Nota dell'editore: Tradotto dall'inglese The fatal myth of the bourgeois revolution in Russia. A critique of Wagner’s ‘Theses on Bolshevism’. Per questa traduzione abbiamo adottato la procedura di tradurre le citazioni di Marx ed Engels sulla base della traduzione dello stesso Corvo, che le traduce in inglese dall’olandese, e lasciare il riferimento alla versione originale. Nelle citazioni di altri autori, abbiamo seguito anche le traduzioni, a volte dal tedesco, a volte dall’olandese, realizzate dallo stesso Corvo. Abbiamo anche incluso una delle due note al piè di pagina aggiunte nell'edizione in portoghese fatta da Crítica Despiadada (questa nota si bassa principalmente sull'altra).
Le Tesi sul bolscevismo di Helmut Wagner sono forse il testo più influente del comunismo dei consigli. Le tesi si distinguono per la rigorosa logica con cui Wagner presenta la rivoluzione russa del 1917 e il ruolo del partito bolscevico come conseguenza dei rapporti socio-economici e della posizione geopolitica della Russia zarista. Anche l’esito borghese di questa rivoluzione sembra confermare la correttezza delle tesi: nell’Unione Sovietica il capitalismo di Stato era governato dal terrore di un partito unico che aveva reso la classe operaia totalmente subordinata allo Stato.
Tuttavia, l’analisi di Wagner non è esente da problemi. La logica di Wagner lascia intravedere un accenno di necessità storica o di inevitabilità, mutuato dalle concezioni marxiste delle rivoluzioni borghesi così come si sono svolte prima che il proletariato iniziasse a lottare per i propri interessi di classe. Ciò solleva interrogativi sul ruolo non del tutto passivo del proletariato nella rivoluzione russa, sul ruolo del movimento operaio organizzato, di cui il partito bolscevico faceva parte, almeno in apparenza. L'analisi di Wagner è stata spesso utilizzata anche per dipingere i bolscevichi come astuti politici borghesi che miravano semplicemente ad abusare della lotta dei lavoratori per i loro nascosti interessi borghesi. Il ragionamento in questo tipo di narrazioni si avvicina a quello delle teorie del complotto. Può anche servire a etichettare posizioni scomode come «leniniste».
Le tesi di Wagner sulla rivoluzione in Russia furono in seguito applicate da altri a quella che allora veniva chiamata la rivoluzione cinese, e persino agli eventi del 1936 in Spagna (si veda più avanti Brendel e il G.I.C.). In queste analisi, il capitalismo di Stato e i cambiamenti politici da cui era emerso apparivano non solo come inevitabili, ma addirittura come un progresso storico. Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica sotto la pressione di problemi economici irrisolvibili e la conseguente disintegrazione del blocco orientale, un’analisi così meccanicistica, incentrata sulla necessità storica della rivoluzione borghese, è ormai superata.
Un'analisi della rivoluzione in Russia dovrebbe avvalersi di un metodo che non solo spieghi la storia, ma che mostri anche la realtà in cui viviamo alla luce di un futuro plasmato dall'uomo. A tal fine, tale metodo deve soddisfare due condizioni. In primo luogo, deve spiegare i risultati della storia, che non indicano in alcun modo un progresso storico. In secondo luogo, tale analisi deve lasciare spazio alle possibilità storiche che i lavoratori possono cogliere per realizzare una rivoluzione che ponga fine allo sfruttamento e all'oppressione.
L'analisi retrospettiva di Wagner. Ma con quale risultato?
Wagner parla, nella terza tesi, del pieno successo nel portare a termine i compiti del bolscevismo. Naturalmente, è logico giudicare un movimento in base ai suoi risultati. Ma i risultati della rivoluzione in Russia giustificano l’idea, espressa nelle tesi, secondo cui lì si sarebbe verificata una rivoluzione borghese?
Dal punto di vista politico, il bolscevismo non solo si insediò alla guida dello Stato zarista, ma portò avanti lo zarismo intensificando ulteriormente i suoi metodi di potere assoluto e di terrore nei confronti della popolazione, soprattutto attraverso la polizia segreta. In termini economici, è sorprendente che il bolscevismo abbia così continuato, con un terrore accresciuto, la politica dispotica dello zarismo per imporre lo sviluppo industriale all’agricoltura asiatica arretrata (proposizione 6). E con quale risultato?
Con il senno di poi, si può obiettare a Wagner che l’industrializzazione promossa dai bolscevichi non solo servì gli interessi imperialistici della Russia non meno bene, ma addirittura meglio di quanto avesse fatto lo zarismo. La Seconda Guerra Mondiale portò alla Russia – sebbene a costo di una distruzione gigantesca – la conquista, e in parte la riconquista, dei piccoli Stati dell’Europa orientale che avevano tenuto la Russia al suo confine occidentale sin dal Trattato di Brest-Litovsk del 1918, oltre alla Germania orientale, che coronò l’impotenza provvisoria della Germania con la divisione di Berlino. Il proletariato e i contadini pagarono il «Terrore Rosso» la «Soluzione della questione dei kulaki» e la «eroica fine della Madre Russia» con milioni di morti e la distruzione delle vite di coloro che sopravvissero; gli storici stanno ancora discutendo sulle cifre esatte. Questo è il vero «risultato» della rivoluzione che iniziò nel 1917 come lotta contro la guerra imperialista.
Marx sottolineò che le rivoluzioni borghesi del suo tempo, comprese quelle fallite del 1848, rappresentavano un progresso nello sviluppo delle forze produttive. Non solo nel senso ristretto che ne davano in particolare gli stalinisti, ovvero il progresso tecnico, o meglio gli strumenti tecnici – a scapito, ovviamente, della vita e della salute dei lavoratori –, ma anche nel senso di un progresso nell’organizzazione di coloro che azionavano le macchine, ovvero i lavoratori.
In questo contesto, è importante sottolineare che Marx ed Engels, in diverse prefazioni al Manifesto Comunista, hanno messo in risalto l’importanza della grande industria sviluppatasi dopo il 1848. Engels sottolineò nell’edizione italiana del 1893 che, in seguito al fallimento delle rivoluzioni borghesi del 1848 in Italia e in Germania, Marx aveva fatto notare che:
«le stesse persone che avevano sconfitto la rivoluzione del 1848, poi, loro malgrado, ne divennero gli esecutori della sua volontà».
E Engels proseguì:
«Con lo sviluppo dell’industria su larga scala in tutti i paesi, negli ultimi quarantacinque anni il regime borghese ha creato ovunque un proletariato numeroso, compatto e forte; in questo modo, per usare un’espressione del “Manifesto”, si è creato i propri becchini» (2).
