bisogno di macchinari, locomotive e strumenti per la ricostruzione economica, e solo l'industria intatta dei paesi capitalisti può fornirglieli. Ha quindi bisogno di scambi commerciali pacifici con il resto del mondo, e in particolare con le nazioni dell'Intesa; queste, a loro volta, hanno bisogno di materie prime e generi alimentari dalla Russia per scongiurare il crollo del capitalismo. Il ritmo lento dello sviluppo rivoluzionario nell’Europa occidentale costringe così la Repubblica Sovietica a cercare un modus vivendi con il mondo capitalista, a cedere una parte delle sue ricchezze naturali come prezzo di tale accordo e a rinunciare al sostegno diretto alla rivoluzione in altri paesi. Di per sé non vi è nulla da obiettare a un accordo di questo tipo, che entrambe le parti riconoscono come necessario; ma non sarebbe affatto sorprendente se il senso di costrizione e l’avvio di una politica di compromesso con il mondo borghese finissero per favorire un orientamento mentale verso prospettive più moderate. La Terza Internazionale, in quanto associazione dei partiti comunisti che preparano la rivoluzione proletaria in ogni paese, non è formalmente vincolata dalle politiche del governo russo e dovrebbe perseguire i propri compiti in modo completamente indipendente da quest’ultimo. In pratica, tuttavia, questa separazione non esiste; proprio come il PC è la spina dorsale della Repubblica Sovietica, il comitato esecutivo è intimamente connesso con il Presidium della Repubblica Sovietica attraverso le persone dei suoi membri, formando così uno strumento mediante il quale questo Presidium interviene nella politica dell’Europa occidentale. Ora possiamo capire perché le tattiche della Terza Internazionale, stabilite dal Congresso per essere applicate in modo omogeneo a tutti i paesi capitalisti e per essere dirette dal centro, sono determinate non solo dalle esigenze dell’agitazione comunista in quei paesi, ma anche dalle esigenze politiche della Russia sovietica.
Ora, è vero che l’Inghilterra e la Russia, potenze mondiali ostili che rappresentano rispettivamente il capitale e il lavoro, hanno entrambe bisogno di scambi commerciali pacifici per rafforzare le proprie economie. Tuttavia, non sono solo le esigenze economiche immediate a determinare le loro politiche, ma anche il più profondo antagonismo economico tra borghesia e proletariato, la questione del futuro, che si manifesta nel fatto che potenti gruppi capitalisti, giustamente ostili alla Repubblica Sovietica, stanno tentando di impedire qualsiasi compromesso per una questione di principio. Il governo sovietico sa che non può fare affidamento sull'intuito di Lloyd George e sul bisogno di pace dell'Inghilterra; essi hanno dovuto piegarsi da un lato alla potenza insuperabile dell'Armata Rossa e dall'altro alla pressione che i lavoratori e i soldati inglesi stavano esercitando sul loro governo. Il governo sovietico sa che la minaccia del proletariato dell’Intesa è una delle sue armi più importanti per paralizzare i governi imperialisti e costringerli a negoziare. Deve quindi rendere quest’arma il più potente possibile. Ciò che occorre non è un partito comunista radicale che prepari una rivoluzione radicale per il futuro, bensì una grande forza proletaria organizzata che si schieri dalla parte della Russia e costringa il proprio governo a tenerne conto. Il governo sovietico ha bisogno delle masse ora, anche se non sono pienamente comuniste. Se riuscirà a conquistarle, la loro adesione a Mosca sarà un segnale per il capitale mondiale che le guerre di annientamento contro la Russia non sono più possibili e che non c’è quindi alternativa alla pace e alle relazioni commerciali.