Il contrasto con i suddetti «risultati» della presunta rivoluzione borghese in Russia non potrebbe essere più netto. La rivoluzione si sviluppò come lotta contro le conseguenze della partecipazione della Russia alla Prima guerra mondiale. Quando, dopo la caduta dello zar, il Governo provvisorio continuò la guerra con il sostegno dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari, i lavoratori furono costretti a rafforzare la loro organizzazione nei consigli operai, a tal punto da superare la Comune di Parigi. I consigli rovesciarono il Governo provvisorio e posero fine alla partecipazione russa alla guerra. Da quel momento, secondo il partito bolscevico, nel quale fino ad allora i lavoratori avevano riconosciuto la propria lotta, il loro ruolo era finito. I consigli furono subordinati alla dittatura di questo partito, gli organi di emancipazione da loro stessi creati furono distrutti e la classe operaia in Russia subì un duro colpo nel terrore che ne seguì, dal quale finora non è riuscita a riprendersi. Con tutta la buona volontà del mondo, in assenza di «un proletariato numeroso, contiguo e forte» (3) (Engels) in Russia, non si può individuare alcuna rivoluzione borghese, né tantomeno il suo fallimento.
È proprio la questione della guerra imperialista che ci permette di comprendere la rivoluzione in Russia. Già con lo scoppio della Prima guerra mondiale era chiaro ai marxisti rimasti fedeli alla classe operaia che era iniziata una nuova fase nello sviluppo del capitalismo, quella dell’imperialismo, in cui le guerre tra i grandi e i piccoli Stati imperialisti stavano distruggendo su vasta scala le forze produttive, sia vive che morte. Ciò che questi comunisti rivoluzionari non capirono immediatamente fu che il nuovo periodo dell’imperialismo non solo ci aveva avvicinato all’obiettivo della rivoluzione proletaria come una necessità, ma aveva anche comportato un cambiamento nella tattica del movimento operaio; cosa su cui insisteva Anton Pannekoek (4).
Soprattutto sotto l’influenza del bolscevismo che, una volta al potere, trasformò il proprio slogan sul diritto all’«autodeterminazione delle nazioni» in sostegno a determinati movimenti di «liberazione» nazionale, ci volle molto tempo per rendersi conto che tali movimenti non potevano essere equiparati alle rivoluzioni borghesi progressiste del passato, ma, al contrario, dipendevano tanto quanto i regimi di stampo reazionario dall’allearsi con le grandi potenze imperialiste. Quando la rivoluzione borghese viene intesa qui in senso storico, non nel senso di cambiamenti arbitrari di regime da parte di gruppi che si adornano di slogan socialisti, o di cambiamenti limitati alla proclamazione di libertà civili formali, alla partenza di uno zar o di un kaiser e del suo seguito, è chiaro che dall’inizio del XX secolo non c’è stato nulla di simile in nessuna parte del mondo.
Scrivendo nel 1933, Wagner non poteva prevedere nemmeno le conseguenze della Seconda guerra mondiale per la Russia. Il suo merito è quello di aver sottolineato la posizione geopolitica della Russia tra Europa e Asia (proposizioni 4 e segg.) e la necessità militare dell’industrializzazione sotto lo zarismo (proposizione 6). Lo stesso Wagner dubita della sostenibilità dei successi economici attribuiti al bolscevismo ai suoi tempi quando scrive nella proposizione 57 che lo Stato sovietico:
«… non ha fatto altro che aggravare le difficoltà economiche fino al punto critico di un'esplosione delle contraddizioni economiche, a causa dell'intollerabile sovraffaticamento delle forze dei lavoratori e dei contadini. L'esperimento di un'economia statale pianificata burocraticamente non può affatto essere definito un successo completo. I grandi cataclismi internazionali che minacciano la Russia sono destinati ad accrescere le contraddizioni del suo sistema economico fino a renderle intollerabili e potrebbero accelerare enormemente il crollo di quello che finora è stato un gigantesco esperimento economico».
Nella proposizione 59, invece, Wagner parla del capitalismo di Stato russo come di un «tipo di produzione capitalistica più avanzato di quello che possono vantare persino i paesi più grandi e avanzati». Forse il termine «tipo superiore» era inteso in senso sarcastico.
I problemi economici più gravi si verificarono nell’enorme settore agricolo. Durante la cosiddetta collettivizzazione del settore agricolo, tra il 1928 e il 1940, morirono dai 7 ai 14 milioni di persone (5). Non solo oggi, a distanza di decenni, dobbiamo constatare che mentre sotto lo zarismo la Russia era il maggiore esportatore di cereali al mondo, negli anni precedenti al crollo l’Unione Sovietica era diventata il maggiore importatore di cereali (6). Nel frattempo c'è anche l'esperienza del «socialismo reale» in Cina. L'imperatore Mao lasciò morire di fame e per il troppo duro lavoro tra i 20 e i 43 milioni di persone solo nel periodo 1959-1961 (7).
Durante la rivoluzione del 1917, e persino nel 1933, quando furono redatte le tesi di Wagner, era comune tra i marxisti parlare della rivoluzione in Russia come di una rivoluzione borghese totale (o parziale; ne parleremo più avanti). Ma nel senso storico del termine in Marx ed Engels, non si può parlare di rivoluzione borghese – visti i risultati, che secondo Wagner sono decisivi – anche se all’epoca lo facevano tutti coloro che si definivano marxisti, da Lenin a Kautsky, da Trotsky a Pannekoek, da Martov a Luxemburg e da Bordiga a Radek.
Lo schema della rivoluzione borghese era applicabile alla Russia?
Wagner era convinto – proprio come i bolscevichi – che nel 1917 le condizioni storiche in Russia fossero mature per una rivoluzione borghese. Nel capitolo precedente abbiamo visto che tale ipotesi è discutibile alla luce degli esiti della rivoluzione russa, soprattutto se la si considera nel contesto del periodo dell’imperialismo.
È degno di nota il fatto che Marx, nella sua corrispondenza del 1881 con Vera, affermasse che la sua teoria deriva dalla storia dell’Europa occidentale e che non può essere applicata automaticamente alla Russia (8). Marx non riuscì a integrare i suoi appunti sull’Obsushina russa o sul Mir in un insieme coerente nella sua lettera finale (dopo numerose e approfondite riflessioni) (9). Tuttavia, nella prefazione all'edizione russa del 1882 del Manifesto Comunista, Marx ed Engels sollevarono la questione:
«È possibile che “l’obsushina russa”, pur essendo una forma fortemente compromessa dell’antica proprietà comune, possa passare direttamente alla forma superiore della proprietà comune comunista? Oppure, al contrario, dovrebbe prima attraversare lo stesso processo di dissoluzione che ha determinato lo sviluppo storico dell’Occidente?» (10).