Mosca deve quindi insistere affinché in Europa occidentale si adottino tattiche comuniste che non entrino in netto contrasto con le prospettive e i metodi tradizionali delle grandi organizzazioni sindacali, la cui influenza è determinante. Allo stesso modo, occorreva adoperarsi per sostituire il regime di Ebert in Germania con uno orientato verso l’Est, poiché esso si era dimostrato uno strumento dell’Intesa contro la Russia; e poiché il Partito Comunista era a sua volta troppo debole, solo gli Indipendenti potevano servire a questo scopo. Una rivoluzione in Germania avrebbe rafforzato enormemente la posizione della Russia sovietica nei confronti dell’Intesa. Lo sviluppo di una tale rivoluzione, tuttavia, avrebbe potuto rivelarsi in ultima analisi altamente scomodo per quanto riguardava la politica di pace e di compromesso con l’Intesa, poiché una rivoluzione proletaria radicale avrebbe strappato il Trattato di Versailles e riacceso la guerra – i comunisti di Amburgo volevano prepararsi attivamente in anticipo a questa guerra. La Russia verrebbe così trascinata a sua volta in questa guerra e, sebbene ne uscisse rafforzata sul piano esterno, la ricostruzione economica e l’eliminazione della povertà subirebbero un ulteriore ritardo. Queste conseguenze potrebbero essere evitate se la rivoluzione tedesca potesse essere mantenuta entro certi limiti, in modo tale che, pur aumentando notevolmente la forza dei governi operai alleati contro il capitale dell’Intesa, quest’ultimo non fosse costretto a entrare in guerra. Ciò richiederebbe non le tattiche radicali del KAPD, ma un governo degli Indipendenti, del KPD e dei sindacati sotto forma di un’organizzazione consiliare sul modello russo.
Questa linea politica ha prospettive che vanno oltre il semplice conseguimento di una posizione più favorevole nei negoziati in corso con l’Intesa: il suo obiettivo è la rivoluzione mondiale. È tuttavia evidente che una concezione specifica della rivoluzione mondiale deve essere implicita nel carattere peculiare di questa linea politica. La rivoluzione che sta ora avanzando in tutto il mondo e che presto raggiungerà l’Europa centrale e poi l’Europa occidentale è spinta dal collasso economico del capitalismo; se il capitale non è in grado di determinare una ripresa della produzione, le masse saranno costrette a rivolgersi alla rivoluzione come unica alternativa al fallimento senza lotta. Ma sebbene costrette a ricorrere alla rivoluzione, le masse sono nel complesso ancora in uno stato di asservimento mentale alle vecchie prospettive, alle vecchie organizzazioni e ai vecchi dirigenti, e sono questi ultimi che otterranno il potere in un primo momento. Occorre quindi distinguere tra la rivoluzione esterna, che distrugge l’egemonia della borghesia e rende impossibile il capitalismo, e la rivoluzione comunista, un processo più lungo che rivoluziona le masse internamente e in cui la classe operaia, emancipandosi da tutti i suoi vincoli, prende saldamente in mano la costruzione del comunismo. È compito del comunismo individuare le forze e le tendenze che fermerebbero la rivoluzione a metà strada, indicare alle masse la via da seguire e, attraverso la lotta più aspra per gli obiettivi più lontani, per il potere totale, contro queste tendenze, risvegliare nel proletariato la capacità di spingere avanti la rivoluzione. Ciò è possibile solo intraprendendo fin d’ora la lotta contro le tendenze inibitorie della dirigenza e il potere dei suoi dirigenti. L'opportunismo cerca di allearsi con i dirigenti e di partecipare a una nuova egemonia; credendo di poterli spingere sulla via del comunismo, ne sarà compromesso. Dichiarando che questa è la tattica ufficiale del comunismo, la Terza Internazionale sta imprimendo il sigillo della «rivoluzione comunista» sulla presa del potere da parte delle vecchie organizzazioni e dei loro dirigenti, consolidando l'egemonia di questi ultimi e ostacolando l'ulteriore progresso della rivoluzione.