Quale modo di produzione esisteva in Russia alla fine del XIX secolo, quando mancavano l'artigianato, le città borghesi e persino il feudalesimo? Sicuramente c'erano i servi della gleba, sfruttati da una nobiltà ereditaria? Sì, a prima vista sembrava il feudalesimo europeo, ma Marx parlava di un modo di produzione asiatico a causa di importanti differenze. L'agricoltura era in gran parte autosufficiente per i contadini che lavoravano la terra collettivamente, che era anche loro proprietà collettiva. La nobiltà russa aveva solo la funzione di rivendicare parte del raccolto per il proprio uso e per il versamento allo Stato zarista centrale. Questo sistema di sfruttamento in natura proveniva originariamente dai mongoli all'epoca in cui dominavano la Russia. I residui di questo modo di produzione asiatico nel settore agricolo si rivelarono estremamente difficili da abolire in Russia sotto Lenin, Trotsky e Stalin, e in Cina sotto Mao. Questo argomento sarà trattato più dettagliatamente nel prossimo capitolo.
Nel 1917, sotto l’influenza dell’industrializzazione promossa dallo Stato zarista con l’aiuto del capitale straniero, la società russa aveva subito profondi cambiamenti rispetto al 1882. Non era più possibile un passaggio diretto dalla comunità contadina autonoma russa al socialismo, saltando gli orrori che una fase intermedia capitalista avrebbe comportato per il proletariato. Nel frattempo, la comunità contadina autonoma era in gran parte scomparsa. I socialdemocratici russi si aspettavano tutti una rivoluzione borghese in Russia, dopo la quale sarebbero decollate l’industrializzazione e la trasformazione del settore agricolo arretrato. Stranamente, sembravano prestare poca attenzione ai residui della produzione asiatica e alle peculiarità del sistema politico dello zarismo. Al contrario, diverse tesi di Wagner mettono in evidenza le peculiarità della situazione russa. Tuttavia, come i socialdemocratici russi, egli mantiene una visione schematica della «necessità storica» della rivoluzione borghese in Russia.
All’interno della socialdemocrazia di tutti i paesi, sotto l’influenza del marxismo «ortodosso» di Kautsky, era molto diffuso ragionare in termini di necessità storica. Mentre Marx sottolineava il ruolo dell’attività umana e delle idee, specialmente nei periodi rivoluzionari, Kautsky optò per la certezza delle «leggi» sociali ed economiche. Anton Pannekoek scrisse a questo proposito:
«Poiché la socialdemocrazia non invitava all’azione, ma, al contrario, esortava ad attendere che le condizioni materiali fossero mature, la teoria assunse la forma di un nesso meccanico tra cause economiche e sconvolgimenti sociali, in cui veniva meno l’intermediazione dell’attività umana» (11).
Quando scrisse queste parole, nel 1919 – nel pieno dell’ondata rivoluzionaria che durò dal 1917 al 1923 – Pannekoek contrappose questa visione schematica a un approccio in cui la coscienza e le idee rivestivano un ruolo importante:
«È risaputo, e non a caso, che proprio quei teorici che si sono fatti portavoce di una nuova tattica più attiva hanno sottolineato, anche sul piano teorico, l’interconnessione della mente umana e il suo rapporto – passivo e attivo, di ricezione e di interazione – con la società» (12).
Con questo nuovo approccio, vogliamo esaminare la rivoluzione russa senza ricorrere alle tesi preconfezionate di Wagner, anche se in seguito Pannekoek espresse opinioni simili.
A più di cento anni dalla rivoluzione russa, vi sono ampie indicazioni che Wagner abbia ragione quando conclude che questa rivoluzione e le azioni dei bolscevichi non possono fungere da esempio. Ma il motivo non è che la rivoluzione del 1917 fosse una rivoluzione borghese. È perché i bolscevichi pensavano di trovarsi di fronte a una rivoluzione borghese e cercarono di agire di conseguenza in senso marxista, con conseguenze disastrose. Se ipotizziamo, anche solo come esperimento mentale, che nel 1917 non ci fosse alcuna rivoluzione borghese nell’agenda della storia e che essa non abbia avuto luogo, si pone la questione delle opinioni dei bolscevichi sul loro ruolo e di come queste idee «rivoluzionarie» abbiano fatto la storia. Ma è proprio su questo aspetto delle idee bolsceviche che Wagner risulta estremamente lacunoso, poiché parte dal presupposto che non sia importante ciò che Lenin pensava, ad esempio, al momento della fondazione del Comintern o prima di essa (proposizione 56). Poiché il pensiero, la teoria, determina le azioni dei rivoluzionari, e quindi i loro successi o fallimenti, faremo una digressione sulla teoria della doppia o permanente rivoluzione, in cui emerge la dimensione internazionale della rivoluzione in Russia, un aspetto che Wagner affronta solo a partire dai suoi presupposti, e quindi solo dalla prospettiva di un unico paese, la Russia.
L'internazionalismo proletario «irrilevante» dei bolscevichi
Per quanto riguarda gli aspetti internazionali di una rivoluzione in Russia, è interessante notare come Marx ed Engels, nella prefazione all’edizione russa del 1882 del Manifesto Comunista, abbiano risposto alla domanda di Zasulič sopra citata:
«L’unica risposta possibile oggi è la seguente: se la Rivoluzione russa dovesse diventare il segnale per una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo tale che entrambe si completino a vicenda, allora l’attuale proprietà comune della terra potrebbe fungere da punto di partenza per uno sviluppo comunista» (13).
Marx ed Engels sembrano qui ipotizzare che la Russia possa saltare la fase della rivoluzione borghese, per ragioni che abbiamo già visto. Essi legano questa possibilità di una transizione al socialismo (o al comunismo, termini che all’epoca avevano lo stesso significato) alla condizione della vittoria di una rivoluzione socialista in Europa. Nel 1850, Marx aveva proposto una strategia internazionale simile per la Germania arretrata (14).
«Sebbene i lavoratori tedeschi non possano arrivare al potere senza un processo rivoluzionario molto lungo e realizzare i propri interessi di classe, questa volta possono essere certi che il primo atto dell’imminente dramma rivoluzionario coinciderà con la vittoria diretta della loro classe in Francia e sarà, pertanto, accelerato. Ma saranno loro stessi a dover contribuire maggiormente alla loro vittoria finale, prendendo coscienza dei propri interessi di classe, assumendo quanto prima una posizione politicamente indipendente, non lasciandosi ingannare dalle frasi ipocrite della piccola borghesia democratica secondo cui un partito operaio indipendente è superfluo. Il loro grido di battaglia deve essere: “La rivoluzione permanente!”» (15).
Questa doppia strategia fallì perché la rivoluzione borghese in Germania non ebbe successo e perché il proletariato francese non riuscì a prevalere sulla borghesia francese né tantomeno a dare avvio a una rivoluzione socialista. Poiché quasi 70 anni dopo i bolscevichi presero la strategia di Marx ed Engels come modello per la loro rivoluzione doppia o permanente, e gli stalinisti, in particolare, legittimarono la loro politica di partito con un riferimento al periodo del Manifesto Comunista, è interessante esaminare questo parallelo utilizzando un articolo del 1948 del teorico del comunismo dei consigli Willy Huhn.
Per quanto riguarda la Germania, la Lega dei Comunisti, la minoranza rivoluzionaria che aveva commissionato la stesura del Manifesto, aveva previsto che la borghesia tedesca non sarebbe stata in grado di portare a termine la propria rivoluzione borghese a causa della sua debolezza nei confronti della nobiltà e del timore nei confronti della classe operaia già emergente. Ecco perché la Lega doveva essere attiva nella classe operaia in Germania per organizzarla come partito indipendente che avrebbe portato avanti la rivoluzione borghese, se necessario contro la volontà della borghesia tedesca. Va notato che per Marx ed Engels, la nozione di «partito del proletariato» in quel momento aveva il significato di organizzazione di massa della classe operaia per i suoi obiettivi di classe indipendenti, e non quello di una minoranza rivoluzionaria che in seguito rappresentò il partito bolscevico (16). Fu la Lega dei Comunisti a cercare di assumere il ruolo della minoranza comunista nel 1848. Huhn ha inoltre dimostrato che, secondo Marx, la Lega era costretta ad agire clandestinamente, ma non nello spirito delle rigide società segrete centralizzate dell’epoca e, in seguito, del partito bolscevico. E – ancora una volta in contrasto con la visione bolscevica – che i comunisti non funzionavano come partito di governo, ma lavoravano alla formazione del proletariato come classe («partito») di opposizione (17). Le prospettive di Marx non andavano oltre. La rottura con i suoi predecessori utopisti implicava che egli fondasse le proprie idee esclusivamente sul movimento reale del comunismo, ovvero sul movimento operaio all’interno delle condizioni in continuo mutamento della società di classe.
Non si sottolineerà mai abbastanza che Marx non ha mai affermato che la minoranza comunista, la Lega, dovesse prendere il potere in nome della classe operaia o in qualità di sua rappresentante. Questo compito era riservato alla classe stessa, organizzata per i propri fini di classe sotto forma di partito, vale a dire alle masse che partecipavano attivamente alla rivoluzione. A questo punto, il contrasto con la strategia dei bolscevichi (proposizione 25) non potrebbe essere più netto. Il fatto che in Russia non ci fosse una dittatura del proletariato, ma sul proletariato (proposizione 37) è una delle ragioni del fallimento della rivoluzione in Russia, una ragione che Wagner non menziona. La rivoluzione in Russia non solo non portò al socialismo, nemmeno nel senso ristretto di fase iniziale di trasformazione verso il comunismo pieno che Lenin attribuiva a quel termine nel suo Stato e rivoluzione. L’eliminazione del potere dei consigli operai e la loro subordinazione allo Stato (proposizione 49) significò anche che i lavoratori in Russia non furono in grado di portare avanti la rivoluzione borghese «come partito» (organizzati come massa, nel senso di Marx). Supponendo, ovviamente, che ci fosse ancora una «necessità» storica per le rivoluzioni borghesi. Ma questo è proprio ciò che Wagner credeva con i bolscevichi.
Dopo il fallimento delle rivoluzioni europee del 1848, Marx smise di occuparsi della rivoluzione borghese, concentrandosi invece sul movimento reale dell’ulteriore sviluppo del modo di produzione capitalistico, anche in Germania sotto il governo del reazionario Juncker, e su ciò che ciò comportava per la classe operaia, la sua lotta, la sua organizzazione e la sua coscienza.
Nel 1917 i bolscevichi, ai quali Trotsky si era nel frattempo unito, intravidero la possibilità di una rivoluzione proletaria vittoriosa nell’Europa occidentale e centrale, seguendo l’esempio del Manifesto Comunista del 1848: le lotte della classe operaia in Russia non solo avrebbero portato a termine la rivoluzione borghese contro la volontà della borghesia, ma l’avrebbero trasformata in una rivoluzione proletaria con l’aiuto delle vittoriose rivoluzioni proletarie europee. Questa è – in breve, tralasciando ogni sorta di peculiarità e differenze – l’idea della doppia rivoluzione (borghese e proletaria) o rivoluzione permanente che esisteva nel periodo 1917-1923 non solo tra i bolscevichi ma anche tra i socialdemocratici rivoluzionari in Europa che in seguito si definirono comunisti (Luxemburg, Radek, Gorter, Pannekoek).
Il Gruppo dei Comunisti Internazionali (G.I.C.), anche dopo aver iniziato a definirsi comunisti dei consigli, continuava a sostenere questa idea, nonostante l’influenza di Otto Rühle, il quale nei primi anni Venti parlava di un’unica rivoluzione esclusivamente borghese in Russia, un’idea che Wagner potrebbe aver ripreso da egli o – date le origini di Wagner nella socialdemocrazia del periodo tra le due guerre mondiali – forse da… Kautsky (18).
Spettò a Cajo Brendel, seguace di Rühle, portare all’estremo l’idea della realtà delle mere rivoluzioni borghesi in esercizi estremamente schematici in cui gli eventi in Spagna del 1936 (19), la presa del potere da parte del PCC in Cina nel 1951 (20) e vari movimenti di liberazione nazionale furono costretti nella camicia di forza della rivoluzione borghese. Non sorprende che questi eventi non siano stati collocati nel contesto storico della guerra imperialista, che ha dominato la storia del capitalismo mondiale dal 1900.
Al contrario, in alcuni settori del G.I.C. e persino all’interno dell’Unione Spartaco negli anni ’70, l’idea di una doppia rivoluzione in Russia continuava a persistere. Nell’analisi della Spagna del 1936, il G.I.C. – probabilmente contro Brendel – ripropose l’esempio della lotta dei lavoratori russi contro il governo provvisorio di Kerenskij come prospettiva per la classe operaia, anche mentre le truppe tedesche assediavano la Russia «democratica» (21). Le tesi di Wagner erano interessanti anche per coloro che insistevano sull’idea di una doppia rivoluzione perché riconoscevano come la Russia continuasse a svilupparsi in direzione borghese dopo che la strada verso una direzione socialista era stata chiusa dalla sottomissione dei consigli operai e/o dal fallimento della rivoluzione mondiale.
In occasione della commemorazione della Rivoluzione d’Ottobre del 1967, Bordiga scrisse un altro elogio della strategia della rivoluzione permanente, basato sull’idea che un partito minoritario in Russia (ovviamente guidato dal giusto programma «invariabile») potesse esercitare la dittatura del proletariato in previsione del successo della rivoluzione mondiale (22).
Nell’attuale periodo dell’imperialismo, non assistiamo più, sulla scena internazionale, a rivoluzioni borghesi, che per definizione si limitavano a trasformare e persino a costituire gli Stati-nazione. Per coloro che aderiscono al dogma della rivoluzione permanente, il mondo si presenta come teatro di una guerra permanente tra superpotenze imperialiste, sia direttamente tra loro nelle guerre mondiali, sia attraverso potenze minori e movimenti di «liberazione» nazionale, come nella Guerra Fredda e nelle successive guerre per procura. Coloro che si aggrappano all’idea superata della rivoluzione borghese, o della liberazione nazionale, finiscono rapidamente per rimanere invischiati negli antagonismi imperialisti e alla fine vi prendono parte. È quanto è accaduto in Russia con (una parte dei) menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari che volevano continuare la partecipazione russa alla guerra anche dopo la Rivoluzione di febbraio.