Dal punto di vista della salvaguardia della Russia sovietica, non vi può essere alcuna obiezione a questa concezione dell’obiettivo della rivoluzione mondiale. Se negli altri paesi d’Europa esistesse un sistema politico simile a quello russo – il controllo da parte di una burocrazia operaia basata su un sistema di consigli – il potere dell’imperialismo mondiale verrebbe spezzato e contenuto, almeno in Europa. La costruzione economica verso il comunismo potrebbe quindi procedere senza timore di guerre reazionarie di intervento in una Russia circondata da repubbliche operaie amiche. È quindi comprensibile che ciò che noi consideriamo una forma temporanea, inadeguata e transitoria da combattere con tutte le nostre forze sia per Mosca il raggiungimento della rivoluzione proletaria, l’obiettivo della politica comunista.
Ciò ci porta alle considerazioni critiche da sollevare contro queste politiche dal punto di vista del comunismo. Esse riguardano in primo luogo il loro effetto ideologico di ritorno sulla Russia stessa. Se lo strato al potere in Russia fraternizza con la burocrazia operaia dell’Europa occidentale e ne adotta gli atteggiamenti, corrotta com’è dalla sua posizione, dal suo antagonismo verso le masse e dal suo adattamento al mondo borghese, allora lo slancio che deve portare la Russia più avanti sulla via del comunismo rischia di dissiparsi; se si basa sulla contadineria proprietaria di terra a scapito degli operai, non si potrebbe escludere una deviazione dello sviluppo verso forme agrarie borghesi, e ciò porterebbe alla stagnazione della rivoluzione mondiale. C'è inoltre da considerare che il sistema politico sorto in Russia come forma transitoria di comodo verso la realizzazione del comunismo – e che solo in determinate condizioni avrebbe potuto trasformarsi in una burocrazia – avrebbe rappresentato fin dall'inizio un ostacolo reazionario alla rivoluzione nell'Europa occidentale. Abbiamo già sottolineato che un «governo operaio» di questo tipo non sarebbe stato in grado di liberare le forze della ricostruzione comunista; e poiché dopo questa rivoluzione le masse borghesi e piccolo-borghesi, insieme alla popolazione contadina, rappresenterebbero ancora, a differenza di quanto accaduto in Russia dopo la rivoluzione d’ottobre, una forza formidabile, il fallimento della ricostruzione riporterebbe fin troppo facilmente la reazione al potere, e le masse proletarie dovrebbero rinnovare i propri sforzi per abolire il sistema.
È persino dubbio che questa politica di rivoluzione mondiale attenuata possa raggiungere il proprio obiettivo, anziché rafforzare la borghesia come qualsiasi altra politica opportunista. Non è la via da seguire per l’opposizione più radicale stringere un’alleanza preventiva con i moderati in vista di una condivisione del potere, invece di portare avanti la rivoluzione con una lotta senza compromessi; ciò indebolisce talmente tanto la forza combattiva complessiva delle masse che il rovesciamento del sistema dominante viene ritardato e reso più difficile.
Le vere forze della rivoluzione risiedono altrove rispetto alle tattiche dei partiti e alle politiche dei governi. Nonostante tutti i negoziati, non può esserci vera pace tra il mondo dell’imperialismo e quello del comunismo: mentre Krassin negoziava a Londra, gli eserciti rossi stavano schiacciando la potenza della Polonia e raggiungendo i confini della Germania e dell’Ungheria. Questo ha portato la guerra nell’Europa centrale; e le contraddizioni di classe che qui hanno raggiunto un livello intollerabile, il totale collasso economico interno che rende inevitabile la rivoluzione, la miseria delle masse, la furia della reazione armata, faranno divampare la guerra civile in questi paesi. Ma quando qui le masse si metteranno in moto, la loro rivoluzione non si lascerà incanalare entro i limiti imposti dalla politica opportunistica di dirigenti scaltri; dovrà essere più radicale e più profonda che in Russia, perché la resistenza da superare è molto maggiore. Le decisioni del congresso di Mosca hanno meno importanza delle forze selvagge, caotiche ed elementari che sgorgheranno dal cuore di tre popoli devastati e daranno nuovo slancio alla rivoluzione mondiale.