D'altra parte, l'atteggiamento concreto dei bolscevichi durante la Prima guerra mondiale fu ben diverso. Dopo le lotte interne, si unirono attorno allo slogan internazionalista proletario di Lenin: «Trasformare la guerra imperialista in guerra civile». Come sottolinea Wagner nella proposizione 50, il loro «punto di vista coerentemente internazionalista» era determinato in egual misura dalla loro tattica nella lotta per la rivoluzione russa. Secondo Wagner, ciò significa che il loro internazionalismo era solo apparentemente coerente con il comportamento marxista. Wagner non risponde alla domanda su quale fosse il comportamento marxista coerente e chi lo avesse dimostrato.
I bolscevichi volevano portare avanti la rivoluzione borghese in Russia contro la volontà della borghesia, contro quella del governo provvisorio borghese, contro quella della parte borghese dei menscevichi (potrebbero forse essere dei «marxisti coerenti»?) e contro quella dei socialisti rivoluzionari, i quali tutti… proseguirono la partecipazione della Russia alla prima guerra mondiale. La questione della guerra del 1914 rese l’aspetto internazionale della rivoluzione in Russia una questione urgente e decisiva. Fu Lenin a sollevare esplicitamente questa questione quando arrivò a Pietroburgo, collocando la rivoluzione in Russia nella prospettiva della rivoluzione mondiale:
«Cari compagni, soldati, marinai e operai! Sono lieto di salutare in voi la vittoriosa rivoluzione russa e di salutarvi come avanguardia dell’esercito proletario mondiale… La guerra imperialista e predatoria segna l’inizio della guerra civile in tutta Europa… Non è lontana l’ora in cui i popoli rivolgeranno le armi contro i propri sfruttatori capitalisti… La rivoluzione socialista mondiale è già iniziata… La Germania ribolle… Da un giorno all’altro l’intero capitalismo europeo potrebbe crollare. La rivoluzione russa da voi compiuta ha preparato la strada e inaugurato una nuova epoca. Viva la rivoluzione socialista mondiale!» (23).
Nelle tesi di Wagner, la lotta dei bolscevichi contro la guerra e la loro visione secondo cui la rivoluzione in Russia era l’inizio della rivoluzione mondiale vengono trattate solo come uno stratagemma tattico, una mossa machiavellica da parte di un partito borghese. Wagner non colloca l’internazionalismo proletario dei bolscevichi nel contesto della guerra contro cui era diretto, ma in quello di «una grande politica di sostegno internazionale alla rivoluzione russa». L’altra parte era costituita dalla politica e dalla propaganda dell’«autodeterminazione nazionale» dei popoli, in cui la prospettiva di classe era stata abbandonata ancora più che nel concetto di «“rivoluzione popolare” a favore di un appello a tutte le classi di determinati popoli» (proposizione 50). Wagner, come altri comunisti dei consigli, si unisce a Rosa Luxemburg nel criticare la difesa di Lenin del diritto dei popoli all’autodeterminazione nazionale. Allo stesso tempo, Wagner trascura il fatto che, sebbene questo «diritto» nell’operato di Lenin e dei bolscevichi avesse scarso significato pratico fino all’ottobre 1917, dal momento in cui divennero partiti al potere esso si trasformò in uno strumento importante sia nella loro politica interna (Stalin era il Commissario del Popolo per le Nazionalità) sia in quella estera. Da allora in poi, a seconda della politica dello Stato russo, i «popoli» e le «nazioni» venivano etichettati come «oppressi dall’imperialismo» e quindi candidati alla «liberazione nazionale», oppure, al contrario, come imperialisti o complici dell’imperialismo. Poiché intorno al 1920 il Partito comunista russo perse la speranza di un sostegno alla rivoluzione proletaria in Occidente, cercò di proteggere il fronte orientale attraverso un’internazionale contadina. L'Internazionale comunista fu da quel momento in poi utilizzata per trasformare i partiti affiliati in uno strumento della politica estera russa. Attraverso tattiche storicamente superate di sindacalismo, parlamentarismo e formazione di fronti con parti della borghesia, i partiti comunisti occidentali dovevano trasformarsi in organizzazioni di massa che esercitassero pressione sui propri governi (e non solo mediante «disordini negli Stati capitalisti dall’interno», come Wagner, tra gli altri, sostiene nella proposizione 61) nell’interesse dell’Unione Sovietica. Wagner non menziona questa rottura nella politica bolscevica e vede solo la continuità di un partito che è sempre stato borghese.
Stato e capitalismo di Stato: errori o verità che si sono rivelati fatali per i lavoratori
Se consideriamo Stato e rivoluzione di Lenin come un programma per il periodo successivo alla rivoluzione, possiamo intravederne già in germe i modi in cui i consigli furono estromessi dal potere. Purtroppo, Pannekoek non mantenne la promessa fatta nel 1919 di pubblicare una critica a Stato e rivoluzione (24). Forse ciò è dovuto al suo ritiro da ogni attività politica. Nel 1927, quando nacque il G.I.C. attorno a Jan Appel, Pannekoek riprese la sua partecipazione politica scrivendo articoli per le riviste del G.I.C., soprattutto grazie ai suoi contatti con Henk Canne Meijer. È sorprendente che nello stesso anno Jan Appel, sotto lo pseudonimo di Hempel, pubblicò una critica a Stato e rivoluzione sulla rivista tedesca Proletarier: Marxismo e comunismo di Stato. Il deperimento dello Stato, successivamente pubblicata dal G.I.C. in traduzione e con aggiunte come opuscolo olandese (25).
In Stato e rivoluzione, poco prima del suo ritorno in Russia, Lenin ricorda le lezioni che Marx aveva tratto dalla Comune di Parigi, che la socialdemocrazia aveva completamente dimenticato nel suo zelo riformista. Marx ed Engels avevano formulato questa lezione in modo estremamente conciso in varie prefazioni al Manifesto Comunista:
«Considerato l’enorme sviluppo dell’industria su larga scala negli ultimi venticinque anni e il progresso dell’organizzazione di partito della classe operaia, alla luce dell’esperienza pratica, prima della Rivoluzione di febbraio e, in misura ancora maggiore, della Comune di Parigi, durante la quale il proletariato detenne per la prima volta il potere politico per due mesi, questo programma è ormai obsoleto sotto certi aspetti. In particolare, la Comune ha dimostrato che “la classe operaia non può semplicemente impadronirsi dell’apparato statale esistente e metterlo in moto per i propri scopi”» (26).