Note
(1) L’articolo sopra riportato, redatto già da qualche tempo, costituisce indubbiamente un contributo di grande valore all’analisi e alla critica della tattica comunista, per quanto possa trovarsi in una certa contraddizione con le direttive del Comitato esecutivo di Mosca. Lo pubblichiamo quindi in questo momento in occasione della riunione del secondo Congresso dell'Internazionale in Kommunismus, in linea con il compito che la nostra rivista si è prefissata, ovvero quello di essere un punto di riferimento per la discussione dei problemi dell'Internazionale Comunista. Segnaliamo inoltre che questo articolo apparirà prossimamente come opuscolo a sé stante (Nota di Kommunismus).
(2) Il tribunista S. J. Rutgers partecipò al Primo Congresso del Comintern e tornò ad Amsterdam alla fine del 1919 per fondarvi il Bureau Ausiliario dell’Europa Occidentale della Terza Internazionale. È probabile che sia stato lui l’autore dell’articolo orientato a sinistra sulle tattiche parlamentari e sindacali pubblicato nell’unico numero del Bollettino del Bureau, che portò al congelamento improvviso dei fondi da parte di Mosca (Nota dell'edizione inglese).
(3) Pannekoek sta confondendo i titoli di due testi scritti da Radek durante la prigionia: Lo sviluppo della rivoluzione tedesca e i compiti del partito comunista, redatto prima del congresso di Heidelberg, e Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica dei partiti comunisti nella lotta per la dittatura del proletariato, redatto dopo di esso. Si fa riferimento a quest’ultimo (Nota dell'edizione inglese).
(4) Il paragrafo seguente, fino al passaggio relativo al «comunismo di villaggio», è citato da Gorter nella sua Lettera aperta al compagno Lenin (Nota dell'edizione inglese).
(5) La conferenza in questione è stata convocata per istituire il Bureau Ausiliario (Nota dell'edizione inglese).
(6) Le prime organizzazioni sindacali sorte alla fine degli anni '60 dell'Ottocento nella regione della Ruhr furono opera di sacerdoti cattolici. Alla fine degli anni '70, tuttavia, Bismarck abbandonò la sua campagna contro il cattolicesimo e il suo rappresentante politico, il Zentrum (il precursore della CDU), per creare un fronte unito contro il Partito Socialdemocratico (Nota dell'edizione inglese).
(7) Questa espressione era stata utilizzata per giustificare la collaborazione con i socialisti durante la Comune ungherese, che gli ex dirigenti del Partito Comunista Ungherese, a capo della rivista Kommunismus, ritenevano responsabile del suo crollo nell’agosto del 1919. In «Sinistrismo» Lenin esorta i comunisti britannici a fare campagna per il Partito Laburista laddove non hanno un proprio candidato; essi «sosterranno così Henderson come la corda sostiene un impiccato», e l'imminente insediamento di un governo di Henderson accelererà la fine politica di quest'ultimo (Nota dell'edizione inglese).
(8) Il resto di questo paragrafo e i due successivi sono citati da Gorter nella Lettera aperta (Nota dell'edizione inglese).
(9) Recentemente in Germania si è discusso sul fatto che i comunisti dovrebbero andare in parlamento per persuadere i lavoratori della inutilità del parlamento stesso. Ma è chiaro che non si deve cominciare una via per dimostrare agli altri che è sbagliata, ma imboccare subito quella giusta.
(10) Karl Renner era il leader dell'ala revisionista del Partito Socialdemocratico Austriaco; Otto Bauer fu ministro degli Esteri austriaco dal novembre 1918 al luglio 1919 (Nota dell'edizione inglese).
(11) Ci riferiamo ad esempio alla profonda critica del compagno Koloszvary, comparsa nel settimanale viennese Kommunismus.
(12) Ebert, Haase e Dittmann erano membri del Consiglio dei Commissari del Popolo, al quale la rivoluzione di novembre aveva conferito l'autorità suprema (Nota dell'edizione inglese).