Sembra che sia stato Bucharin a richiamare l’attenzione di Lenin sul mutato atteggiamento di Marx ed Engels nei confronti dello Stato (borghese). Ma nonostante il suo tentativo, in parte riuscito, di assimilare le lezioni della Comune, Lenin si mette nei guai in Stato e rivoluzione quando, dopo il crollo dello Stato borghese, assegna importanti compiti economici al «mezzo» Stato, a ciò che vede come la «dittatura del proletariato», che secondo Marx e Lenin «appassirà» con la scomparsa delle classi. Jan Appel mette il dito sulla piaga:
Come può questo Stato scomparire quando gli sono stati affidati compiti importanti e indispensabili?
Dov’è la «dittatura del proletariato» se non sono i consigli operai a controllare la produzione, bensì lo Stato «sovietico»?
Nella proposizione 49, Wagner fa riferimento alle radici teoriche del capitalismo di Stato russo, che Jan Appel aveva per primo individuato nel 1927 e che vengono ulteriormente approfondite nei Principi fondamentali della produzione e distribuzione comunista: l’adozione da parte di Lenin dell’idea riformista di Hilferding secondo cui, nel socialismo, le imprese possono essere organizzate dallo Stato come un «cartello generale». Il G.I.C. sottolinea nei «Principi fondamentali» che in questo modo Lenin ha confuso la forma capitalistica di organizzazione dei mezzi di produzione, il cartello, con il socialismo (27). È vero che al momento dell’introduzione della N.E.P. Lenin parlò apertamente di capitalismo di Stato, ma questa osservazione non pose fine a uno Stato modellato sul cartello di Hilferding, che esercitava una dittatura de facto sulla classe operaia. Ciò era tanto più vero in quanto Lenin giustificava il capitalismo di Stato come un progresso rispetto alla produzione capitalistica privata e come un passo verso il socialismo. Alla luce delle tesi di Wagner, è forse più corretto sostenere che Lenin non commise un «errore» quando preferì il capitalismo di Stato all’«associazione di produttori liberi e uguali». Dopotutto, la gestione della produzione da parte dello Stato non era forse perfetta per quella che Lenin, in attesa che la rivoluzione mondiale continuasse, considerava la parte borghese della rivoluzione in Russia? Dopotutto, nelle rivoluzioni borghesi, lo Stato feudale non veniva distrutto, ma conquistato e poi trasformato in uno Stato borghese. A proposito, abbiamo già notato che Marx ed Engels erano contrari alla partecipazione del governo nel 1848.
Verso la fine della sua vita, Lenin fece un'osservazione che dimostra quanto sia inaffidabile il mito secondo cui la rivoluzione russa avrebbe abbattuto lo Stato zarista:
«Abbiamo ereditato la vecchia macchina statale, e questa è stata la nostra sventura. Molto spesso questa macchina opera contro di noi. Nel 1917, dopo che avevamo preso il potere, i funzionari governativi ci hanno sabotato. Questo ci ha spaventato moltissimo e abbiamo supplicato: “Vi prego, tornate”. Sono tornati tutti, ma questa è stata la nostra sventura» (28).
Il G.I.C. commentò:
«Alla fine i bolscevichi dovettero piegarsi all'arretratezza della struttura sociale della Russia, un paese agrario. Furono costretti a “schiacciare” gli elementi proletari presenti nella rivoluzione russa e a prendere il controllo del vecchio apparato burocratico» (29).
Quando abbandoniamo l’idea di una rivoluzione borghese, totale o parziale, in Russia – idea che emerge in Lenin, nel G.I.C. e in Wagner –, emerge l’immagine di un tentativo da parte dei bolscevichi di portare avanti una rivoluzione borghese, quando non vi era alcuna «necessità storica»: così, essi si trovarono alla guida di uno Stato che avevano sottratto allo zarismo, che pensavano di governare, ma che invece governava loro:
«La macchina si rifiutava di obbedire alla mano che la guidava. Era come un’auto che non andava nella direzione voluta dall’autista, ma in quella voluta da qualcun altro; come se fosse guidata da una mano misteriosa e senza legge, Dio solo sa di chi, forse di un profittatore, o di un capitalista privato, o di entrambi. Comunque sia, l’auto non sta andando proprio nella direzione che l’uomo al volante immagina, e spesso va in una direzione del tutto diversa. … chi sta dirigendo chi? Dubito fortemente che si possa dire in tutta sincerità che siano i comunisti a dirigere quel cumulo. A dire il vero non stanno dirigendo, sono loro ad essere diretti» (30).
Non discutiamo se siano giuste o sbagliate: le tesi di Wagner vanno lette come la storia di un partito borghese assetato di potere che ha deliberatamente ingannato i lavoratori russi e di tutto il mondo per portare avanti i propri nefandi piani di capitalismo di Stato. In precedenza, abbiamo visto che dopo la Rivoluzione d’Ottobre i bolscevichi furono ingannati dalle loro idee sullo Stato «sovietico». Lo stesso vale per l’idea originaria di Lenin di una socializzazione limitata. Wagner afferma nella proposizione 48 che inizialmente i bolscevichi non volevano mettere l’intera economia nelle mani dello Stato, ma furono costretti a farlo. Non tanto a causa della «forza elementare dell’attacco dei lavoratori, da un lato, e del sabotaggio dei padroni detronizzati, dall’altro», ma principalmente a causa del caos economico che gli stessi bolscevichi avevano provocato con la superinflazione del rublo (31).
Perché Wagner, proprio come i bolscevichi, si sbaglia sulla questione agricola
Proprio come Wagner aveva fatto propria la concezione socialdemocratica e comunista della rivoluzione russa, considerandola una rivoluzione interamente o parzialmente borghese, sulla scia dell’esempio storico degli sviluppi dell’Europa occidentale, così fece anche riguardo alla questione agraria. Si riteneva che nell’agricoltura, come nell’industria, si sarebbero verificati processi di espansione, meccanizzazione e proletarizzazione, attraverso i quali i lavoratori agricoli si sarebbero uniti agli operai industriali socialisti. La socializzazione dell’agricoltura era intesa come la nazionalizzazione della terra e la produzione agricola controllata dallo Stato. I contadini erano visti come uno strato conservatore o addirittura reazionario della popolazione perché si aggrappavano alla proprietà terriera piccolo-borghese o – come in Russia – perché cercavano di dividere la grande proprietà terriera tra i contadini. Nella socialdemocrazia russa, sia tra i menscevichi che tra i bolscevichi, prevaleva addirittura un atteggiamento marcatamente ostile nei confronti dei contadini, mentre Marx aveva raccomandato la massima cautela possibile.