(13) Karl Legien fu presidente della Commissione Generale dei Sindacati dal 1890 e della sua erede, l'ADGB (Allgemeiner Deutscher Gewerkschaftsbund), sin dalla sua costituzione nel 1919; Gustav Bauer, un altro leader sindacale, divenne ministro del Lavoro nel 1919 e successivamente cancelliere (Nota dell'edizione inglese).
(14) In Inghilterra, il fatto che la borghesia sembri apparentemente innocua, nutre, lo sappiamo bene, l'illussione che una rivoluzione violenta, qui non sia necessaria e che una ricostruzione pacifica dal basso (come viene operata dal movimento dei Guilds e dei Shop Committees) sia sufficiente. Certamente sino ad ora l'arma più potente della borghesia inglese non è stata l'oppressione violenta, ma l'inganno astuto; ma se fosse necessario questa classe, che domina il mondo intero, sarebbe capace di mostrare una oppressione violenta inimmaginabile.
(15) Rispettivamente leader socialisti e sindacali (Nota dell'edizione inglese).
(16) Questa concezione di un cambiamento graduale delle forme di produzione è in netto contrasto con la conjcezione socialdemocratica, che vuole eliminare il capitalismo e lo sfruttamento solo gradualmente, attraverso riforme lente. Infatti l'eliminazione immediata di ogni profitto capitalistico e di ogni sfruttamento del proletariato è la premessa della quale una nuova forma di produzione deve partire per arrivare al comunismo.
(17) Un esempio assai noto di questo sviluppo convergente si può trovare nella struttura sociale esistente alla fine dell'Evo antico ed all'inizio del Medioevo. Cfr. F. Engels, L'origine della famiglia, c. VIII.
(18) Si può comprendere, sulla base di questo fatto, l'attiggiamento assunto da Lenin nel 1916, al tempo di Zimmerwald contro Radek, che era l'esponente dei comunisti occidentali. Questi affermavano che la formula del diritto di autodeterminazione di tutti i popoli — su cui anche i socialdemocratici erano d'accordo — forse soltanto un inganno dal momento che sotto l'imperialismo questo diritto è, e sarà sempre di più, soltanto un inganno ed una formula vuota; esso doveva, di conseguenza, essere combattuto dai comunisti. Lenin vedeva in ciò la tendenza dei socialisti dell'Europa occidentale a rifiutare le guerra di liberazione nazionale dei popoli asiatici, cosa che dava loro la possibilità di non impegnarsi in una lotta a fondo contro la politica dei loro stessi governi.
(19) Pubblicato su Kommunismus del 1° agosto 1920; una traduzione incompleta apparve lo stesso anno su Il Soviet nn. 22-23-25-26-27-28-29-30-31-32 e 33. Era preceduta dalla seguente nota:
«Com’è noto, il compagno Lenin, nella sua mirabile attività, ha trovato ultimamente il tempo d’occuparsi, in uno speciale opuscolo scritto alla vigilia del congresso di Mosca, del movimento radicale in seno al comunismo internazionale, definendolo malattia infantile del comunismo. In quell’opuscolo è particolarmente rilevata l’infantilità nostra e del nostro giornale; e noi siamo rassegnati, dopo gli sculaccioni di papà a sopportare pazientemente anche gli scherzi dei cari fratelli di casa nostra, che non mancheranno.
Ma siccome ai ragazzi impertinenti e castigati non manca mai uno zio protettore, che li consola con qualche ciambella, ecco che anche a noi è giunta la ciambella, sotto forma di un lungo articolo – che sarà anch’esso estratto in opuscolo – pubblicato col titolo da noi dato sopra, dal compagno Antonio Pannekoek nel numero 28-29 di Kommunismus.
Crediamo opportuno ricordare che il Pannekoeck fin dal 1912, prima di Lenin, affermò recisamente quello, che è diventato caposaldo del comunismo internazionale: la distruzione dello stato democratico-parlamentare come primo compito della rivoluzione proletaria. Ricorderemo anche che un testimonio competente e non sospetto Carlo Radek, ha definito Pannekoek “la più chiara mente del socialismo occidentale”» (Nota di Invariance).