Ciò che contraddistingueva i bolscevichi era la loro strategia mutevole nei confronti dei contadini, che Wagner giustamente ricollega alla loro ricerca del potere governativo in un paese prevalentemente agricolo. In particolare, i menscevichi denunciarono la richiesta di abolizione della grande proprietà terriera come una tattica opportunistica con cui i bolscevichi si assicuravano il sostegno dei contadini alla loro linea politica. Come sappiamo, Rosa Luxemburg si unì a questa critica e sostenne la richiesta di nazionalizzazione della terra (32), senza sapere come Stalin avrebbe poi realizzato questa richiesta. Anche Wagner sostiene la critica menscevica e dichiara addirittura che la richiesta bolscevica di distribuzione della terra fosse contraria agli interessi della classe operaia. Secondo Wagner, i bolscevichi erano «spietati difensori degli interessi del piccolo capitale, e quindi non degli interessi socialisti-proletari, contro la proprietà terriera feudale e capitalista» (proposizione 46). Questa affermazione è in linea con l’idea diffusa nella sinistra comunista tedesca e olandese secondo cui lo Stato sovietico non mantenne i rapporti di classe esistenti nell’interesse della classe operaia, ma nell’interesse della classe contadina, specialmente a partire dalla NEP. Gli sviluppi successivi sotto Stalin dimostrano che questa posizione è insostenibile. Il capitalismo di Stato è una tendenza generale del capitalismo in tutti i paesi. In Russia, a causa delle circostanze storiche uniche di un proletariato che pose fine allo sforzo bellico russo, il capitalismo di Stato assunse una forma speciale indipendente da una parte specifica della classe capitalista.
Wagner sottolinea nella proposizione 6 che lo zarismo aveva avviato un’industrializzazione forzata per ragioni militari. Attraverso la storia che ha fatto seguito alle tesi di Wagner, il coinvolgimento della Russia nella Seconda guerra mondiale e la successiva formazione di un blocco imperialista, possiamo ora mettere in evidenza la necessità imperialista sia dell’industrializzazione zarista che di quella sovietica. Proprio come lo zarismo sottrasse più manodopera ai contadini per la costruzione dell’industria bellica, Lenin nel 1920, all’introduzione della NEP, voleva estrarre valore per un’industrializzazione statale-capitalista accelerata attraverso la fornitura di vodka e tessuti ai contadini (33). Wagner ribalta questa proposta sostenendo che i bolscevichi estraevano plusvalore dai lavoratori e lo trasferivano ai contadini (proposizione 59). Sebbene questa affermazione segua la logica secondo cui lo Stato sovietico serviva gli interessi della classe contadina, essa contraddice la realtà dello sfruttamento e dell’oppressione sia della maggior parte dei contadini che della classe operaia da parte del capitalismo di Stato russo.
È curioso che il G.I.C. non abbia criticato la posizione di Wagner (condivisa, del resto, da tutti i «marxisti») secondo cui la socializzazione dell’agricoltura attraverso la nazionalizzazione della terra in Russia era auspicabile. Dopotutto, il G.I.C. aveva un punto di vista diverso da quello prevalente nella socialdemocrazia. Già nel 1904, Gorter aveva notato che l’atteso potenziamento dell’agricoltura sulla falsariga di quello dell’industria non era stato confermato dagli sviluppi nei Paesi Bassi (34). Nel 1920, nella sua Lettera aperta al compagno di partito Lenin, Gorter sottolineò l’importanza relativa dei contadini e i loro diversi atteggiamenti nella rivoluzione in Oriente e in Occidente:
«Esiste un'enorme differenza tra la Russia e l'Europa occidentale. In generale, l'importanza dei contadini poveri come fattore rivoluzionario diminuisce da est a ovest. In alcune parti dell’Asia, in Cina e in India, in caso di rivoluzione, questa classe sarebbe il fattore decisivo; in Russia, costituisce un fattore indispensabile e, anzi, uno dei principali; in Polonia e in alcuni Stati dell’Europa sud-orientale e centrale, è ancora importante per la rivoluzione, ma più a ovest il suo atteggiamento diventa sempre più ostile nei confronti della rivoluzione» (35).
Alla fine degli anni '20, il G.I.C. intraprese uno studio comparativo sull'evoluzione dell'agricoltura in vari paesi europei. Da tale studio emerse che nei paesi con l'agricoltura più produttiva non erano le grandi aziende a dominare, bensì le piccole aziende agricole. In questi paesi, la piccola agricoltura era pienamente integrata nella produzione capitalistica di merci e faceva parte di un settore agroindustriale grazie alla specializzazione in un numero limitato di prodotti, ai legami con i fornitori industriali di fertilizzanti, mangimi e pesticidi, ai legami con gli acquirenti quali aste, caseifici, macelli, grossisti e grandi dettaglianti e, infine, ai legami con le università agricole e le banche. Le cooperative contadine si sono spesso rivelate fondamentali in questi legami e si sono allontanate dai propri membri proprio come hanno fatto i sindacati e i partiti operai parlamentari nei confronti dei lavoratori. Questo reale sviluppo era in netto contrasto con la concezione statalista del socialismo. Da tale analisi, il G.I.C. ha tratto la seguente importante conclusione politica:
«Tuttavia, la rivoluzione sociale che il comunismo considera come l’introduzione di una nuova legge di movimento per la circolazione dei prodotti ha qualcosa da offrire ai contadini. Oltre alla liberazione da ogni forma di affitto, ipoteca e debito aziendale, l’equa distribuzione del prodotto sociale determina l’uguaglianza diretta e completa tra città e campagna, il che, nella pratica, favorisce il contadino. Tuttavia, il proletariato agrario, questi paria della società capitalista, compie un grande balzo in avanti, per cui ha tutto l’interesse ad associare l’agricoltura alla produzione comunista» (36).
Il suddetto fallimento totale della politica agricola sovietica di stampo capitalistico-statale su larga scala, attuata attraverso i sovchoz e i kolchoz, non solo conferma la correttezza delle posizioni del G.I.C., ma anche l’erroneità del punto di vista di Wagner. Si tratta di un’indicazione importante del fatto che il testo di Wagner non può essere considerato un testo del G.I.C., anche se quest’ultimo ne ha curato la diffusione in quanto in parte in accordo con esso.
Conclusioni
A questo punto sarà chiaro al lettore che concordo in parte con Wagner sul fatto che il bolscevismo non sia adatto come teoria della classe operaia. In parte, perché la questione è cosa si intenda per bolscevismo, o, se mi è consentito, per leninismo, che lo stesso Wagner sostiene ripetutamente essere opportunistico in termini tattici. Si tratta della variante di Trotsky e, in tal caso, di quale organizzazione della Quarta Internazionale? Oppure è quella di Stalin, che la battezzò marxismo-leninismo? O quella di Mao, ora che il maoismo presenta molteplici correnti, sia all’interno del partito cinese che al di fuori di esso? Inoltre, all’interno della sinistra comunista ci sono tendenze che si basano più o meno su Lenin e sul bolscevismo, e anche il G.I.C. durante gli eventi denominati Guerra Civile Spagnola fece riferimento all’atteggiamento dei bolscevichi tra febbraio e ottobre 1917 in Russia.
Ciò che emerge come conclusione è che non fu il carattere borghese della rivoluzione in Russia a portare inevitabilmente all’eliminazione del potere dei consigli operai, bensì l’errata concezione della rivoluzione come in parte borghese e in parte proletaria. Il Partito bolscevico, incoraggiato da queste opinioni errate ma generalmente condivise, voleva seguire l’esempio della Lega dei Comunisti in Germania nel 1848, ma non capì (come quasi nessuno all’epoca) che Marx ed Engels non cercavano il potere di governo per la Lega in quanto minoranza, ma che la classe operaia avrebbe agito in massa come partito di opposizione. Il fallimento della rivoluzione mondiale rese impossibile alle masse rivoluzionarie correggere questi errori della minoranza rivoluzionaria. I lavoratori della sola Russia erano troppo deboli per farlo. Questa comprensione degli inevitabili errori teorici che i rivoluzionari continueranno a commettere in futuro esorta alla loro umiltà.
Nessun gruppo rivoluzionario può eludere la questione della rivoluzione e della controrivoluzione in Russia. Uno studio critico delle tesi di Wagner può, con una sana diffidenza nei confronti di qualsiasi teoria che invochi la necessità storica, contribuire a una corretta comprensione.
Fredo Corvo
Luglio 2020
Note
(1) Helmut Wagner, Theses on Bolshevism (Tesi sul bolscevismo), 1934. Si vedano anche la sua biografia a cura di Ph. Bourrinet e il contesto storico delle Tesi sul bolscevismo secondo i compagni d’armi di Wagner.
(2) Marx/Engels, Het Communistisch Manifest, Pegasus, 2018, pp. 36/37.
(3) Corvo sceglie di tradurre festgefügtes (saldamente radicato) in due modi diversi: tightly knit, la prima volta che cita il brano, e contiguous, la seconda (Nota da Crítica Despiadada).
(4) Vedi «From the 2nd to the 3rd Internationale – Three Articles by Anton Pannekoek». The New Review, New York, 1914-1916 (I tre articoli, «Il crollo dell'Internazionale», «Nuove strategie contro la guerra, base di una nuova Internazionale» e «La Terza Internazionale», sono stati tradotti all'italiano e pubblicati separatamente sul sito del CCC, Nota dell'editore).
(5) Wikipedia, Collectivization in the Soviet Union (Collettivizzazione in Unione Sovietica).
(6) J. R. Evenhuis, Misoogsten en misse doctrines in de Sovjet-Unie (Mistificazioni e false dottrine nell'Unione Sovietica) (in lingua olandese).
(7) Wikipedia, Great Chinese Famine (Grande carestia cinese).
(8) Marx an Sassulitsch, 8. März 1881 (Lettera di Marx a Vera Zasulič, 8 marzo 1881).
(9) Adrian Zimmermann, Marx, die russische Revolution und ihre Folgen (Marx, la rivoluzione russa e le sue conseguenze), pp. 142/143.
(10) Marx/Engels, Het Communistisch Manifest, Pegasus, 2018, p. 14.
(11) Pannekoek, Het historisch materialisme (Il materialismo storico).
(12) Idem.
(13) Marx an Sassulitsch, 8. März 1881, pp. 14/15.
(14) Si potrebbe giustamente affermare che la scelta della citazione che segue non sia contestualmente corretta. In realtà, tale scelta è interamente determinata da ciò che stiamo esaminando qui, ovvero il parallelo che i bolscevichi e Trotsky vedevano tra la loro strategia e quella di Marx ed Engels.
(15) Verslag van het Centrale Bestuur aan de Communistische Bond van maart 1850. Van het Centrale Bestuur aan de Bond (Indirizzo del comitato centrale alla Lega dei Comunisti del marzo 1850. Il Comitato centrale alla Lega), Londra, marzo 1850.
(16) Willy Huhn, Zur Lehre von der revolutionären Partei (Sulla dottrina del partito rivoluzionario), 1948.
(17) Idem, parte III.
(18) Kautsky, Bolshevism at a deadlock (Il bolscevismo in un vicolo cieco), Londra, 1931.
(19) Cajo Brendel, Revolutie en contrarevolutie in Spanje (Rivoluzione e controrivoluzione in Spagna), 1977 (solo in olandese).
(20) Cajo Brendel, Theses on the Chinese revolution (Tesi sulla Rivoluzione Cinese), 1974.
(21) Ph. Bourrinet, The Dutch and German Communist Left (1900–68) (La sinistra comunista olandese e tedesca [1900–1968]), cap. 9.
(22) Bilan d’une Révolution (Bilancio di una rivoluzione), Programme Communiste, nn. 40-41-42, ottobre 1967-giugno 1968.
(23) The Russian Revolution 1917: A Personal Record by N.N. Sukhanov (La rivoluzione russa del 1917: un resoconto personale di N.N. Sukhanov). Citazione tratta da The Penguin Book of Historical Speeches.
(24) Vedi un inserto su De Nieuwe Tijd: L.S.
(25) G.I.C., Marxism and state communism. The withering away of the state (Marxismo e comunismo di Stato. Il deperimento dello Stato).
(26) Het Communistisch Manifest, Idem, p. 11.
(27) G.I.C., Fundamental Principles of Communist Production and Distribution (Principi fondamentali della produzione e distribuzione comunista), 1935/2020, p. 28.
(28) Lenin, Fourth World Congress of the IIIrd International (Quarto Congresso mondiale della Terza Internazionale), Opere complete, vol. 33, p. 415, citato dal G.I.C. in Idem, p. 248.
(29) Idem, p. 248.
(30) Lenin, XIth Congress of the R.C.P.(B), Political Report of the Central Committee of the R.C.P.(B) (XI Congresso del Partito Comunista Russo [Bolscevichi], Relazione politica del Comitato Centrale del Partito Comunista Russo [Bolscevichi]), 27 marzo 1922, in Opere, vol. 33, pp. 279–288, citato da G.I.C. in idem, p. 48.
(31) G.I.C., Fundamental Principles of Communist Production and Distribution, 1935/2020, p. 38 e 193.
(32) Rosa Luxemburg, The Russian Revolution (La rivoluzione russa), cap. 2.
(33) Lenin, Report On The Substitution Of A Tax In Kind For The Surplus Grain Appropriation System (Relazione sulla sostituzione del sistema di espropriazione del grano in eccedenza con un'imposta in natura).
(34) Vedi Eenige opmerkingen bij de voorstellen van de agrarische commissie (Alcune osservazioni sulle proposte della commissione agricola), Anton Pannekoek [Met een antwoord van H. Gorter (con una risposta di H. Gorter)], in: De Nieuwe Tijd, 9° anno, 1904, pp. 409-420. Solo in olandese.
(35) Herman Gorter, Open Letter to Comrade Lenin (Lettera aperta al compagno Lenin).
(36) G.I.C., Ontwikkelingslijnen in de landbouw. Ontwikkeling van het boerenbedrijf (Tendenze di sviluppo nell'agricoltura. L'evoluzione dell'azienda agricola), 1930. Solo in olandese.